– Le mamme evocate, ringraziate, inquadrate. I figli d’arte. La promessa di fedeltà coniugale. Le famiglie riunite. Perfino il cardinale Ravasi ha “benedetto” le bad girl delle Bambole di pezza
– E poi gli appelli contro il bullismo, le lezioni sulle dipendenze giovanili, l’inclusività, le testimonianze sul dolore dalla top model Bianca Balti ai bambini di Gaza cantati da Ermal Meta
– Un clima idilliaco che non può essere turbato da un bacio saffico, prontamente censurato, o da una polemicuccia sul trasporto di Mogol in elisoccorso, né da una lite fra padri famosi
«Più che un festival democristiano, è cristiano e democratico. Cristiano perché ci sono riferimenti alla mia modestissima fede, e democratico perché aperto a tutti». Così Carlo Conti spiegava le caratteristiche del suo quinto festival. In effetti, quest’anno Sanremo appare come un inserto staccabile di Famiglia Cristiana con i santini profumati al raduncolo. Se negli anni scorsi si temeva lo scandalo, oggi si teme che qualcuno non saluti la mamma in diretta.
Le mamme, appunto: evocate, ringraziate, inquadrate. C’è chi le cita nel ritornello, chi le porta sul red carpet come reliquie viventi, chi le tiene in tasca come il fazzoletto ricamato. Il Festival è diventato una gigantesca festa della mamma con orchestra sinfonica. Altro che groupie: qui la fan numero uno ha partorito l’artista.
Con Serena Brancale sul palco, a dirigere l’orchestra, è venuta quest’anno la sorella maggiore Nicole, docente al conservatorio di Bari. E soprattutto il brano in gara, Qui con me, è un inno struggente alla mamma morta nel 2020, e, alla fine dell’esibizione nella prima serata, l’artista pugliese non è riuscita a trattenere le lacrime. Si è commosso anche Gianluca Gazzoli, sul palco per accompagnare le Nuove Proposte: «Pochi mesi fa è mancata la mia mamma, e ora mi ritrovo a coronare il sogno della mia vita, cioè stare su questo palco, nel giorno del suo compleanno».
C’è poi il “maranza” Sayf accompagnato dalla mamma come alla visita medica scolastica: lei controlla che abbia mangiato, lui che non stecchi. Teneri, certo. Ma l’epica del rock è stata sostituita dalla logistica domestica. Il camerino sembra una cucina alle sette di sera.
Rispettare le promesse
Sul versante sacramentale, Sal Da Vinci celebra il matrimonio come fosse un bene rifugio. In tempi di relazioni a termine, lui canta il “per sempre” con l’ostinazione di chi crede ancora nelle bomboniere. L’Ariston si trasforma in sala ricevimenti: bouquet lanciato dalla galleria, orchestra che fa da coro parrocchiale, applausi come chicchi di riso.
«Per sempre sì è un brano manifesto, un inno all’amore che dura per sempre con tutta la dose di impegno e anche di fortuna che questo comporta», spiega il cantante di Rossetto e caffè. «Non è una canzone autobiografica, ma cela un messaggio positivo che parte dalla promessa, o, meglio, a mantenere fede a tutto quello che in qualche modo ci impegniamo a fare nella vita. È un pretesto raccontare la storia dell’amore con il giorno più bello del matrimonio, il giorno del sì, ma alla base di tutto c’è la promessa, nei tempi in cui viviamo la promessa è sempre un po’ labile, un po’ latente, corre e va dove vuole. Spesso appena arriva un temporale, scappiamo perché non riusciamo ad affrontarlo, o meglio non riusciamo ad affrontare la sconfitta, e invece le sconfitte ti aiutano nella vita a fare un passo in avanti».
Lo ha vissuto lo stesso Sal Da Vinci, pseudonimo di Salvatore Michael Sorrentino, nato 56 anni fa a New York, napoletano nell’anima. Poco dopo aver conosciuto la sua anima gemella, Paola, l’aveva lasciata dopo un litigio. Superato il momento negativo, si sono sposati e oltre quarant’anni dopo Paola è sempre al suo fianco, anche in questi giorni a Sanremo. È lei la donna alla quale l’artista partenopeo ha dedicato Per sempre sì.
