– “La nascita” è il titolo del nuovo album del cantautore romano: «Una sorta di autoanalisi, dove si racconta tanto di me». Riavvolge il nastro di una esistenza per trovare una vita senza errori e traumi. Un disco puro, artigianale, tutto suonato in solitaria
– «La perdita di mia madre e le tante relazioni interrotte sono fra i miei sensi di colpa. Durante il Covid pensai di abbandonare, non mi sentivo accettato come musicista dalla società». In tour da fine novembre: sei tappe in Sicilia il prossimo marzo
Ci sono artisti che non inseguono il rumore del presente, ma si muovono ai suoi bordi, come se cercassero un varco, una via d’uscita dalla superficie. The Niro – nome d’arte dietro al quale si cela Davide Combusti – appartiene a questa specie rara. La sua voce, le sue canzoni, la sua traiettoria, sembrano disegnare la parabola di chi non vuole semplicemente “esserci”, ma “significare”.
Quando apparve sulla scena, ormai più di vent’anni fa, con quel primo disco omonimo in inglese, The Niro sembrava una meteora venuta da altrove: una scrittura colta, fragile e cosmopolita, che evocava Jeff Buckley e Nick Drake, più che la tradizione cantautorale italiana. Ma non era imitazione. Era, piuttosto, il segno di un disagio lucido: quello di un artista cresciuto in una lingua non sua, eppure capace di farla vibrare con una verità che appartiene solo ai poeti.
Con il passare del tempo, Combusti ha spostato la sua bussola. Ha cominciato a cantare in italiano, come chi accetta un ritorno inevitabile. Non un compromesso, ma un approdo. Dischi come Best Wishes, The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas Songbook o Un mondo perfetto rivelano un autore che non teme l’ibrido, anzi lo abita. C’è il gusto per la melodia e la parola, ma anche un bisogno di introspezione quasi pittorico, come se ogni brano fosse una tela da riempire di luce e ferite. È in questa fragilità che The Niro trova la sua forza. La sua musica non urla mai, ma lascia un’eco lunga, un respiro che rimane anche dopo il silenzio.

È il caso anche del suo ultimo lavoro, intitolato La nascita, in uscita venerdì 14 novembre. Un disco puro, che non cerca colpi ad effetto, perché è fiducioso nella musica e nella poesia: forse proprio per questo oggi potrebbe quasi apparire alieno. La sua bellezza può arrivare solo da un ascolto attento: lasciato in sottofondo ha poche chance di imporsi, e potrebbe scolorire in un ingombrante anonimato.
La nascita è come il pane fatto in casa. Profumato, fragrante, alveolato. E fra le pareti dell’appartamento romano nel quale vive Davide Combusti lo ha “sfornato”. Come un artigiano, suonando tutti gli strumenti, riscoprendo le sue origini di batterista. Restano gli elementi gentili e garbati del songwriting, i fini ricami, con in più il desiderio di rannicchiarsi su se stessi, fino a tornare nel grembo della madre. In undici brani, The Niro riavvolge il nastro della sua esistenza per cercare un altro punto di partenza o un approdo sicuro.

«Tutto il disco ruota attorno al brano che dà il titolo all’album», spiega il quarantasettenne autore romano. «Lo avevo in testa fin da quando ho cominciato a lavorare al disco e volevo raccontare un ritorno alla nascita. Non tanto una rinascita, ma avevo bisogno di resettare, di rivivere la vita che avevo vissuto. Mi sono immaginato una esistenza priva di traumi e di errori. La vita ci mette sempre davanti a momenti belli e brutti, relazioni che funzionano e non funzionano, lutti, dolori. Mi sono chiesto: “Come si possono superare questi momenti?”. Giusto nascendo di nuovo. Quindi, nella canzone, io rivivo a ritroso l’esistenza immaginandomi oltre la morte e prima della nascita, per vedere dove ci sono stati i momenti chiave della vita».
- E hai individuato gli errori commessi?
