– La rampolla di famiglia dell’omonima azienda automobilistica torna a sfrecciare sul palco dell’Ariston nel segno di allegria, ballo, spensieratezza, leggerezza
– «Guerre, femminicidi, rapine. E per non parlare della tragedia successa a Crans Montana… Non mi sembra banale in questo momento pensare a vivere nonostante tutto»
– L’omaggio a Raffaella Carrà nella serata dei duetti: «Adoro la sua voglia di divertirsi, di danzare, di positività: per me è un simbolo veramente potente di felicità»
Ci sono eredità che si portano come un cappotto di cachemire, e altre che si indossano come un body fluo tempestato di strass. Elettra Lamborghini appartiene con fierezza alla seconda categoria.
Nata in una dinastia dove il rombo del motore è una lingua madre e il cavallino rampante è quasi un animale domestico, Elettra avrebbe potuto scegliere la via più prevedibile: un’esistenza silenziosa tra consigli d’amministrazione, rally privati e aperitivi con vista su patrimoni che fanno girare la testa più di una centrifuga detox. Invece no. Ha scelto la strada più rumorosa: quella del reggaeton.
E qui sta il primo colpo di scena. In un Paese dove i figli dei ricchi spesso si dedicano all’arte della discrezione, Elettra ha fatto dell’eccesso una poetica. Ha preso il cognome che profuma di benzina super e lo ha portato in pista non con un V12, ma con un beat latino e una coreografia che sembra uscita da un carnevale di Rio con il Wi-Fi.
«Non parlo mai della mia famiglia ma so che è inevitabile che ci siano pregiudizi e che quindi la gente preferisca premiare chi ha fatto la gavetta rispetto a chi un cognome conosciuto. All’inizio della carriera questo mi buttava giù, ora spero solo che quando il pubblico ascolterà la canzone cambi idea».

Quando nel 2020 è salita sul palco del Festival di Sanremo con Musica (e il resto scompare), molti hanno avuto un attimo di smarrimento collettivo: ma davvero una Lamborghini canta? Sì, canta. E soprattutto balla. E se ne frega. «Finita l’esibizione della prima serata sono tornata in camerino convinta di aver spaccato. Tutti quelli del mio staff mi hanno guardata: “È andata di merda”. Ci sono rimasta male ma c’erano stati problemi tecnici… In gara è andata come andata, ma il pezzo poi ha funzionato».
La sua cifra è l’autoironia esibita come un tatuaggio nuovo: grande, colorato, impossibile da ignorare. In un’epoca che si prende terribilmente sul serio – tra dibattiti social, indignazioni a chilometro zero e analisi sociologiche su qualsiasi cosa respiri – Elettra sembra dire: rilassatevi. È solo intrattenimento. È solo glitter. È solo libertà di essere sopra le righe senza chiedere scusa.
Certo, i puristi storcono il naso. Il reggaeton non è esattamente Monteverdi, e le sue canzoni non ambiscono a essere citate nei manuali di letteratura. Ma forse è proprio questo il punto. In un’Italia che spesso confonde la leggerezza con la superficialità, Elettra rivendica il diritto al kitsch come forma di espressione. Un kitsch consapevole, studiato, quasi strategico.
«Prendo un’altra strada, perché non mi sembra banale in questo momento pensare alla leggerezza, a ballare e a vivere nonostante tutto. Non è una sfida da poco», sostiene. «Magari non sembra, ma io sono una persona che più passa il tempo e più diventa super sensibile: online vedo solo disgrazie, è diventata un po’ la normalità leggere solo notizie negative. E questo mi butta terribilmente, mi fa veramente tristezza, mi fa anche paura il futuro. Guerre, femminicidi, rapine. E per non parlare della tragedia successa a Crans Montana, tutti quei poveri ragazzi… ho pianto una settimana. Sono stata ragazzina anche io e sarebbe potuto succedere anche a me. Ma pensare sempre soltanto alle cose negative mi porta veramente a deprimermi e a non voler nemmeno più uscire di casa. La cura forse sta proprio nel cercare di dare un po’ di positività in tutto questo marciume, che purtroppo non credo che andando avanti negli anni migliorerà… Mi piace molto intrattenere le persone: se non lo faccio che comunque ho allegria e spensieratezza nell’animo, chi lo deve fare?».

Lei spera di mostrarsi alla platea sanremese in modo diverso. Nel frattempo, fra la prima volta e questa c’è stato il capitolo televisivo: giudice, opinionista, presenza scenica che non passa inosservata. Ogni volta che appare in prima serata, il telecomando sembra chiedersi se cambiare canale o restare ipnotizzato. Di solito resta. Perché Elettra è un fenomeno che funziona così: o la ami o la critichi, ma difficilmente la ignori. Ed è questa, nel mondo dello spettacolo, la vera cilindrata.
«Vorrei mostrare una versione più adulta e seria di me e spero di cantare bene», è il suo augurio. «Poi nella serata delle cover si balla e ci si diverte». Quando sarà raggiunta alle Las Ketchup per scatenarsi al ritmo di Aserejé: «Sono carica come una balestra, guarda, non vedo l’ora. Ovviamente avevo anche altre opzioni, però poi ho detto: è talmente tanto iconica questa cosa! Siamo quattro belle donne sul palco, potrebbe essere un messaggio positivo».
- Nel brano viene citata più volte Raffaella Carrà…
«È stato uno dei giganti della televisione, della musica italiana. L’ascoltavo anche da piccola. E poi ho fatto un quesito sui social chiedendo qual è la canzone che quando siete in discoteca vi fa scattare in piedi a ballare: hanno detto tutte le canzoni della Carrà. Adoro questa voglia di felicità, di divertirsi, di ballare, di positività, l’idea che una canzone ti faccia alzare dalla sedia e fare il trenino, per me è un simbolo veramente potente di felicità. Con Raffaella, soprattutto in questo periodo, mi sento molto affine. Sarà che è lei di Bologna, sarà che è una persona così poliedrica, che si è sempre espressa nel bene, non ha mai detto una parola a fuori posto, sapeva ballare, cantare, intrattenere. Poi lei è intoccabile, attenzione, non oso paragonarmi a lei, ma credo che avere un’ispirazione sia importante. Poi cantava “a fare l’amore comincia tu”, è stata la prima che ha sdoganato questa cosa».

Il paradosso è che dietro l’immagine ipercolorata si intravede una disciplina quasi imprenditoriale. La costruzione del personaggio è meticolosa, la gestione dei social è chirurgica, la presenza mediatica calibrata come una campagna pubblicitaria. Non è solo un’ereditiera che canta: è un brand che si racconta.
E allora viene il sospetto che Elettra Lamborghini abbia capito qualcosa che molti sottovalutano: nell’era dell’attenzione frammentata, il talento non è solo saper fare qualcosa bene, ma saper occupare uno spazio simbolico. Lei lo occupa con paillettes, bassi potenti e una risata che sembra dire: «Sì, sono una Lamborghini. E allora?».
Forse, sotto sotto, il suo successo racconta più di noi che di lei. Racconta un Paese che critica l’ostentazione ma segue con devozione chi osa ostentare senza complessi. Racconta il bisogno di leggerezza in tempi pesanti. Racconta la voglia di un carnevale permanente, dove per qualche minuto il rumore copre i pensieri.
E in fondo, se proprio dobbiamo scegliere tra un motore che ruggisce e uno che borbotta in silenzio, tanto vale alzare il volume. Con buona pace dei puristi. E con una certezza: nel traffico dello spettacolo italiano, Elettra non usa la freccia. Sorpassa.
