– C’è già una premiata: riconoscimento per il testo di “Qui con me” dell’artista pugliese. L’Accademia della crusca promuove con la sufficienza le canzoni: «Parlano l’italiano di tutti i giorni, festival colloquiale»

Il Festival di Sanremo ha già un primo vincitore: è Serena Brancale. Alla canzone con cui è in gara, Qui con me, è stato assegnato il “Premio Lunezia per Sanremo 2026”. Il testo del brano dell’artista pugliese, che è una lettera d’amore alla madre scomparsa sei anni fa, è stato ritenuto interessante, oltre che per il profilo contenutistico, anche per le sfaccettature e un’armonia di scrittura che lo rendono potenzialmente musical-letterario.
«Nell’impegno di una sola scelta indichiamo, quindi, l’opera di Serena Brancale», si legge nella motivazione del Patron Stefano De Martino. «Perché madre e figlia hanno le stesse cellule. Due universi, il qui e l’altrove, che si cercano e si trovano. Un’opera che entra per pathos e parole centrate. Un testo di sicura potenzialità musical-letteraria».
Un premio che va a un’artista che negli anni ha saputo distinguersi per originalità e solidità del proprio percorso. Con “Qui con me” aggiunge oggi un nuovo tassello a un cammino artistico in costante crescita, nel segno della ricerca sonora e dell’attenzione alla scrittura.
C’è una canzone alla radio che suona e che parla di noi.
“qui con me” (Alfredo Bruno, Carlo Avarello, Fabio Barnaba, Noemi Bruno, Salvatore Mineo, serena brancale)
Di quell’amore che resterà sempre, non passerà mai.
E quando ti penso lo sento arrivare quel brivido dentro che attraversa il cuore,
in questo silenzio sento la tua voce,
calma, la rabbia, la sete, la fame e non cambierà
quella complicità che da bambina cercavo nei tuoi occhi e che per sempre mi accompagnerà.
E se ti portassi via da quelle stelle
per cancellare il tuo addio dalla mia pelle scalerei la terra e il cielo
anche l’universo intero
per averti ancora qui con me.
E ti parlo come se mi stessi accanto
due gocce d’acqua non si perdono nel mare mai,
e poi guardami ma quanto ti assomiglio
nelle mani, nell’amore che mettevi ogni volta nelle cose
ed ogni giorno era sempre da festeggiare
Sono anch’io così
Noi così simili
Noi così simili
Quanta vita ruba il tempo
Oltre i limiti ti sento
So che sei ancora qui con me.
Con me, con me
Il premio è arrivato nella giornata in cui Lorenzo Coveri, già professore ordinario di Linguistica italiana all’Università di Genova e accademico corrispondente dell’Accademia della Crusca, ha promosso con la sufficienza le canzoni dei trenta “Big” del Festival. «La lingua delle canzoni in gara a Sanremo 2026 è interessante ma non sorprendente: non ho trovato testi davvero originali», ha sentenziato Coveri, tra i massimi studiosi della lingua della canzone italiana.
«Quest’anno non mi pare di aver notato dei veri e propri neologismi sanremesi», spiega il professor Coveri. «Sono presenti però molte componenti del lessico: pochi dialettismi (il napoletano in LDA & Aka 7even e in Sal Da Vinci), non molti forestierismi (anglismi di routine; francesismi: chic, bagarre, damblé in Voilà di Elettra Lamborghini), ispanismi (bailando contigo asì in Samurai Jay), pochi giovanilismi (tipo in Lamborghini), pochissimi (rispetto all’anno scorso) disfemismi (quasi tutti detabuizzati: fottuto e fottere, casino, stronzo, coglioni), molti invece termini ed espressioni del linguaggio famigliare e colloquiale».

Forse un tempo si poteva parlare di lingua “sanremese”, con riferimento a un certo tradizionalismo, ad un genere prevalentemente melodico e dal contenuto quasi esclusivamente amoroso. «Oggi le cose sono molto cambiate, anche se il tema dell’amore(più spesso sfortunato) continua a prevalere in almeno due terzi dei testi», sostiene l’accademico della Crusca. «Però la lingua dei testi festivalieri si è molto avvicinata all’italiano quotidiano, soprattutto a tratti del parlato contemporaneo, come la dislocazione a sinistra, il che polivalente, la frase scissa, la sintassi nominale, e moltissimi riferimenti intertestuali ad altre canzoni (di Mogol-Battisti, De André, De Gregori, Dalla) e alla cultura pop (Sayf cita Berlusconi, Cannavaro, Tenco)».
Secondo il professor Coveri, è difficile parlare di “lingua italiana” tout court che emerga dall’analisi complessiva dei testi del Festival diretto da Carlo Conti. «Un po’ perché, nelle ultime edizioni della rassegna canora (ossia a partire dalla direzione Amadeus, ma anche prima) si è decisamente allargato il ventaglio dei generi (dalla canzone d’autore al pop, dal rap alla trap, dal funky all’urban), cui corrispondono altrettante varietà di linguaggio (per restare solo a quello verbale)», analizza il linguista. «E poi, perché l’italiano, quando diventa “lingua per musica”, si piega alle necessità metriche della musica, si adatta cioè alle esigenze della cosiddetta “mascherina” musicale. Salvo eccezioni, sono le parole a doversi conformare alle note, non viceversa. Ecco perché, ma in maniera più sistematica e stringente nella canzone di ancien règime (prima del 1958 con l’esplosione di Domenico Modugno) si trovano tante rime baciate, specialmente in monosillabi, tante inversioni sintattiche, Non un italiano allo specchio, quindi, non un italiano “vero”, ma un italiano “verosimile”».
A parere dell’accademico della Crusca, «alcuni cascami di questa “grammatica” della canzone tradizionale si trovano anche nei testi 2026: amore/fiore (Arisa), cantieri/neri/seri (Fulminacci), a volte con intenti ironici, come in bollicina/pellicina (Dargen D’Amico); tra le braccia tue (il rapper Luchè)».
