– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo il capolavoro “perfetto e imperfetto” di un’epoca in cui la cultura pop cercava di definire nuove frontiere
Nel 1977, mentre il punk bruciava il suo messaggio incendiario sui palchi di Londra e New York, due musicisti americani dall’aria mite e dall’intelligenza acuta – Donald Fagen e Walter Becker – pubblicavano Aja, un album che sembrava non appartenere né al rock “duro e puro”, né al jazz “ortodosso”, ma piuttosto in quella zona incerta e magnetica dove la musica diventa linguaggio fluido e non riducibile a definizioni. Aja è quel disco: un’opera che guarda avanti senza cancellare ciò che l’ha preceduta, e che ancora oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, appare un monolite di eleganza, precisione e ambizione sonica.
I precedenti album

Guardando oggi alla discografia degli Steely Dan, Aja appare come il punto di equilibrio perfetto tra due fasi ben distinte. Prima c’era stata la stagione più narrativa e “rock” di Can’t Buy a Thrill, Countdown to Ecstasy e Pretzel Logic: dischi pieni di canzoni memorabili, ironia corrosiva, personaggi borderline raccontati con la grazia di chi osserva il mondo con distacco. Poi arrivò The Royal Scam, più duro, più urbano, quasi nervoso, dove il jazz iniziava a farsi struttura più che colore.
Aja sta esattamente in mezzo. È il momento in cui la canzone smette di essere solo una forma pop e diventa un organismo complesso, senza però perdere accessibilità. A differenza di Gaucho, che verrà dopo e porterà il perfezionismo a una sorta di iperrealismo quasi clinico, Aja conserva ancora una tensione emotiva, un senso di rischio controllato. Qui la perfezione non è sterile: vibra, respira, sorprende.
Se Gaucho è l’album della distanza emotiva e dell’elettronica levigata, Aja è quello del corpo umano che suona, anche quando lo fa con musicisti straordinari chiamati a incidere una singola parte, una sola battuta “giusta”. È l’ultimo disco degli Steely Dan in cui si percepisce chiaramente la possibilità dell’imprevisto, anche se tutto è sotto controllo.
Il disco

Il disco – sesto della carriera degli Steely Dan – uscì il 23 settembre 1977 per ABC Records e rapidamente si impose come il loro lavoro di maggior successo commerciale: raggiunse il terzo posto della classifica negli Stati Uniti e il quinto nel Regno Unito, vendendo milioni di copie e guadagnandosi presto uno status leggendario.
Quello che colpisce di Aja fin dal primo ascolto non è tanto una singola canzone — anche se pezzi come Peg, Deacon Blues e la suite omonima sono ormai pietre miliari — quanto piuttosto la coesione di un progetto che non scade mai nella routine. Il perfezionismo estremo con cui Fagen e Becker scelsero ogni nota, ogni musicista di session, ogni arrangiamento, restituisce un’immagine della musica come architettura: complessa, elegante, spiazzante.
La scaletta è un viaggio fra mondi sonori apparentemente distanti: Black Cow apre con un groove morbido e leggermente disilluso, un funk rilassato che sembra rimuginare sulle contraddizioni emotive di testi dal sarcasmo raffinato. La title track Aja, otto minuti di puro jazz-rock, è da anni studiata e celebrata come uno degli incroci perfetti tra sofisticate progressioni armoniche e spontaneità improvvisativa: da un lato la batteria di Steve Gadd dialoga con invenzioni ritmiche ardite, dall’altro il sax di Wayne Shorter sembra sospingere l’ascoltatore oltre i confini del tempo.
Deacon Blues – forse il brano più “umanamente” intimo dell’album – racconta con ambiguità poetica il mito del fallimento artistico: un aspirante jazzista che desidera un nome, anche se quello della gloria può condurre alla solitudine. Peg, con i suoi accordi sofisticati e il suo refrain ipnotico, rappresenta invece l’angolo più “pop” del disco, capace di trascinare le radio pur rimanendo un enigma armonico per molti musicisti.
E questo è in fondo il cuore di Aja: un disco che è insieme perfetto e imperfetto, sofisticato e immediatamente riconoscibile. Non è un album di rock fatto per sfondare casse, né un disco di jazz riservato all’élite degli ascoltatori: è un’opera che incarna una visione musicale totale, dove ogni arrangiamento, ogni fraseggio, ogni frase è frutto di scelte consapevoli e instancabili revisioni in studio.
Un’influenza silenziosa ma profondissima

Forse per questo motivo Aja è diventato, agli occhi di molti critici e appassionati, qualcosa di più di un album: è un punto di riferimento per chiunque ami la musica dove tecnica e sentimento non si escludono, ma si intrecciano. È lo specchio di un’epoca in cui la cultura pop cercava di definire nuove frontiere, e lo fece senza rinunciare alla raffinatezza, alla ricerca, alla sorpresa. E proprio come tutte le grandi opere, Aja non smette mai di rivelare nuovi dettagli ad ogni ascolto: è un classico che resiste alle mode, ai decenni, alla banalizzazione del tempo.
L’album non ha generato imitatori evidenti, perché è difficile copiare qualcosa che nasce da un equilibrio così personale. Eppure, il suo influsso è ovunque. Nel jazz-rock sofisticato degli anni Ottanta, certo, ma soprattutto in quella vasta area di musica “adulta” che rifiuta le etichette: dal pop colto alla fusion elegante, fino al neo-soul e all’R&B più raffinato.
Artisti come Prince, Jamiroquai, Thundercat, Snarky Puppy, fino a molta produzione hip-hop contemporanea attenta all’armonia e al groove, hanno assorbito da Aja una lezione fondamentale: la complessità può essere seducente, se è messa al servizio della forma. Non serve spiegare tutto all’ascoltatore; basta accompagnarlo, fidarsi della sua intelligenza emotiva.
Anche dal punto di vista tecnico, Aja è diventato un riferimento assoluto: uno dei dischi più usati per testare impianti hi-fi, ma anche uno dei più studiati nei conservatori e nelle scuole di musica moderna. Non come esercizio sterile, bensì come esempio di come arrangiamento, suono e scrittura possano convivere senza gerarchie.
Forse il segreto della longevità di Aja sta nel suo rapporto con il tempo. Non suona “anni Settanta”, e non cerca di sembrare eterno: semplicemente, ignora le mode. Fagen e Becker raccontano personaggi disillusi, notti stanche, sogni mai del tutto realizzati. Temi che non invecchiano perché non appartengono a una generazione, ma a una condizione umana.
Aja è uno di quei dischi che non chiedono di essere celebrati: chiedono solo di essere ascoltati. E ogni ascolto restituisce qualcosa di diverso, come fanno le opere davvero grandi. Non perché cambiano loro, ma perché siamo noi a cambiare. E in questo senso, Ajaresta uno dei rari casi in cui la parola “capolavoro” non suona come un’esagerazione critica, ma come una constatazione tranquilla. Quasi ovvia.
