Storia

Verso Sanremo / SERENA BRANCALE: via la maschera

– L’artista pugliese in gara al Festival con la canzone “Qui con me”, una lettera d’amore alla madre morta sei anni fa. «È nata da un’esigenza di tornare naturale e di non voler essere la stessa di “Anima e core”»
– «Ci sarà chi dirà che è una “furbata” parlare della mamma. Non mi faccio troppe domande, altrimenti non farei più questo mestiere. Tanto le critiche ci saranno sempre. L’anno scorso pure per il capello biondo»

Da due anni è la regina dell’estate italiana. Nel 2024 con Baccalà e La zia, l’anno scorso con Anema e core, la canzone presentata a Sanremo 2025, e con Serenata, in coppia con Alessandra Amoroso. Ma quella che la platea sanremese vedrà dal 24 al 28 febbraio sarà diversa dalla Serena Brancale di Anema e core, senza la “cazzimma” ma con più sentimento. In Qui con me, la canzone che presenta quest’anno al Festival, violini e voce prevalgono su percussioni e ritmo. «Qualcosa di diverso ci sarà, per forza. È una canzone più personale. Anche perché non vorrei mai diventare un personaggio che ha sempre lo stesso ruolo», commenta l’artista pugliese. «È una lettera alla persona più importante della mia vita e ora ho sentito il bisogno di parlarne». 

È una lettera d’amore alla madre, «morta sei anni fa, un intervento sbagliato», racconta. «Era venezuelana e insegnava canto. Aveva aperto una scuola di musica in provincia di Bari. Sono cresciuta lì, tra i ragazzi che provavano Jesus Christ Superstar… Dopo sei anni, ho pensato che fosse venuto il momento di parlarne per celebrarla su un palco come quello di Sanremo, senza la paura di essere pesante o nostalgica, ma con il sorriso. Anche perché sento di dover cambiare, è nata da un’esigenza di tornare naturale e di non voler essere la stessa di Anima e core. Quest’anno non ho nessuna maschera, non gioco nessun colore, gioco quella che sono con quello che ho provato e quello che voglio raccontare. La verità è quello che porto sul palco, qualcosa che mi farà emozionare tantissimo».

Serena Brancale (foto Thom Réver)

Rispetto allo scorso anno, quando si portò percussioni elettroniche sul palco dell’Ariston, questa volta annuncia «un’esibizione molto scarna». E aggiunge: «La lacrima è facile. Per concentrarmi al meglio cercherò di guardare un punto, sicuramente non il gobbo, penso che non muoversi sia la cosa più emozionante, non voglio fare niente e nemmeno toccare l’asta del microfono, voglio che la voce si avvicini al microfono, ma non voglio gesti da cantante. Ho delle persone a cui pensare per darmi forza: sono mio padre, mio fratello». C’è un passaggio nella canzone che teme. Quando descrive lei e la mamma come se fossero davanti a uno specchio, “due gocce d’acqua che non si perdono nel mare mai”. Lì la lacrima potrebbe scappare. 

Non teme le eventuali critiche di chi l’accuserà di aver fatto una furbata perché parlare della mamma è nazional popolare. «Non mi faccio troppe domande, altrimenti non farei più questo mestiere. Tanto le critiche ci saranno sempre. L’anno scorso quante parole pure per il capello biondo. Sarà bello, mi emozionerò, mi basta questo. È una lettera d’amore e non è neanche un brano troppo nostalgico, anzi io voglio pensare che sia una cura alla nostalgia. Di base racconto una cosa che mi fa male, però decido di raccontarla serenamente, è il rapporto che avevo con mia madre, mia madre che cantava e io continuo a cantare per lei».

La famiglia, Serena la porta sul palco, con la sorella Nicole Brancale a dirigere l’orchestra. «È il mio portafortuna e con questo brano soprattutto non poteva mancare, non potevo pensare di guardare durante la performance una persona non legata a questo brano. Vederla con gli occhi lucidi ieri alle prove è stato emozionante. Voglio convincere mio padre a venire, non so se riesco».

Questa svolta intimista non rinnega però l’altra anima dell’artista, quella più festosa di Anima e Core e Serenata. «Adoro quei brani, fanno parte di me», sottolinea, annunciando l’idea per il titolo del suo prossimo album: Il Diavolo e l’Acqua Santa. «Mi ritrovo esattamente in queste due parti».

Da una parte la “Srena” d’un tempo, quando ricevette l ’endorsement di Quincy Jones: «Gli era piaciuto il mio disco Je so accussì, mi ha mandato un video e quando ho sentito quel: “SRENA!!! Welcome to our family”, mi sono sentita male», racconta. La Serena diplomata in campo jazz al Conservatorio dell’Aquila, l’artista salita sul palco di un tempio mondiale del jazz, il Blue Note di New York. Dall’altra quella di Baccalà – «che ho fatto cantare al pubblico cinese del Blue Note di Shanghai», sottolinea –  La Zia e Stu Cafè.

«Dieci anni fa, quando mi presentai per la prima volta a Sanremo, nella sezione “Nuove proposte”, non andò bene», ricorda. «Ero una ragazzina che cantava un brano difficilissimo come Galleggiare. Ero sola. Non ero strutturata, poco allenata allo stress di quella manifestazione. Pensavo che essere una jazzista pura fosse la mia strada. Ma così escludevo troppe cose che mi appartengono: il dialetto barese, il ritmo. Dopo quella volta ho cercato di mantenere l’incoscienza nel giocare con la musica, ma con l’obiettivo di creare qualcosa di significativo per il momento storico che viviamo. Ho fatto più ricerca ascoltando quello che c’era intorno, ho comprato una loop station e scelto di essere vera e non solo brava». 

E dire che da ragazza non voleva suonare. È stata proprio la madre ad avvicinarla alla musica. «Da bambina mi aveva imposto lo studio del violino. Non sa i pianti… Ero legatissima a lei. Ero la figlia di mezzo, quella che cantava, recitava, ballava. Ero la sua prediletta. La seguivo nelle prove di un coro di musica barocca, e questo mi ha formato tantissimo, dandomi quelle basi classiche che, credo, si sentano ancora oggi in tutto quello che faccio». Lei, però, amava il ritmo, la batteria. «Mio padre mi ha trasmesso la passione per il funk. E mio nonno ascoltava Frank Sinatra tutti i giorni. Guardava la boxe in tv e ascoltava Sinatra». La morte della madre ha rappresentato un lutto che «mi ha fortificato tantissimo»: «Strano da dire, ma da quel momento in poi sono diventata molto più a fuoco, più responsabile su tutto», riflette. 

Il successo, assicura, non l’ha cambiata, ma c’è un sogno che vuole continuare a coltivare: «Rimanere me stessa, autentica nell’essere musicista e curiosa nell’esplorare i diversi generi, ma sempre con un occhio al popolare», spiega. «La mia è la ricerca di una sintesi tra l’essere una cantante jazz e il pop, cerco il compromesso commerciale».

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