– “Ora e per sempre” è il titolo della canzone con cui è in gara. «Era la mia promessa di matrimonio scritta a macchina dal prete in spagnolo quando sposai la mia attuale moglie Gabriella a Campo Florido, vicino l’Avana»
– Una ballata sentimentale con un pizzico di elettronica vintage, scritta con il figlio Samuele: «Il suo punto di forza è la scrittura, ha un linguaggio più attuale del mio. È bello sapere di aver scritto a quattro mani con mio figlio»
– «Al Festival meglio il successo della vittoria». Nella serata delle cover duetterà con il trio dei The Kolors sulle note di “The Riddle”, brano icona degli anni Ottanta, della popstar britannica Nik Kershaw
C’è stato un momento, verso la metà degli anni Ottanta, in cui il pop italiano ha smesso di guardarsi allo specchio e ha iniziato a guardare oltre confine. Quel momento ha avuto una colonna sonora precisa: Self Control. E dietro quella pulsazione sintetica, elegante e notturna, c’era Raf.
Raffaele Riefoli, in arte Raf, non è stato soltanto un interprete di un successo globale – perché Self Control è diventata davvero una hit internazionale, rimbalzando tra le radio europee e americane – ma è stato uno dei primi artisti italiani a capire che il linguaggio del pop poteva essere cosmopolita senza perdere identità. In un’epoca in cui la new wave e l’elettronica dominavano l’immaginario sonoro, Raf seppe inserirsi con una scrittura che univa malinconia mediterranea e rigore anglosassone.
La sua storia comincia prima del successo, tra Londra e la provincia pugliese, tra demo registrate con ostinazione e una vocazione internazionale che sembrava quasi un azzardo per un artista italiano dell’epoca. Ma Raf non ha mai cercato la scorciatoia folkloristica: ha scelto il suono, la produzione, l’aria del tempo. E quando Self Control esplose nel 1984, portando il suo nome in classifica anche grazie alla versione di Laura Branigan, il pop italiano si scoprì improvvisamente esportabile.
Poi arrivò il ritorno in patria, la scelta della lingua italiana e una nuova stagione di successi. Con Cosa resterà degli anni ’80 – presentata al Festival di Sanremo nel 1989 – Raf mise in musica una domanda generazionale, trasformando la nostalgia in una riflessione collettiva. Non era solo una canzone, ma un bilancio emotivo di un decennio fatto di eccessi, edonismo e rivoluzioni tecnologiche. E in quella domanda sospesa – cosa resterà? – c’era già la consapevolezza di un artista che non voleva essere prigioniero del proprio tempo.

Raf ha attraversato le stagioni del pop italiano con una coerenza rara. Ha saputo adattarsi ai cambiamenti dell’industria discografica senza mai inseguire le mode con affanno. Dischi come Cannibali, Sogni… è tutto quello che c’è, fino alle produzioni più recenti, raccontano di un autore che ha sempre privilegiato la melodia come centro di gravità permanente. La sua scrittura è diretta, emotiva, spesso sentimentale nel senso più nobile del termine: capace di parlare d’amore senza cinismo e di malinconia senza retorica.
Come la canzone con cui a 66 anni torna in gara per la quinta volta a Sanremo, undici anni dopo la sua ultima partecipazione, quando non riuscì a entrare nella serata finale con il brano Come una favola. «Al Festival non ho mai vinto, ma le mie canzoni hanno poi avuto successo», sottolinea. Una vittoria, in effetti, l’ha conquistata anche lui, ma da autore con Si può dare di più nel 1987. A cantarla sono stati Umberto Tozzi, Gianni Morandi ed Enrico Ruggeri, ma Raf era autore del brano. «Non volli cantarla per problemi di contratti discografici e, soprattutto, perché passare da Self Control a quel brano sarebbe stato un salto troppo grande». Quindi, nessun rimpianto.
Ma, piuttosto che di ricordi, Raf preferisce parlare della genesi del brano con cui è in gara: «Stavo pensando al testo quando da un cassetto è spuntato un biglietto ritagliato da un vecchio quaderno con le pagine ingiallite», racconta Raf. «Era la mia promessa di matrimonio scritta a macchina dal prete, in spagnolo, perché sposai Gabriella nel 1996 a Campo Florido, un piccolo villaggio vicino l’Avana. La promessa chiudeva con: “Hasta que la muerte nos separe”. Io in quel frangente la trovai un po’ malinconica, così la cancellai e la cambiai scrivendo con la matita, sullo stesso biglietto: “Ahora y para siempre”».
Da qui Ora e per sempre, la ballata sentimentale, con un pizzico di elettronica vintage nell’arrangiamento, che presenta al Festival. Non è solo una canzone, è un insieme di fotogrammi di vita vissuta, è un racconto autobiografico che prende forma attraverso parole cariche di verità.
«Vivo serenamente questo momento, voglio divertirmi e ce la metterà tutta affinché sia così. Voglio che questo Sanremo entri nell’album dei miei ricordi più belli», commenta Raf. «Ora e per sempre è la storia d’amore di due persone che si sono conosciute verso la fine degli anni ’80 e che continuano a vivere insieme, confrontandosi con un mondo che è completamente cambiato e che loro non avrebbero mai potuto immaginare così. Questo amore che attraversa gli anni è contestualizzato rispetto a quello che è la realtà».
Il brano è scritto insieme al figlio Samuele. Un progetto nato quasi per caso, tra le mura di casa. «La canzone viene da uno spunto di mio figlio», spiega il cantante. «Dovevo aiutarlo a costruire la melodia di un ritornello, mi sono messo al piano e abbiamo iniziato a lavorarci insieme. Poi mi ha detto: “Forse è meglio se la fai tu, te la cedo volentieri”».

Il rapporto con il figlio Samuele è uno dei cardini di questa fase artistica e anche personale dell’artista. «Con mio figlio amiamo ritrovarci a tavola tutti i giorni», racconta. «È un rito che conserviamo con cura. Io ho un piccolo home studio, lui ha il suo, lavoriamo lì. Con difficoltà, perché lavorare con i figli è una delle cose più complicate».
Raf non nasconde le tensioni, tipiche di ogni rapporto padre-figlio. «Samuele è molto sensibile. C’è sempre stata una sottile polemica tra noi, ma crescendo è diminuita. Ora ha 25 anni, è più affrontabile. Il suo punto di forza è la scrittura, ha un linguaggio più attuale del mio. È bello sapere di aver scritto a quattro mani con mio figlio».
Gli anni Ottanta nel cuore anche nella scelta del brano per la serata delle cover di venerdì 27 febbraio, quando sul palco dell’Ariston Raf duetterà con i The Kolors sulle note di The Riddle, brano icona di quel favoloso decennio, della popstar britannica Nik Kershaw.
Cosa resterà di Raf? Restano le canzoni, certo. Ma resta soprattutto un’idea di pop come linguaggio aperto, capace di attraversare il tempo senza smarrire se stesso. E non è poco.
Dopo l’esperienza sanremese, Raf si dedicherà all’attività in studio per registrare il suo nuovo album e si appresterà a vivere una calda estate di live in tutta Italia del tour Infinito – Estate 2026, che salperà il 16 luglio da Capurso (BA) per chiudere il 20 settembre al Barrocci Festival di Sant’Angelo di Gatteo, passando l’11 agosto dal Teatro di Verdura di Palermo e il 12 agosto dall’Anfiteatro Falcone e Borsellino di Zafferana Etnea (CT).
