Storia

Un “Pegno d’ammore” per la musica del Sud

– Dall’incontro fra la voce e la tammorra del posteggiatore Pino Ruffo e i due ricercatori musicali Giacomo Pedicini e Francesco Paolo Manna nasce un album di una bellezza struggente che custodisce la memoria popolare e la rilancia nel presente senza musealizzarla: la tradizione come qualcosa che continua a camminare
– Il cantante, “figlio del mare”, porta il respiro salmastro delle onde. «Io vorrei avere due vite, una per fare il pescatore, l’altra per fare la musica». Tammurriate, tarantelle, cialome, canti di lavoro, ma anche funky ed echi caraibici, fanno da colonna sonora a storie di lavoro duro, emigrazione, devozione, festa, desiderio, ironia

Definire Pino Ruffo è difficile: artista popolare, narratore contemporaneo, percussionista, custode di tradizioni e innovatore sonoro. «Pino è un trovatore metropolitano adottato», secondo Giacomo Pedicini, straordinario musicista dai vasti orizzonti musicali che prese parte all’esperienza Spaccanapoli prodotta dalla Real World di Peter Gabriel e che adesso ha “adottato” Ruffo nel riaprire una nuova ricerca sulla world music.

Forse, però, la definizione più autentica per Pino Ruffo resta quella suggerita dalla sua stessa storia: figlio del mare. Un mare che lo ha cresciuto con la sua luce e le sue ombre, insegnandogli che ogni onda porta con sé una storia da ascoltare. E lui, quella storia, continua a trasformarla in musica. 

Non è solo una metafora: la sua voce porta il respiro salmastro delle onde, il rumore secco delle barche tirate a riva, il canto antico dei pescatori che sfidano l’alba. Cantautore e percussionista, Ruffo è un artista che ha fatto dell’orizzonte la sua cifra stilistica, intrecciando poesia e ritmo in un racconto sonoro che profuma di Mediterraneo. Lo possiamo ascoltare nell’album ‘O Cunto ro Mare, un racconto di Pozzuoli e dei pescatori che lo hanno visto crescere, e lo rintracciamo in Pegno d’Ammore, il lavoro uscito a fine febbraio nel quale gli orizzonti sconfinati di Ruffo e Pedicini s’incontrano con quello altrettanto infinito di Francesco Paolo Manna (percussioni), cuore pulsante del disco, capace di evocare riti, danze e paesaggi mediterranei attraverso ritmi ancestrali che respirano e sostengono ogni racconto sonoro.

La coperrtina del disco

«Il mio rapporto con il mare è molto forte», racconta Pino Ruffo. «Ho fatto il pescatore, papà teneva la barca di nove metri e le reti di posta, quelle che si buttano la sera per la mattina. Io vorrei avere due vite, una per fare il pescatore, l’altra per fare la musica. Sono un musicista con l’amore per il mare. Io ci sono cresciuto con il mare, con mio padre andavamo a pesca. Quando sei cresciuto da piccolo in mezzo al mare sono emozioni indescrivibili. Ogni tanto vado a trovare gli amici di mio padre pescatori. Pozzuoli ha una comunità molto importante per la pesca». 

Pino Ruffo con il padre quand’era pescatore

Pino Ruffo ha abbandonato il mare quando, a causa dei primi allarmi per i fenomeni di bradisismo, fu costretto a lasciare il Rione Terra di Pozzuoli. «Avevo 10 anni e la mia famiglia si trasferì a Porto Ercole, in Toscana, dove mio padre avrebbe potuto continuare la sua attività di pescatore», ricorda. «Poi mia sorella, un po’ più grande di me, volle tornare. A me sarebbe piaciuto restare là, con il senno di poi sono contento di vivere qui a Napoli. Sto a Monte Ruscello, a Pozzuoli, dove c’è un agglomerato di case popolari di puteolani».

Pino Ruffo

Ogni giorno, carica l’automobile con le sue tammorre, e affronta il traffico napoletano per raggiungere il suo posto di lavoro. Che è la strada di Spaccanapoli, le pizzerie e i ristoranti di San Gregorio Armeno. «Faccio il posteggiatore», dice con orgoglio. Perché a Napoli è una nobile arte che si tramanda da più di un secolo e indica un musicista ambulante tradizionale. «Per il 90% canto in napoletano, ma faccio anche Khaled, Buena Vista Social Club, musica etnica. In Leva Lè, un brano che mi ha fatto scoprire Francesco Manna, si sente l’Africa».

