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Super Bowl, lo show batte lo sport

– Alta tensione per l’esibizione di Bad Bunny nell’halftime. Sarà una «festa enorme, il mondo danzerà», annuncia l’artista portoricano fresco di Grammy. In molti si aspettano messaggi politici contro Trump. In diretta domenica 8 febbraio su Mediaset
– Il presidente americano non partecipa, definendo una «scelta terribile» la presenza del rapper all’appuntamento seguito da milioni di spettatori. È il giorno in cui l’America si siede sul divano, accende il televisore e guarda se stessa riflessa nello schermo

L’Italia ha il Festival di Sanremo, la Germania l’Oktober Fest, gli Stati Uniti hanno il Super Bowl, il grande appuntamento sportivo-spettacolare che richiama milioni di spettatori davanti al televisore. Negli USA, parlare di Super Bowl significa avvicinarsi non soltanto allo sport, ma a un crocevia di emozioni, identità culturale e consumo spettacolare che attraversa ogni fibra dell’animo nazionale. La partita di football che assegna il titolo di campione della National Football League è la finale di una stagione cominciata mesi prima; ma l’eco del nome “Super Bowl” ha ben poco a che fare con il puro agonismo sportivo. È piuttosto una sorta di festa civile, un’occasione in cui l’America si specchia, si esibisce e, spesso, si ritrova divisa. 

Ci sono partite in cui il pallone domina l’attenzione, certo. Ma per molti milioni di americani — e sempre più per spettatori in tutto il mondo — la finale NFL è soprattutto un evento totalizzante: una cerimonia di fine inverno, uno spettacolo televisivo d’immenso rilievo e un fenomeno sociale che travalica lo stadio. 

Super Bowl Sunday

La “Domenica del Super Bowl” — “Super Bowl Sunday” — è spesso descritta come una festività non ufficiale. Non esiste sul calendario civico, eppure ogni anno milioni di cittadini sospendono temporaneamente la routine. È il Ringraziamento senza tacchino, il Natale senza regali, il 4 luglio senza fuochi d’artificio ma con gli stessi colori addosso. È l’America che si riconosce tribù, non nazione: amici, famiglie, colleghi, perfetti sconosciuti uniti dal rumore di fondo della televisione. In pratica è il giorno in cui il Paese si siede sul divano, accende il televisore più grande che possiede e guarda se stesso riflesso nello schermo, come davanti a uno specchio un po’ deformante ma sincerissimo.

Il football è importante, certo. Ma non è essenziale. Milioni di spettatori non saprebbero spiegare la differenza tra un blitz e un offside, però sanno perfettamente quando arriva l’intervallo, quali pubblicità aspettare e chi canta nell’halftime show. Il Super Bowl è l’unico evento sportivo in cui la partita deve contendersi l’attenzione con tutto il resto.

Lo spettacolo che batte lo sport

Poi arriva il momento in cui il football si fa da parte. Quindici minuti di intervallo che valgono più di quattro quarti di gioco. L’halftime show è la vera cerimonia centrale: non serve a far riposare gli atleti, serve a raccontare chi comanda nella cultura pop.

Una volta c’erano le bande musicali e le majorettes. Poi è arrivato Michael Jackson e ha cambiato le regole. Da allora il palco del Super Bowl è diventato una specie di Vaticano laico dello spettacolo globale: chi ci sale è consacrato, chi manca viene notato.

Ogni edizione racconta qualcosa del Paese: performance epiche, come quella di Prince sotto la pioggia, oppure di grandi star come Rihanna o Usher, possono diventare vere e proprie istantanee della cultura americana. I momenti di mezzo secolo di storia mediatica — dalle coreografie patriottiche anni Ottanta alle provocazioni artistiche degli ultimi anni — rivelano quanto lo spettacolo e il simbolismo s’intreccino fino a diventare inseparabili. 

La politica supera lo spettacolo

Ma oggi quel palco riflette anche tensioni sociali più profonde. Ogni esibizione è una dichiarazione politica anche quando finge di non esserlo. Inclusione, provocazione, nostalgia, patriottismo, sensualità calibrata al secondo: tutto è misurato, discusso, giudicato. L’America si divide, come sempre, ma intanto guarda.

Probabilmente lo farà anche il presidente americano Donald Trump, che ha annunciato che non ha intenzione di partecipare domenica 8 febbraio alla partita di quest’anno, a differenza dell’anno scorso, a causa della presenza sul palco di Bad Bunny, definita una «scelta terribile». La scelta di Bad Bunny, fenomeno globale del reggaeton e della musica in spagnolo, come protagonista dell’intervallo del Super Bowl di quest’anno ha scatenato reazioni contrapposte tra entusiasmo e polemiche politiche, segno di una nazione che non ha mai smesso di interrogarsi su lingua, identità e appartenenza.

