Storia

VINCENZO VIRGILLITO dal jazz agli Uzeda

– Il bassista “volante”, che vive fra Catania e Londra, è subentrato a Raffaele Gulisano nella band di Giovanna Cacciola, Agostino Tilotta e Davide Oliveri. «È stato difficile entrare nel loro mood: il loro è un modo di interpretare il ritmo, di vivere il suono, di affrontare la musica in tutti i suoi aspetti»
Il debutto con la band a fine maggio in tour, «ma già tre anni fa mi avevano chiamato per un concerto a Messina». Esordio catanese il 13 settembre. Il ricostituito rapporto con Mario Venuti e il progetto solista “Precondition” che raccoglie tutte le sue esperienze musicali: in dicembre uno show-case

Vincenzo Virgillito mantiene un doppio numero telefonico, uno inglese con il +44, l’altro italiano. Una sorta di “doppia cittadinanza”. A Letchworth Garden City, a metà strada fra Londra e Cambridge, ha casa e «due figli meravigliosi che crescono: Davide e Gregorio». E lì era riuscito a introdursi negli ambienti musicali, suonando in diverse formazioni. «Ma adesso ho disdetto tutti gli impegni, perché mi sono spostato qui in terra siciliana. A Londra mantengo la famiglia, per cui faccio la spola in continuazione. Gli interessi di lavoro si sono spostati nuovamente qui».

Motivo? Da metà maggio Virgillito è il nuovo bassista degli Uzeda al posto di Raffaele Gulisano. Un addio pianificato, senza strascichi polemici, a chiusura di un capitolo per Gulisano. 

«Ma ho anche ripreso un rapporto con Mario Venuti», sottolinea l’ex Arancia Sonora. «Ho partecipato alla registrazione dell’album Tropitalia e del successivo; ho fatto tutto il Tropitalia Tour e adesso con Mario mantengo soltanto l’aspetto jazz mood quartet». 

Vincenzo Virgillito
  • Mario Venuti, il pop, il Brasile, il jazz, rientrano nelle corde del tuo basso, ma come sei riuscito a entrare nel mondo noise degli Uzeda?

«Prima eravamo amici, nel senso che ci conoscevamo e loro riconobbero in me un musicista con il quale potevano discutere di certe cose, non soltanto il bassista bravo, qualcosa a più ampio spettro. Già nel giugno di tre anni fa mi fu chiesto di sostituire Raffaele per un concerto al Retronouveau di Messina. Mi misi subito a disposizione. Fu una esibizione meravigliosa. Mi ricordo quando arrivammo al locale: quando scaricammo gli strumenti, i proprietari del Retronouveau appena mi videro fecero delle facce un po’ strane, stupite, e Agostino disse: “Oggi c’è Vincenzo che suona con noi”. Mi sentivo osservato, sotto esame da parte dei fan. Quando scesi dal palco chi mi offriva da bere, chi mi abbracciava, il proprietario del locale mi disse: “Vincenzo sei stato grande, non mi hai fatto rimpiangere Raffaele”. Sulla scia di questa bellissima esperienza c’è stata la chiamata a bruciapelo a metà maggio: “Vincenzo dove sei, a Catania o a Londra?”, mi chiesero. ”Sono a Catania, ma parto domani per Londra”, risposi. “A fine mese hai già impegni?”, mi lanciarono subito: “No? Allora suoni con noi”. “In che senso”, feci io. “Ci servi tu, con Raffaele ci siamo chiariti e ci siamo allontanati”. L’indomani ci siamo visti prima di partire per Londra e abbiamo definito tutto».

  • E come ti trovi nel mondo Uzeda?

«Gli Uzeda sono una esperienza, un modo di vivere, che si traduce in suoni attraverso gli strumenti che usiamo. Giovanna (Cacciola) canta, io suono il basso, Agostino (Tilotta) la chitarra, Davide (Oliveri) la batteria. È un modo di interpretare il ritmo, di vivere il suono, di affrontare la musica in tutti i suoi aspetti, dal live alla composizione all’esecuzione. Uzeda fra tutte le cose che ho fatto è stata veramente la prova più dura, dal punto di vista proprio dell’approccio al suono, della scelta degli strumenti, del plettro, della corda, dell’ampli. E poi, naturalmente, l’attitudine. Dalla prima prova che abbiamo fatto ho capito che era una cosa molto, molto particolare per me. Entrare in quel mood, in quello che si crea dal vissuto di tutti è veramente una esperienza. Bisogna entrare in un linguaggio. I pezzi sono come una partitura classica, molto rigida. Anche questo è stato per me una prova difficile: è una architettura di suoni fatta per come deve essere. Dal vivo certe sbavature, certi imprevisti, magari errori, succedono, però è una musica scritta, rigorosa, frutto di una scelta precisa, di un percorso preciso. Non lo nascondo, è stato veramente difficile in certi momenti. È stato un avvicinarsi a questa esperienza in punta di piedi anche con una certa energia da parte mia, altrimenti non ce l’avrei fatta».

