Disco

VAN MORRISON riscopre le origini

 – L’irlandese torna al tempo in cui la musica non era una truffa, come indica il titolo dell’album “Somebody Tried to Sell Me a Bridge” che ricorda il Totò che tenta di vendere la Fontana di Trevi
– Chiama a collaborare leggende come Taj Majal, Elvin Bishop e Buddy Guy e mette insieme venti tracce dedicate al blues, riscoprendo pezzi raramente ascoltate, rivitalizzando classici

Somebody Tried to Sell Me a Bridge è il titolo del nuovo album di Van Morrison. “Qualcuno ha cercato di vendermi un ponte”: sembra una battuta, e la mente corre a Totò e Nino Taranto, protagonisti di una celebre scena comica nel film Totòtruffa ‘62 , in cui i due truffatori cercano di vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista americano, fingendosi proprietari e commercianti. E invece no, non è una battuta. È una frase che pesa, che dice molto più di quello che sembra. Perché i ponti, nella storia popolare, sono da sempre il simbolo della truffa, dell’inganno raccontato con voce gentile, della promessa troppo bella per essere vera.

Come Totò, che non vende solo un monumento impossibile, ma vende un’illusione (e chi compra, in fondo, vuole essere ingannato), Van Morrison racconta qualcosa di molto simile. Somebody Tried to Sell Me a Bridge denuncia un atteggiamento. Di chi promette passaggi facili, scorciatoie spirituali, soluzioni semplici a problemi complessi. «Ho visto passare troppe storie ben confezionate», sembra dire Morrison. «E ho imparato a riconoscerle». Il ponte, qui, è metafora di tutto ciò che viene offerto come salvezza rapida, come rivelazione pronta all’uso, come scorciatoia per il successo.

Se la musica di oggi è una truffa, allora, Van Morrison va alla riscoperta delle radici, delle origini: le roots,  il blues. Invitando a collaborare persino leggende come Taj Majal, Elvin Bishop e Buddy Guy. Somebody Tried to Sell Me a Bridge, in uscita il 23 gennaio, è un’ampia esplorazione di venti tracce dedicate al blues, la musica che è sempre stata un ingrediente fondamentale nella sua lunga storia. I fan più anziani ricorderanno che Morrison ha iniziato come cantante rock e soul di stampo blues con il gruppo Them. Anche se nel corso dei decenni ha virato verso jazz, rockabilly, r&b, folk, pop, musica celtica, country e skiffle, il blues è stato spesso incorporato nel suo sound.

Anche il tono, in qualche momento, sembra simile a quello di Totò: gioca, sorride, danza. Come nell’apertura con due versioni big band esilaranti di Kidney Stew Blues e King for a Day Blues, due brani poco noti di Eddie “Cleanhead” Vinson. Sebbene vi siano alcuni brani originali sparsi, Morrison scava principalmente in selezioni spesso oscure di Sonny Terry e Brownie McGhee (Can’t Help Myself e un vivace shuffle di When It’s Love Time), così come BB King (una chiusura sorprendentemente emozionante di Rock Me Baby scoppietta con il calore extra dell’assolo pungente di Buddy Guy).

Il classico di Fats Domino Ain’t That a Shame riceve una radicale revisione. Morrison lo rallenta a tempo di ballata, pompa il brano con una delle sue voci più emozionanti e aggiunge cantanti gospel femminili, rendendolo quasi irriconoscibile in questa nuova e straordinariamente fresca veste. John Lee Hooker è sempre stato un punto di riferimento (Morrison è stato ospite in alcuni dei suoi album), quindi non sorprende sentire una cover di Deep Blue Sea. Questa versione accelera il ritmo, aggiunge la chitarra di Bishop, fa spazio all’armonica di Van e conferisce un approccio più boogie a questo gioiello folk blues.

Si va ancora più indietro, a Leadbelly per una vivace On a Monday, con l’aggiunta di Taj Mahal al duetto di voce, armonica e banjo, per un altro momento clou dell’album. Morrison sfoggia la sua conoscenza del deep blues con una cover di Delia’s Gone di Blind Blake, una vivace ballata sull’omicidio, ancora una volta con l’armonica di Mahal. L’originale Monte Carlo Blues di Morrison ci porta in Texas per uno shuffle untuoso con il pianista Mitch Woods.

Bobby “Blue” Bland è stato un’influenza costante, il che spiega la presenza della sua You’re the One (That I Adore), eseguita con la rinomata grazia e classe di Bland. Guy ottiene un altro riconoscimento, questa volta per voce e chitarra, in I’m Ready di Willie Dixon, una delle scelte più riconoscibili di questo set.

La title track di Van è un altro tentativo di affrontare la politica che, pur essendo abbastanza blues, risulta liricamente incongrua nel mezzo di questo sentito tributo ad alcuni degli artisti più venerati della musica. Mentre la sua lenta composizione blues Loving Memories, pur essendo autoriflessiva, è energizzata da una voce bruciante e dal duro assolo di chitarra di Bishop. Dimostra che la passione del cantante non si è attenuata fin dai suoi primi lavori.

Riscoprire brani raramente ascoltate, rivitalizzare classici e offrire performance impressionanti che sembrano provenire da un artista che ha la metà dei suoi anni, è davvero prodigioso. Indipendentemente da quanti altri album gli siano rimasti (Van sembra voler competere con Willie Nelson e Neil Young per il maggior numero di uscite a fine carriera), il livello di intensità e talento mostrato in Somebody Tried to Sell Me a Bridge conferma una leggenda che non tramonta mai. 

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