Bad Bunny è stato l’artista più trasmesso in streaming al mondo per quattro degli ultimi cinque anni e ha un ampio fascino negli Stati Uniti, dove ci sono circa 55 milioni di parlanti spagnoli, la seconda popolazione più grande del mondo, dietro solo al Messico. 

Bad Bunny ha promesso una «festa enorme» dove, secondo il trailer, «il mondo danzerà». Ma non importa la qualità della musica (e per la cronaca, è molto ballabile), il simbolismo di un interprete portoricano di musica in lingua spagnola sul più grande palco della cultura pop statunitense ha già superato lo spettacolo stesso. Lo spettacolo «è diventato più sulla politica che sulla musica». D’altronde, Bad Bunny non ha mai evitato i messaggi politici. Ha criticato il presidente Donald Trump su tutto, dalla sua risposta agli uragani nella sua nativa Porto Rico alla sua politica sull’immigrazione. Ai Grammy domenica, ha detto «ICE out» mentre accettava il suo primo premio televisivo della serata. Il suo ultimo tour ha saltato gli Stati Uniti continentali, perché era preoccupato che i suoi fan potessero essere presi di mira dagli agenti dell’immigrazione.

Da Bad Bunny ai Green Day

A destare tensione non è solo l’esibizione di Bad Bunny, ma anche quella dei Green Day, ai quali è stato affidato l’evento di apertura della finale di football americano al Levi’s Stadium. L’iconica band punk-rock è stata sempre molto dura nei confronti del presidente americano e, quindi, si prevede che il suo concerto includa messaggi contro le sue politiche, anche se per ora si sono limitati a dire: «Divertiamoci! Fai rumore!».

Il gruppo composto da Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool ha utilizzato la musica come spazio di protesta fin dall’inizio della sua carriera, con riferimenti che vengono aggiornati in base al contesto politico. Nella loro esibizione al Coachella nel 2025, i Green Day hanno cambiato il testo della loro canzone American Idiot per includere la frase: “Non faccio parte dell’agenda MAGA”, come gesto contro il movimento “Make America Great Again” del presidente Trump.

«Il problema è che canzoni come questa, negli Stati Uniti, stanno diventando più realistiche con il passare del tempo», ha commentato Armstrong a Rolling Stone. «In origine, quella canzone è stata scritta sulla presidenza di George W. Bush; ma penso che abbia più peso con la presidenza di Donald Trump: una persona che chiaramente non è in grado di guidare il Paese… È un idiota assoluto». Il cantante si è anche espresso contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) incoraggiando il pubblico a cantare: «Fanculo l’ICE» in uno dei suoi recenti concerti.

Le proteste e le polemiche legate al Super Bowl sono ormai diventate una consuetudine. Un po’ come avviene per il Festival di Sanremo. Nel 2016 il disagio dei bianchi si manifestò per i costumi delle Black Panthers di Beyoncé quando prese il controllo dello spettacolo dell’intervallo dei Coldplay. Ci furono reazioni negative nei confronti di Shakira e Jennifer Lopez, due donne latine over 40, quando si esibirono in inglese nel 2020; reazioni negative nei confronti di Dr. Dre e amici nel 2022, con denunce di “razzismo al contrario” da parte della FCC; reazioni negative l’anno scorso nei confronti di Kendrick Lamar, la cui invocazione all’incarcerazione di massa e al razzismo anti-nero attirò 133,5 milioni di spettatori, il numero più alto di qualsiasi spettacolo dell’intervallo del Super Bowl di sempre.

Uno specchio chiamato America

Il Super Bowl, alla fine, è questo: un grande specchio nazionale. Dentro ci trovi lo sport e il business, lo spettacolo e la retorica, l’orgoglio e l’insicurezza. Ci trovi un Paese enorme che per una sera prova a parlare una lingua sola, anche se non è mai davvero d’accordo su cosa stia dicendo.

Il giorno dopo, l’America torna a dividersi, discutere, correre. Ma per qualche ora, la sera del Super Bowl, si è raccontata una storia comune. Con un pallone ovale, una chitarra elettrica e uno spot di patatine. E, come spesso succede da queste parti, si è fatto finta che fosse solo un gioco.

Dove vederlo

La sessantesima edizione del Super Bowl sarà trasmessa in diretta nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 febbraio. a partire dalle ore 00.30 (ora italiana). Nel nostro Paese si potrà vedere su Italia 1 a partire dalle 00:15/00:20 circa. Per chi preferisce seguire l’evento in streaming, verrà trasmesso gratuitamente su Mediaset Infinity e su DAZN per gli abbonati con commento in italiano.

L’evento sportivo più atteso dell’anno vedrà di fronte Seattle Seahawks e New England Patriots, in una sfida che si preannuncia particolarmente spettacolare per l’assegnazione del titolo della NFL. L’Half Time Show di Bad Bunny dovrebbe essere programmato intorno alle 02-02:30.

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