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Sud e canzoni, il rischio cartolina ingiallita

– C’è un Meridione che si riduce a una ferita permanente, incapace di produrre futuro. Un luogo che si subisce, descritto ricorrendo a banali stereotipi, come quello di “Emigrato” che Carlo Conti ha scelto come jingle di Sanremo 2026
– La canzone di Welo, come “Sicilia Bedda” di Delia e, in parte, “Amori e luci” di Carmen Consoli si collocano dentro questa tradizione narrativa e musicale che finisce per ribadire un immaginario già visto, già sentito, già metabolizzato

C’è un Sud che continua a essere raccontato come una cartolina ingiallita: nostalgia, sole immobile, partenze dolorose, amori assoluti e una bellezza tanto abbagliante quanto paralizzante. Emigrato di Welo, Sicilia Bedda di Delia e, in parte, Amori e luci di Carmen Consoli si collocano dentro questa tradizione narrativa e musicale che, pur con qualità artistiche differenti, finisce per ribadire un immaginario già visto, già sentito, già metabolizzato. È il trionfo degli stereotipi scontati del Sud: terra che si ama soffrendo, che si lascia con rimpianto, che vive più nel ricordo che nel presente.

In Emigrato, il Sud è soprattutto luogo dell’assenza. La sua identità si costruisce per sottrazione: è ciò che manca a chi parte, ciò che resta fermo mentre il mondo va avanti altrove. Il dolore dell’emigrazione è reale, storico, persino fondativo per molte comunità meridionali. Ma quando diventa l’unica lente possibile, il Sud si riduce a una ferita permanente, incapace di produrre futuro. Non un luogo che cambia, ma un luogo che si subisce. 

Un’immagine quasi offensiva del Meridione, che Carlo Conti – nella banalità e superficialità che lo contraddistinguono – ha scelto come jingle del prossimo Festival di Sanremo. “Emigrato, disgraziato, sfaticato / Sono questo, sottoscrivo, punto e a capo / Lavorare non mi va (non va) / Resto in piazza, na-na-na (na-na) / Poi brindiamo con i soldi di qualche invalidità”, rappa il salentino Welo, nome d’arte di Manuel Mariano, fra lo Stato assente, il lavoro in nero, le speranze disattese.

Sicilia Bedda, l’inedito presentato da Delia a “X Factor”, accentua un altro cliché: quello della bellezza assoluta e immutabile. “Suli, ventu, mari / A genti c’arridi, cu mu fa fari / A gghiriminni senza turnari /Cu mu fa fari, Sicilia Bedda”, canta la ragazza di Paternò. La Sicilia come madre generosa, seducente, eterna. Un’isola mitica più che concreta, che rischia di trasformarsi in un alibi: se tutto è già “beddu”, se la bellezza basta a definirci, perché interrogarsi sulle contraddizioni, sulle responsabilità, sulle possibilità di trasformazione? La celebrazione senza conflitto diventa una forma di immobilismo culturale.

Anche Amori e luci, pur nella scrittura raffinata e consapevole di Carmen Consoli, attinge a un repertorio emotivo familiare: il Sud come spazio di passioni totali, di legami viscerali, di una luce che scalda ma acceca. Qui lo stereotipo è più sottile, meno folklorico, ma resta l’idea di un Meridione definito soprattutto dall’intensità emotiva, quasi fosse incapace di freddezza analitica, di distanza critica, di normalità.

Quanto si dimostra attuale il verso “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!” della canzone Malarazza, interpretata da tanti, mai applicata nella realtà. Ecco, il Sud dovrebbe tirare fuori i denti, come hanno fatto a Napoli, da Eugenio Bennato a La Niña, da Pino Daniele e Geolier, rivendicando e contaminando la propria identità culturale. 

Il problema non è raccontare il Sud con amore o malinconia. Il problema è farlo sempre allo stesso modo. Perché così si finisce per confermare, anche involontariamente, lo sguardo esterno che vede il Mezzogiorno come un luogo “altro”: più emotivo, più arretrato, più poetico, ma meno efficace. Un Sud buono per le canzoni, meno per i progetti.

Eppure esiste un altro volto del Sud. Un Sud che non chiede indulgenza né compassione, ma attenzione. È il Sud delle start-up nate nei vicoli dei centri storici, delle università che producono ricerca di qualità nonostante i tagli, dei giovani che riscoprono la campagna e propongono prodotti di qualità. È il Sud di una generazione che non si riconosce né nella retorica dell’emigrazione come destino, né in quella della bellezza come consolazione.

È anche un Sud culturalmente ibrido, che dialoga con il mondo senza complessi di inferiorità: scrittori, musicisti, registi che raccontano territori complessi, contraddittori, vivi, senza bisogno di ricorrere al folklore come scorciatoia narrativa. Un Sud che non rinnega le proprie radici, ma rifiuta di farsene imprigionare.

Raccontare questo Sud significa rinunciare alla comodità dello stereotipo. Significa accettare che il Mezzogiorno non sia un personaggio, ma una società. Non un’emozione, ma un processo. Forse meno “cantabile”, ma infinitamente più vero. Ed è proprio in questa verità, spesso scomoda e poco romantica, che si nasconde il volto migliore del Sud: quello che non chiede di essere idealizzato, ma finalmente compreso.

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