«Certamente, la perdita di mia madre dieci anni fa. Magari un senso di colpa, avrei voluto starci di più. Oppure gli errori a livello relazionale: ho avuto tante relazioni che alla fine non hanno funzionato. Sotto il Covid mi ero pentito di aver scelto la strada della musica, visto che la musica è stata trattata malissimo durante la pandemia. Nel momento in cui non ho potuto più fare il mio lavoro mi sono chiesto quanto fossi necessario all’umanità, quanto fossi minimamente accettato dalla società in quanto musicista. Tante cose mi hanno mandato in crisi. Nel dopo-Covid avevo proprio smesso di provare amore per la musica e ho cominciato a disegnare. Mentre disegnavo la musica è ritornata sottotraccia e poi è esplosa. Le melodie che mi ronzavano in testa si sono moltiplicate. Adesso, ad esempio, sto scrivendo tantissimo».
- Questo è un album molto intimo, introspettivo, nel quale coraggiosamente metti in mostra quelle fragilità che hanno sempre lambito le tue canzoni, ma che forse mai prima d’ora non erano uscite così forti e chiare nella tua arte.
«Sì, è come se fosse una sorta di autoanalisi, dove si racconta tanto di me. Come nel brano Ulisse nato in un momento nel quale non sapevo che direzione prendere: mi sono immaginato a bordo di una barca al buio sballottato in un oceano sconfinato, dove nessuna direzione poteva sembrare quella giusta e che in ogni caso avrebbe deciso il mare e non io. Non sapevo se avrei trovato un porto sicuro dove approdare, se mi sarei salvato. È stato un momento in cui mi sentivo smarrito. Quel brano mi ha fatto capire che dovevo fare qualcosa. Ho ripreso un po’ in mano l’esistenza e la musica è la mia grande compagna di viaggio nell’analizzarmi».
In un contesto sociale sfibrato, estenuato, impaurito, incredulo per tutto quello che sta accadendo, fantasmi della guerra inclusi, la dignitosa vulnerabilità di La nascita appare plausibile e adeguata. Servono il coraggio della fragilità e della sensibilità, serve non aver paura di riconoscersi deboli e impauriti, serve tenere in vita la speranza dopo aver preso consapevolezza che in sua assenza ci ritroveremmo immobili e irrigiditi nell’angoscia.
Sono tanti i diamanti incastonati in questo lavoro: dall’iniziale La Nascita, vero capolavoro, carica di tensione, emozione e di echi degli U2, a Nessun rimpianto che si regge sul contrasto fra il mood malinconico e la sottotraccia reggae. Dall’indie-rock di Borderline ai sussurri acustici di Rainy Days. Ai riferimenti di sempre – Tim Buckley, Nick Drake, Sufjan Stevens – si aggiungono i Radiohead, che ispirano la stupenda Bergman. La percussiva e cupa Tarantola che comincia in italiano per passare all’inglese, capovolgendo i ruoli di vittima e carnefice. E questo alternarsi di lingue è un’altra caratteristica dell’album.
«L’inglese non l’ho mai lasciato, anche perché mi chiedono spesso di comporre per il cinema e vogliono solo brani in inglese, perché il brano in italiano su film italiano lo rende troppo identitario», chiarisce Davide Combusti. «In questo caso, a parte Borderline e La nascita, gli altri brani sono rimasti con la lingua con la quale sono nati. La nascita, e qui c’è il gancio con la copertina, nasce prima inglese e in questa versione parlo di un seme, il brano si chiama The seed, il seme, appunto. È la storia di questo seme che fa di tutto per nascondersi nella terra perché non vuole avere a che fare con nessuno, però la sua natura è quella di uscire fuori, di essere attratto dalla luce e di diventare pianta. Quando ho scritto il testo in italiano mi è venuto tutt’altro e al momento dell’ideazione della copertina avevo necessità di realizzare qualcosa che fosse un sunto fra le radici, legate alla versione inglese del brano, e la nascita, un feto. È venuto fuori questo feto ramificato».

- Giochi con la voce, cambiando spesso tonalità e ricorrendo al falsetto. Ma mai urlato. Anche nella rabbiosa Tarantola.
«A differenza di altre volte, il falsetto è meno sparato. È tutto più tenue in questo lavoro. Ho lavorato di sottrazione per aumentare il senso del pudore, volevo che non aggredisse l’ascoltatore. Che questo disco diventasse un compagno di viaggio. Quando ho scritto Tarantola ero arrabbiato, non sopporto l’ipocrisia delle persone, soprattutto se mi stanno accanto».
- C’è un legame fra Tarantola, Bergman e Borderline?
