– Il rapper porta un country all’italiana, ironico e narrativo, un catalogo di stereotipi, frizioni e verità sul nostro Paese. E nella serata dei duetti canta “E, la vita la vita” con Cochi Ponzoni, Paolo Rossi, Paolo Jannacci e Ale & Franz
– «Reinventarsi è l’unico modo per continuare a divertirsi. Io sono in continua evoluzione, contamino, sperimento. La vita cambia e voglio che la mia musica mi rifletta». «Ora è tutto globalizzato, basta guardare “Stranger things” o il K-pop»
C’è un momento, al Festival di Sanremo, in cui l’Ariston smette di essere solo un teatro e diventa un luogo simbolico. Quest’anno, tra paillettes e consuetudini pop, quel momento potrebbe arrivare sulle note di un violino country e con un saloon immaginario piantato nel cuore della Riviera ligure. Il merito è di J-Ax, che con Italia Starter Pack porta al Festival un’operazione tanto spiazzante quanto coerente con la sua storia: un country all’italiana, ironico e narrativo.
Il brano, uno dei più riconoscibili della kermesse, è un catalogo di stereotipi, frizioni e verità sul nostro Paese, raccontato «come ci vedono da fuori», dice Alessandro Aleotti, 53 anni, milanese, ex Articolo 31, artista che da trent’anni fa della contaminazione una cifra identitaria. Il country, spiega, lo ha scelto perché «è uno dei pochi generi in cui ci sono ancora le storie». Un’affermazione che suona come una dichiarazione di poetica: la stessa che lo aveva portato al rap, quando anche lì la narrazione contava più della formula.
Dal rap al country, passando per Milano

Eppure Italia Starter Pack non è un’americanata. È, semmai, una canzone profondamente italiana, che affonda le radici in quella Milano popolare e teatrale che va da Cochi e Renato a Enzo Jannacci. Non a caso, nella serata dei duetti, J-Ax porterà sul palco la Ligera County Fam, che già nel nome fonde la malavita romantica milanese con l’immaginario rurale americano, per cantare E, la vita la vita. È la Milano di Cochi Ponzoni, Paolo Jannacci, Ale & Franz e Paolo Rossi. È la Milano di ieri e di oggi, quella del glorioso Derby e quella più attuale di Zelig. È la Milano che racconta i margini con ironia, compassione e ritmo, la stessa che Jannacci sapeva trasformare in musica urbana prima ancora che esistesse il rap. Di canzoni che nascevano a tavola, attorno a un pentolone da polenta riempito di cassoeula, e non in studio di registrazione.
J-Ax quella lezione non l’ha mai dimenticata. Le collaborazioni con Enzo Jannacci e Pino Daniele restano tra i momenti fondativi del suo percorso: «Jannacci mi disse che avevo una voce fatta per sovrastare i rumori della metropoli. In una frase ha raccontato tutta la mia storia». Ed è forse proprio questo il punto di contatto con il country: una musica nata per emergere dal rumore del mondo e raccontare vite, contraddizioni, comunità.
Un saloon all’Ariston

All’Ariston, J-Ax non arriva da provocatore, ma da osservatore disincantato. Il look alla Johnny Cash, la violinista quindicenne «dal nome più country possibile», Maria Adelaide, l’assenza di Dj Jad: tutto concorre a costruire un’immagine nuova, che non rinnega il passato ma lo attraversa. «Reinventarsi è l’unico modo per continuare a divertirsi», dice. «Io sono in continua evoluzione, contamino, sperimento. La vita cambia e voglio che la mia musica mi rifletta. Quello che faccio adesso mi rispecchia anche in quanto padre e marito». E se il mercato discografico odia il country e i dischi senza featuring, tanto meglio: «Quando dai la botta di testa, la devi dare per bene».
Il risultato è una canzone che gioca con il patriottismo senza scivolare nella retorica, che ironizza sull’Italia senza disprezzarla, che può piacere anche «se ci si ferma in superficie», ma che sotto la scorza leggera nasconde uno sguardo politico preciso: fisco, salario minimo, sanità pubblica. J-Ax non urla più slogan come un tempo, ma non ha smesso di dire la sua. Semmai ha cambiato tono.
C’è anche una riflessione più ampia, dentro Italia Starter Pack: quella sul colonialismo culturale. «Siamo stati colonizzati dagli americani ben prima della guerra», dice J-Ax, salvo poi ricordare che anche il cinema e la musica italiani hanno influenzato l’immaginario globale. «Adesso è tutto globalizzato, basta guardare Stranger things o il K-pop. Abbiamo il melting pot ma restiamo pur sempre colonizzati». È un gioco di specchi continuo, come lo è la sua musica: rap, pop, rock, ora country. Generi che diventano maschere per raccontare sempre lo stesso tema: l’identità in movimento.
In fondo, J-Ax resta un artista profondamente milanese, anche quando guarda al West. Come Jannacci, come Cochi e Renato, usa il paradosso e l’ironia per parlare di cose serie. Come quando cantava Ohi Maria «e mezza Italia pensava che l’avessi dedicata alla Madonna o a Maria De Filippi». E forse è proprio questo che rende Italia Starter Pack una canzone sanremese anomala ma centrata: perché sotto il cappello da cowboy c’è ancora il ragazzo dei Navigli, cresciuto tra storie, rumori e contraddizioni. E deciso, ancora una volta, a raccontarle.