Vincenzo Virgillito (a destra) con gli Uzeda: da sinistra, Agostino Tilotta, Giovanna Cacciola e Davide Oliveri alla batteria
  • C’è già stato il debutto ufficiale, come sta andando?

«Ufficialmente sono entrato nella band dalla metà di maggio, poi a fine mese e a giugno ci sono stati i primi concerti: Firenze, Savona, Bari, Napoli. È stato il mio battesimo con la band. Alla vigilia delle prime due date, mi sono dovuto ributtare nel repertorio che avevo dimenticato ed è stata una bella botta di adrenalina. Abbiamo fatto circa tre prove. Adesso ci vediamo frequentemente, sia in vista di prossimi concerti (il più vicino il 13 settembre a Catania per la Palestina, ndr), sia con l’idea di lavorare su un repertorio nuovo, di programmare un nuovo album. Qualche idea, ancora embrionale, c’è».

Nel frattempo, c’è anche il debutto da solista di Virgillito. L’album è uscito lo scorso dicembre e s’intitola Precondition, a fine anno dovrebbe avvenire la presentazione con uno show-case al Centro Zo di Catania. Un lavoro che raccoglie tutte le esperienze musicali del bassista “volante”.

«Ho fatto gli studi di musica classica e mi sono diplomato a livello accademico all’istituto Bellini di Catania. Poi ho fatto il biennio jazz al Conservatorio di Messina. Sì, ho suonato tanto jazz. Definirmi jazzista? Non so. Sono un musicista che ha affrontato tanti generi, con i Dakaira e i Mater Matuta mi sono inoltrato nella musica etnica e balcanica. Per sette anni, dal 1999 al 2006, ho vissuto a Milano, e tra le cose più belle che ho fatto è stato il meraviglioso album con Giovanni Nuti e Alda Merini. Il jazz è tuttavia una musica che ho suonato tanto e continuo a farlo. Nel mio album si respirano un po’ tutti i generi che ho fatto: dalla musica classica (prima di fare il contrabbassista studiai chitarra classica) per arrivare agli Uzeda. Quindi, in mezzo c’è tanta roba».

  • Sei soltanto tu a suonare?

«L’album è per basso solo. Dalla copertina si evince il concept: l’unione di due anime, una più riflessiva, malinconica, più canonica, più classica, più introspettiva, l’altra che s’intitola Reset è la parte più sperimentale e di avanguardia. L’album è fatto senza sovraincisioni: ci sono degli errori, io li ho voluti mantenere».  

  • Ci sono gli omaggi a due grandi bassisti: Charles Mingus e Jaco Pastorius.

«Tutti i brani sono miei, a parte la rivisitazione di Goodbye Pork Pie Hat di Mingus, mentre Danny Boy è una canzone della tradizione irlandese che fu registrata nell’album Empathy da Bill Evans e che lui suona in modo magistrale al piano, mentre io la eseguo al basso. Un brano che in età di formazione ascoltavo tre/quattro volte al giorno, così tanto mi piaceva. Non è un tributo, ma il ricordo del suo mood mentre riarrangiavo il pezzo, infatti ha come sottotitolo Remembering Bill Evans. E poi Word Drops (Jaco’s  Midnight) è un omaggio a Jaco Pastorius, perché nel 1987 quando venne a Catania, vidi tutto il concerto poggiato sul palco, poi alla fine lo conobbi e, per cinque minuti, abbiamo avuto uno scambio di battute: è stato un incontro magico per me. Non ho avuto mai una icona ma lui è lui. Jaco’s Midnight, la mezzanotte di Jaco, un po’ in tutti i sensi, per la tragica fine che ha fatto e un po’ quel momento con lui che è avvenuto intorno alla mezzanotte. Jaco ha influenzato una intera generazione di bassisti, io ho cercato di sentirne l’essenza, non di emularlo come fanno molti».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *