Storia

Verso Sanremo / ERMAL META: porto Gaza al Festival

Il cantautore in gara con “Stella stellina”, una filastrocca per una bambina palestinese: «Restituisco la voce di un popolo che è sulla bocca di tutti, ma è senza voce»
«Forse la paternità mi rende più sensibile, o responsabile. Così mi sono chiesto: come lo spieghi ad una figlia che di una bimba come lei è rimasta solo una bambola?»
«Eurovision? Con il messaggio che ha la mia canzone, penso che sarebbe sbagliato non andarci». Dopo l’Ariston l’esperienza da maestro concertatore alla Notte della taranta

Terzo posto tra i Big con Vietato morire e Premio della Critica Mia Martini nel 2017. Vittoria con Non mi avete fatto niente (con Fabrizio Moro) e quinto posto all’Eurovision Song Contest nel 2018. Terzo posto con Un milione di cose da dirti, premiata per la migliore composizione musicale, nel 2021. 

Al Festival di Sanremo Ermal Meta ha sempre fatto incetta di podi, premi della critica e vittorie indimenticabili: «L’ultima volta è stata nel 2021 e il mio ultimo ricordo del festival è di una sala vuota per il Covid, “giù i braccioli, su i braccioli”, la genialata di Fiorello, però la presenza del pubblico cambia tutto», ricorda. «Non vedo l’ora di provare di nuovo quella sensazione che, anche se hai tutta l’esperienza del mondo, ti stringe lo stomaco un attimo prima di uscire sul palco che ancora non so ancora se mi piace o no».

Quest’anno torna con la canzone Stella stellina e con un tema scottante. È tra le rovine di Gaza (anche se non la nomina mai), stretto “tra muri e mare”, con una delle ninne nanna più dorate della nostra infanzia. Ma, accompagnato da un sottofondo mediorientale e dall’oud (una «trovata dell’amico di sempre» Dario Dardust con cui farà anche il duetto), quello che canta è una morte ingiusta di uno dei tanti bambini palestinesi. Una piccola che non ha nome né volto, ma solo manine che fino a poche ore prima stringevano forte una bambolina.

Stella stellina/ la notte si avvicina/ non basta una preghiera per non pensarci più. Dalla collina si attende primavera/ ma non c’è quel che c’era/ non ci sei più tu

ermal meta

«Torno con una canzone urgente, che si è dettata da sola. Stavo inventando un motivetto per mia figlia Fortuna Marie, le piace molto quando suono la chitarra per lei, ed ho vomitato parole poco adatte all’occasione. Avevo visto immagini di bambini senza un futuro, anzi senza un presente», racconta. «Restituisco la voce di un popolo che è sulla bocca di tutti, ma è senza voce. Non volevo, però, essere didascalico. Se esistessero altri luoghi dove si consumano barbarie simili il brano potrebbe parlare di quei posti. Ma è nato perché lo sguardo di una bimba di Gaza mi aveva trafitto. Forse la paternità mi rende più sensibile, o responsabile. Così mi sono chiesto, da adulto, da padre: come lo spieghi ad una figlia che di una bimba come lei è rimasta solo una bambola?».

L’essere un padre – della piccola Fortuna, nata nel 2024, ma anche di due ragazze conosciute con la sua compagna in un orfanotrofio in Albania e adottate – ha cambiato la «mia sensibilità artistica, che è molto assoggettata a quella umana», spiega. «La tua capacità di essere empatico aumenta, quindi quando il tuo cuore si allarga in qualche modo e la tua pelle si assottiglia, probabilmente filtrano altre cose…».

Nel nuovo album di inediti Funzioni vitali in uscita il 27 febbraio, il tema della guerra continua con il brano Droni. Perché Ermal Meta canta i piccoli palestinesi ma non dimentica i bambini vittime delle guerre del mondo: «Può essere una qualunque bambina innocente, è ovvio che sia così, perché i bambini non devono pagare il prezzo della follia degli adulti», sottolinea. «Certo io racconto ciò che mi ha spinto a scriverlo, quindi da dove arriva la luce che entra nel prisma. Ma poi può andare a finire in tante direzioni diverse, può espandersi. Non facciamo l’errore di definire “guerra” quello che succede a Gaza, perché non è una guerra, è un massacro».

Nell’album, si avvertono richiami a Lucio Dalla. «Lucio è un modello altissimo. Credo che un cantautore abbia il dovere di essere fedele a se stesso. E io lo sono, quando canto dei doni/droni, del sangue a Gaza, della nostalgia che mi provocano dei vecchi Levi’s 501, dell’elogio della semplicità di Spaghetti in bianco, del sogno di viaggiare nel tempo di DeLorean».

Infine, visto il tema della canzone con cui è in gara a Sanremo, non si può non parlare della sua posizione sull’Eurovision: «Ci ho riflettuto abbastanza e penso che ci siano diversi modi di protestare. L’Albania per 47 anni ha vissuto sotto il tallone d’acciaio della dittatura comunista e non potevi protestare apertamente, perché finivi direttamente fucilato o impiccato. C’era un altro modo per protestare ed era il silenzio, informarsi in modo diverso, in maniera alternativa. Anche lì se ti beccavano finivi nei campi di concentramento o meglio di “rieducazione politica” li chiamavano. Nell’89 è caduto il muro di Berlino e delle teste si sono levate senza avere la paura di essere staccate, come è accaduto a mio nonno a solo 30 anni. Poi è arrivato il ‘90 e i movimenti studenteschi si sono sollevati con una tale forza tutti insieme. Tutto è partito da Tirana, io quel giorno c’ero in piazza e ho visto cos’è successo: se quel giorno non ci fossero state le persone in piazza non avremmo raggiunto la libertà». E aggiunge: «Ci sono diversi modi per protestare, uno di questi è il silenzio, uno è anche boicottare e un altro è esserci e dire la propria. Con il messaggio che ha Stella Stellina, penso che sarebbe sbagliato non andarci».

Dopo l’Ariston un tour nei club e l’esperienza da maestro concertatore alla Notte della taranta.

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