Disco

TORTOISE: il nostro post-rock “copia e incolla”

– Torna la band di Chicago che aprì la strada a una musica dalle infinite influenze. Per registrare il disco “Touch” sono andati nello studio del compianto Steve Albini
– «Lui però era rimasto un documentarista piuttosto severo. Il nostro processo è diventato un po’ l’opposto di quello». «La nostra è una musica mallealbile, progettata per essere remixata»

All’alba degli anni ‘90, Chicago attraversava una grave depressione: il settore manifatturiero in declino aveva trasformato la città in una “ghost town”. Condizioni non ideali per aprire un negozio, ottime invece per dare vita a una band. Era il 1991 quando il bassista Doug McCombs e il batterista John Herndon si trasferirono in un magazzino di quasi 4mila metri quadrati al largo di Grand Avenue. I due avevano fondato i Tortoise (Le Tartarughe) l’anno prima, inizialmente concependo il progetto come una sezione ritmica freelance sulla scia del duo reggae Sly e Robbie. «L’idea era di suonare con i nostri amici, come musicisti di sessione, ma non venivamo pagati», dice McCombs. Il loro loft divenne uno spazio per le prove. Cominciarono a invitare altri musicisti, costruendo una sala insonorizzata per le jam session.

Da lì sono emersi suoni incredibili. I primi dischi dei Tortoise proponevano un modo radicalmente nuovo di fare musica: influenzato dall’etica e dalla mentalità dell’indie rock, ma tecnologicamente avanzato, con le orecchie spalancate. Nel 1996, pubblicarono l’elegante e oceanico Millions Now Living Will Never Die, con una miriade di influenze che vorticavano nelle sue profondità: dub reggae e krautrock, musique concrète e minimalismo classico, con il tutto che scorreva in uno.

I Tortoise erano innovatori, ma la loro musica rifletteva anche la città che li circondava. Oltre agli affitti economici, Chicago aveva un’infrastruttura culturale diversificata, dai locali rock e dai club da ballo a istituzioni più accademiche come l’Art Institute di Chicago e la comunità contemporanea d’avanguardia AACM. 

Dal prestigioso conservatorio musicale Oberlin College proveniva il loro percussionista John McEntire, che introdusse marimba, vibrafono e una conoscenza delle tecniche di produzione all’avanguardia. Dalla prestigiosa Berklee School usciva invece Jeff Parker, chitarrista jazz educato con uno stile meravigliosamente languido. Avevano anche influenze dalla musica dance. Parallelamente ai Tortoise, Herndon stava lavorando con i Deadly Dragon Sound System, un collettivo di DJ che avrebbe fatto girare il dub e il vinile dancehall nel locale di Chicago The Empty Bottle. Tutto ciò che i Tortoise ascoltavano, veniva adattato alla loro musica. Divennero presto gli emissari statunitensi di un nuovo suono: il post-rock. 

Solo McCombs e Bitney sono rimasti a Chicago; Parker e John Herndon sono andati a vivere a Los Angeles, mentre McEntire si è trasferito a Portland. Herndon se n’è andato per motivi familiari. (I suoi figli hanno seguito le sue orme: Hollis è il rapper virale 2hollis, che ha 4,1 miloni di ascoltatori mensili su Spotify dove Tortoise ha 115k, e Angus è nella band hardcore Start Today.) Ma anche il lento creep della gentrificazione ha avuto un ruolo.  Domani, mercoledì 24 ottobre, i Tortoise pubblicano il loro primo album in nove anni, Touch, un lavoro cominciato nel 2021 ma che, a causa delle distanze, di un luogo per le prove comune, è slittato nel tempo. 

La copertina dell’album

La sessione finale è stata una sorta di ritorno a casa. Insieme si sono ritrovati all’Electrical Audio, lo studio di Chicago fondato dal loro defunto amico, il musicista e ingegnere audio Steve Albini. Come Albini, i Tortoise sono emersi da una comunità rock underground degli anni ‘80 caratterizzata dall’autosufficienza fai-da-te. Notoriamente, Albini ha avuto un approccio alla registrazione analogico senza fronzoli. «Albini è rimasto un documentarista piuttosto severo. Il mio processo è diventato un po’ l’opposto di quello», dice McEntire, che si è occupato della produzione del disco. «Il mio concetto è che la sua musica sia “malleabile”, progettata per essere remixata, ricontestualizzata o decostruita».

La musica dei Tortoise prospera ancora sul metodo del “taglia e incolla”. Una contaminazione giocosa attraversa Touch, dalle atmosfere spaghetti western a quelle fantascientifiche fino alla pulsante techno. Specchio dell’album è la copertina, un collage dell’artista Paw Grabowski che mette in primo piano uno scorpione di metallo scolpito dal padre di McEntire.

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