– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo un album che diede la scossa al rock agli inizi del nuovo millennio
All’inizio del nuovo millennio il rock sembrava aver perso la voce. Troppo grande, troppo compiaciuto, schiacciato tra l’eco degli anni Novanta e una modernità che non gli apparteneva più. Poi, nel 2001, da New York arrivò un disco breve, diretto, apparentemente semplice, che fece una cosa essenziale: ricordò a tutti che il rock poteva ancora essere necessario. Is This It, album d’esordio della band The Strokes, non fu soltanto un successo clamoroso: fu una scossa culturale.
Ascoltato oggi, Is This It suona ancora come una fotografia sgranata ma perfettamente a fuoco: chitarre asciutte, ritmi serrati, canzoni che sembrano scritte di getto ma che nascondono una precisione quasi maniacale. Julian Casablancas canta come se stesse parlando da un’altra stanza, la voce filtrata, distante, impastata nel mix. Non è un vezzo: è una scelta estetica che racconta alienazione, giovinezza urbana, notti lunghe e mattine senza promesse.
New York non era mai andata via

C’è molta New York in questo disco, ma non quella patinata delle cartoline. È la città dei locali piccoli, dei club fumosi, delle band che suonano guardandosi le scarpe e imparano a stare insieme prima ancora di imparare a essere famose. Is This It prende l’eredità dei Velvet Underground, dei Television, dei Ramones, e la restituisce senza nostalgia, senza citazionismo sterile. È un disco che guarda indietro per andare avanti.
Brani come Someday o Last Nite sembrano costruiti su strutture classiche, quasi elementari, ma è proprio lì che sta il segreto: il rock torna a essere canzone, non dimostrazione. Tre minuti, un’idea chiara, un ritornello che resta. Nessuna sovrastruttura, nessuna ansia di essere “importanti”. E invece, proprio così, lo diventano.
Is This It non ha l’arroganza del manifesto, ma la sicurezza di chi sa di avere qualcosa da dire. The Strokes non spiegano il mondo: lo abitano. Parlano di relazioni stanche, di aspettative tradite, di una giovinezza che scorre veloce senza dare il tempo di capire dove si sta andando. La domanda del titolo — Is this it? — non è retorica: è una vera inquietudine generazionale.
La produzione, volutamente lo-fi ma mai sciatta, restituisce un senso di urgenza controllata. Ogni suono è al posto giusto, ogni imperfezione è parte del racconto. È un disco che sembra registrato in presa diretta, anche quando non lo è, e che proprio per questo suona autentico.
Aprì le porte a una nuova ondata

Dopo Is This It, nulla fu davvero uguale. Non solo perché aprì la strada a una nuova ondata di band — Interpol, Yeah Yeah Yeahs, Franz Ferdinand — ma perché rimise al centro l’idea che il rock potesse ancora essere giovane, essenziale, credibile. In un’epoca di iperproduzione, The Strokes scelsero la sottrazione. E vinsero.
A distanza di anni, Is This It resta un disco fondamentale non perché ha cambiato tutto, ma perché ha rimesso in moto qualcosa che sembrava fermo: il desiderio di suonare, di scrivere canzoni, di farlo senza chiedere il permesso a nessuno.
Is This It è un album che non invecchia perché non cercava di essere eterno. È figlio del suo tempo, e proprio per questo continua a parlare anche oggi. È il suono di una porta che si apre, di una band che entra in scena senza fare rumore e finisce per prendersi tutto. Una domanda semplice, quella del titolo. Una risposta che il rock aspettava da tempo.
