Disco

“Supeflùo” di MARSILI, un concept sulla separazione 

– Il cantautore dall’animo punk torna con un album crudo, grezzo, graffiante: un racconto in nove capitoli che scava negli ultimi anni della vita personale dell’artista etneo, specialmente nella turbolenta fine del suo matrimonio
 – Nove canzoni che «parlano di lacerazioni, di ferite che cominciano adesso a rimarginarsi». Ha ritrovato la serenità tornando nel paese natìo, a Belpasso, fra gli amici che lo hanno aiutato nella registrazione del disco

C’è un momento, nella carriera di ogni artista, in cui la musica smette di essere una forma di espressione e diventa una ferita aperta. Per Felice Briguglio, in arte Marsili, quel momento ha un nome preciso: Superflùo. È il disco in cui il cantautore di Belpasso con una inclinazione punk spegne le luci, chiude la porta e resta solo con i fantasmi. 

Non è un album facile, non vuole esserlo. È un lavoro che respinge, graffia, disturba. E proprio per questo è uno dei dischi più veri, più necessari, più radicali usciti in questo inizio 2026. Uno di quei dischi che non si possono semplicemente mettere sul piatto: bisogna entrarci dentro, come in una stanza male illuminata, dove il tempo si è fermato e tutto ciò che rimane è il suono di una chitarra che geme.

Il suono è sporco, volutamente imperfetto. La voce è spesso fuori fuoco, gli strumenti sembrano sul punto di crollare. Non c’è la ricerca della bellezza, ma della verità. È un disco che sembra inciso di notte, con un bicchiere di vino sul tavolo e le ferite ancora aperte. Un disco carico di dolore, delusioni, disillusioni. Un album che abbandona l’idea di perfezione tecnica che c’era nel precedente Ossario, in cui le registrazioni sono volutamente grezze, con tempi imprecisi e un’atmosfera da jam notturna più che da session in studio, chitarre gracchianti, aspre, grattate, distorsioni.

«Sì è un album più grezzo rispetto ad Ossario: quella produzione così rifinita, anche quelle canzoni orientate verso melodie non minate da nessuna nube non mi rappresentavano pienamente. Soprattutto, non potevano rappresentarmi ora», spiega Felice Briguglio. «Queste canzoni sono nate subito dopo Ossario raccontano un periodo buio, un grande momento critico, che ha avuto il suo culmine nella separazione da mia moglie. Sono dovuto andare via di casa, separarmi dai miei bambini piccoli, dover tornare a casa mia a Belpasso, vivere in mezzo agli scatoloni dei quali parlo nella canzone Appunti e cominciare una nuova vita. È uno dei passaggi che lasciano sgomenti, anche perché avvenuto senza segnali di preavviso, senza logoramenti fatti di litigi e incomprensioni. È accaduto, d’improvviso, subito dopo il lockdown. Questo album, Superflùo, è catartico e liberatorio».

Felice Briguglio, in arte Marsili,

Superflùo – titolo che vuole giocare con i doppi sensi l’essere contemporaneamente vistoso e inutile – è un racconto in nove capitoli: una sorta di diario drammatico e confessionale che scava negli ultimi anni della vita personale dell’artista etneo, specialmente nella turbolenta fine del suo matrimonio. Il brano iniziale, Corna, è «una accorata presa di coscienza, declamata ad alta voce»: “Ci separiamo / Ma non siamo davvero lontani”, canta Marsili. «È una sorta di concept su queste crepe, queste rotture, queste lacerazioni improvvise che sono ferite che cominciano adesso a rimarginarsi». 

Oltre al dolore per la separazione, il distacco dai figli, anche il lutto per la scomparsa del padre putativo, quell’Angelo al quale dedica una canzone, «il secondo marito di mia madre, che mi ha cresciuto dall’età di 8 anni fino al 2019 quando ha perso la battaglia contro il male che lo ha consumato piano piano».

Per ricominciare, Felice Briguglio ha trovato rifugio e conforto nei luoghi della sua adolescenza, nella famiglia, negli amici di gioventù, nel suo paesello, Belpasso, come indica la foto in copertina con un Marsili ai suoi primi passi come chitarrista. 

Ha ritrovato l’amico Giacomo Iannaci, «che è quasi un fratello per me», che lo ha aiutato nella produzione delle canzoni dell’album. «È stata la condizione ideale: ho lavorato in piena libertà», sottolinea Marsili. «Volevo che fosse, a livello di ricchezza musicale, quanto più possibile vicino a Ossariopassando dal rock alla Queens of Stone Age al pezzo con gli archi, dalle atmosfere alla Afterhours fino a Nick Cave, il jazz scherzoso di Catene… C’è tutta la mia voglia di buttare più roba possibile: le nove canzoni del disco sono caleidoscopicamente complete e mi rappresentano nella mia essenza punkettona, amante del rock’n’roll».

Altri due amici appartenenti al microcosmo di Belpasso sono intervenuti nella lavorazione dell’album per suonare gli archi in AngeloVito Germanà e Antonio Longo. Si è incontrato dopo undici anni di vita catanese con l’attrice e cantante Rosa Lao che mette la sua voce in tre brani, LidoTrame e Appunti. E ancora Maurizio Tomaselli, detto “Pantera”, «con il quale abbiamo avuto fidanzate in comune quando eravamo ragazzini», ha rintracciato la foto di un concerto «quando avevo 16 o 17 anni» in una pizzeria di Belpasso: scatto che è finito sulla copertina dell’album. «Si sposava perfettamente con questa raccolta di canzoni così crude, ma anche catartiche». 

Superflùo fa venire alla mente Tonight’s The Nigth di Neil Young. È anche un atto politico, nel senso più profondo del termine. È il rifiuto delle regole dell’industria discografica, della perfezione imposta, del prodotto levigato. È un lavoro lontano da quelle “canzoni / Tutte uguali come i paesaggi / Che vendono al supermercato” (Metabolismo). È un album che non chiede applausi, ma ascolto. Che non vuole essere capito, ma attraversato. E alla fine, quando l’ultima nota svanisce, resta quella sensazione rara: aver ascoltato qualcosa di profondamente umano. Fragile, imperfetto, vero.

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