«Tutte e tre parlano di mostri, ma come se fossi io, perché è facile puntare il dito sugli altri. Tarantola è l’illusionista, il carnefice; Bergman il manipolatore, fotografa l’assenza di empatia che ultimamente ho riscontrato sempre più spesso intorno a me. È un po’ lo specchio di questi tempi bui. A volte anch’io mi sono sentito così: capace di ferire il prossimo senza rendermene conto. Borderline è il soggiogatore, l’ho scritta ispirandomi ad alcune figure che ci attraversano la vita come comparse ostinate. Si aggirano ovunque, nella vita privata come nei palazzi del potere, in famiglia come nei telegiornali. Figure stabili nell’arte di negare l’evidenza, di mentire senza avvertirne il peso. Immuni al dubbio, al senso di colpa, alla minima incrinatura interiore. A loro, ho voluto dedicare un anti-inno. Un piccolo trofeo d’onore all’assenza di vergogna. E così Borderline suona come una risata leggera tra le macerie. Un ritornello da fischiettare mentre il mondo, senza più imbarazzo, si gira dall’altra parte. Mi assumo io la responsabilità di parlare in prima persona di questi aspetti dell’umanità che a volte possono diventare parte di noi quando prevalgono rabbia o rancore. Non ci sono solo persone da libro Cuore nella vita».
Borderline è il soggiogatore, l’ho scritta ispirandomi ad alcune figure che ci attraversano la vita come comparse ostinate. Si aggirano ovunque, nella vita privata come nei palazzi del potere, in famiglia come nei telegiornali. Figure stabili nell’arte di negare l’evidenza, di mentire senza avvertirne il peso. Immuni al dubbio, al senso di colpa, alla minima incrinatura interiore. A loro, ho voluto dedicare un anti-inno. Un piccolo trofeo d’onore all’assenza di vergogna. E così Borderline suona come una risata leggera tra le macerie.
The niro
Il viaggio di The Niro nella propria esistenza finisce con Rainy Days, giorni di pioggia che sembrano lacrime, sognando “una giornata di sole / Così bella / Dove posso vivere / Fuori dalla porta /Fuori dal mio pavimento”.
In un panorama spesso dominato da urgenze effimere, Davide Combusti continua a essere un corpo estraneo e necessario. Un artigiano della canzone, capace di trasformare l’introspezione in suono, e la malinconia in forma. In un tempo che ha fretta di dimenticare, The Niro ricorda che la musica, a volte, è ancora un luogo dove si può restare.
E, a conferma del momento creativo che l’artista sta attraversando, è già in lavorazione un nuovo album legato a una mostra multimediale sul corpo femminile: «Sarà composta da 18 disegni di 18 corpi, con 18 canzoni e 18 racconti», annuncia.
Nel frattempo, si prepara per rimettersi “on the road” con un tour che parte a fine novembre per proseguire nel 2026, percorrendo in lungo e largo il Paese. «In alcune date sarò con la band, in altre in versione acustica». Grande attenzione alla Sicilia, con la quale Davide Combusti ha uno stretto legame. Accadde a un concerto di Carmen Consoli a Londra nel 2007, da lui aperto, che The Niro venisse notato da un manager della Universal, che lo mise sotto contratto. E con l’etichetta ViceVersa ha pubblicato il terzo album The Ship nel 2012. «Un legame che si è rafforzato quando nel 2010 partecipai al X Tributo a Francesco Virlinzi», ricorda. «Conobbi Nica Midulla Le Pira, la mamma di Francesco, e Simona Virlinzi, con le quali la frequentazione è continuata oltre il Tributo. Sono come una seconda famiglia».
Queste le date del tour:

28/11/2025 Zoobar | Roma
05/12/2025 Sala Vanni | Firenze
07/12/2025 Dogana | Eboli (Sa)
19/12/2025 Deliri Cafè Bistrot | Sora (Fr)
09/01/2026 Scumm | Pescara
10/01/2026 Osteria Infinito | Grottammare (Ap)
16/01/2026 Bookique | Trento
01/03/2026 Candelai | Palermo
02/03/2026 Pausa Live Studio | Modica (Rg)
03/03/2026 Zo | Catania
04/03/2026 Pop | Siracusa
06/03/2026 Mug | Comiso (Rg)
07/03/2026 Zoo Tv | Brucoli (Sr)
20/03/2026 Germi | Milano
27/03/2026 Catomes Tot | Reggio Emilia
03/07/2026 Live in Yurta | Cuneo