Leva Lè è una delle tracce di Pegno d’Ammore. È una cialoma, un antico canto popolare, di origine araba, delle tonnare siciliane e calabresi. Ed è uno dei momenti più ritmici del disco, fra echi caraibici e funky, nel quale appare anche il sax di Daniele Sepe. «È un brano sviluppato secondo l’insegnamento dei Weather Report e, per questo motivo, ho invitato Daniele Sepe. È una “work song” sullo stile di quelle dei canti di lavoro blues», spiega Giacomo Pedicini. 

Se il disco precedente cominciava e finiva con il suono del mare, questo mantiene il filo rosso, sin dalla tammurriata inziale, Madonna Assunta. «Un brano nostro», sottolinea Pino Ruffo. «Mio padre ci teneva a questo pezzo per la madonna Assunta che è la protettrice dei pescatori e il 15 agosto a Pozzuoli si fa una grande festa come in altri posti».

C’è Napoli, c’è Pozzuoli, c’è il Cilento in Pegno d’Ammore, ma ci sono anche il canto passionale gallipolino di Lu Ruciu te lu mare, c’è Oi Riturnella, già ripresa da Eugenio Bennato con Musicanova, testimonianza di un passato non molto lontano legato alla povertà e allo stesso tempo al sentimento di rivalsa e alla resilienza di un popolo fiero quale quello calabrese. 

Pino Ruffo, Giacomo Pedicini e Francesco Manna

«La scaletta gira attorno a tutto il Sud», illustra Giacomo Pedicini. «Il fulcro è anche Pino, questa sorta di uomo della strada, lo vedo come un menestrello, un trovatore, una persona che porta gioia e racconta storie durante le sue passeggiate nel centro storico di Napoli. Pino fa molti più concerti di qualsiasi rockstar, suona mediamente 300 volte all’anno, due volte al giorno, con la sua voce e la tammorra. Il suo è un canto naturale. Ogni giorno lo libera per strada, senza palco e senza orari, attraversa la città a colpi di strofa, incidendo i vicoli con il suono e costringendo i muri ad ascoltare. In cambio, Napoli gli affida i suoi racconti».

Se Pino Ruffo è la tradizione, Francesco Manna l’archivio sonoro, Giacomo Pedicini (bassi, chitarre, arrangiamenti) costruisce architetture leggere e ponti invisibili tra ieri e oggi, con una scrittura moderna, luminosa e mai invadente.

«Questo è l’intento e l’idea», conferma Pedicini. «L’ultimo brano, Cilentana, che è un canto a fronna, di sola voce, l’ho pensato come se il contadino protagonista della canzone, mentre cammina in sella al suo cavallo, pregasse all’animale di riuscire a fare questa salita molto ripida perché deve andare a vendere i prodotti. Dal suono pacato della campagna arriva nella città caotica, piena di smog e di persone che non ti ascoltano. Questa immagine è quella che volevo dare: fino a che punto si può spostare la world music? Ed è quasi la storia di Pino, che da Pozzuoli ogni giorno prende la macchina e si trova nel caos cittadino e deve fare in modo di essere ascoltato. In questa ricerca c’è qualcosa di mio e anche di Francesco Manna sul fronte delle percussioni. Io vengo dall’esperienza di Spaccanapoli, con la quale sono entrato dalla porta principale nella musica etnica. Ho sempre cercato di andare avanti per non rimanere legato a una concezione di musica popolare didascalica, quasi da turismo».

La musica di Pegno d’Ammore non è cartolina. È bellezza struggente e, insieme, teatro di storie: il lavoro duro, l’emigrazione, le vite sospese tra una riva e l’altra, devozione, festa, desiderio, ironia e malinconia. La musica diventa strumento di testimonianza, capace di dare voce a chi spesso resta ai margini. Un album che custodisce la memoria popolare e la rilancia nel presente senza musealizzarla: la tradizione come qualcosa che continua a camminare.

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