Raf, in gara con Ora e per sempre, brano scritto con il figlio Samuele e dedicato alla sua storia d’amore con la moglie Gabriella Labate, coinvolgerà nella serata cover sul palco anche la figlia Bianca: «Avere la mia famiglia qui mi fa vivere tutto con più serenità. Essere qui, riuniti in questa occasione, rende tutto più leggero nonostante i tantissimi impegni. Sembra quasi una vacanza», spiega il cantautore.
La protesta di Alessandro Gassman
I figli d’arte sfilano come in un romanzo ottocentesco, ma con sneakers candide. «Papà Gianni? Mi ha detto “bravo”, con una paterna pacca sulle spalle, di quelle da padre, di una certa “gen”. Un “bravo” che vale quanto una montagna scalata», sorride Tredici Pietro, figlio di Morandi, che viene raggiunto dal papà nella serata delle cover per duettare sulle note di Vita. Aiutino contro il quale è sceso in campo Alessandro Gassman, papà di un altro figlio d’arte, Leo. L’attore contesta le regole di Sanremo che imponevano ai parenti dei cantanti in gara di non salire sul palco per promozioni personali. «Le regole non sono uguali per tutti», ha detto piccato riferendosi alla performance a sorpresa di Gianni Morandi con il figlio Tredici Pietro. A LDA, papà Gigi D’Alessio ha consigliato di «stare sempre tranquillo», di rimanere se stesso, senza dimenticare di «mettere la sciarpa».
È un festival da libro Cuore. Dal potente l’omaggio a nonna Ornella Vanoni da parte di Camilla Ardenzi, con Eternità, alla testimonianza sul bullismo, dall’inclusione alla testimonianza di Bianca Balti sulla battaglia contro il tumore, dalla lezione del controverso docente, youtuber e divulgatore scientifico Vincenzo Schettini su disagio e dipendenze giovanili alla ninna nanna di Ermal Meta ispirata dai bimbi spezzati di Gaza o al Coro dell’Antoniano contro ogni guerra.
E quando perfino il cardinale Gianfranco Ravasi sembra posare una mano virtuale sul capo delle ragazze cattive delle Bambole di Pezza, capisci che la rivoluzione è finita in sacrestia. Il punk benedetto, la cresta pettinata, la rabbia con moderazione. Più che “No future”, “No, grazie, dopo il rosario”.
Sanremo non scandalizza più: rassicura. È il grande abbraccio nazionale dove tutti, prima o poi, dedicano una strofa a chi li ha messi al mondo e una promessa a chi li sopporta ogni giorno. Il peccato massimo è dimenticare i ringraziamenti.
L’ordine è smussare le polemiche
Perfino il governo si è voluto adeguare a questa atmosfera cattolico-cristiano mettendo a disposizione di nonno Mogol (in quota Fratelli d’Italia) un elicottero dei Vigili del Fuoco per il trasferimento da Roma a Sanremo e ritorno per ritirare il premio alla carriera. Con il consenso di chi paga le tasse e di chi avrebbe potuto avere bisogno del mezzo di soccorso. Protesta l’opposizione. Ma nella settimana santa di Sanremo dobbiamo essere tutti più buoni.

L’ordine è smussare gli spigoli, spegnere subito qualsiasi accenno di polemica, evitare eccessi che possano provocare reazioni, turbare l’ordine pubblico. Anestetizzare tutto. L’esuberanza di Laura Pausini, le provocazioni di Tonypitony. Tutto deve rientrare nell’ambito della normalità. Così, nel corso della diretta della serata della cover, il regista ha evitato di inquadrare il bacio saffico che si sono scambiate Levante e Gaia. Tranne gli spettatori dell’Ariston, nessuno l’ha potuto vedere. Per buona pace del mondo cattolico e democristiano.
E così, tra un “ciao mamma” e un “amore mio per sempre”, il Festival si conferma il nostro rito laico più cattolico di tutti: confessionale, sentimentale, assolutorio. Non si esce trasgressivi, ma migliori. O almeno convinti di telefonare a casa appena finita la diretta.
In fondo, il vero vincitore è il salotto. Quello dove si guarda il Festival di Sanremo con la nonna che commenta gli abiti e la mamma che dice «bravo, canta con sentimento». E tutti, sul divano, un po’ figli d’arte di qualcuno.
