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SIR PAPPANO: un direttore deve avere carisma

Il maestro, in Italia per una serie di concerti, interviene nel dibattito sulla nomina di Beatrice Venezi alla guida del Teatro La Fenice di Venezia. Nelle vesti di pianista lunedì 3 novembre sarà a Palermo in duo con il violoncellista Luigi Piovano per aprire la stagione dei cento anni degli Amici della Musica
– Nel libro “La mia vita in musica” si mette a nudo, raccontando la sua storia, dalle prime lezioni di pianoforte a 6 anni in Inghilterra fino ai successi sul podio di orchestre di spicco, culminati nella direzione musicale della cerimonia di incoronazione di Re Carlo III nella abbazia di Westminster

Sempre alla ricerca dell’equilibrio tra la testa e il cuore, con la voglia di eguagliare il coraggio, la passione e la determinazione dei genitori, sir Antonio Pappano si mette a nudo raccontando la sua storia, dalle prime lezioni di  pianoforte a 6 anni in Inghilterra, dove il padre Pasquale si era trasferito lasciando Castelfranco in Miscano, piccolo comune in provincia di Benevento, per sposare Maria Carmela, una compaesana  praticamente fuggita nella capitale britannica per seguire la sorella, ai successi sul podio di orchestre di spicco, culminati nella direzione musicale della cerimonia di incoronazione di Re Carlo III nella abbazia di Westminster.

Sir Tony ha approfittato della lunga pausa imposta dalla pandemia per riflettere sulla sua lunga avventura professionale nei teatri e nelle sale da concerto di tutto il mondo e ripercorrerla nelle trecento pagine di La mia vita in musica, pubblicato lo scorso anno in Inghilterra e edito in Italia da Marsilio con la traduzione di Anita Taroni e Stefano Travagli. 

«Tanti sacrifici per la musica»

«Mi sporco le mani come hanno fatto i miei genitori prima di me», confessa il maestro spiegando perché non ama starsene chiuso in una torre d’avorio a studiare le partiture. Il pubblico italiano ha imparato a conoscerlo bene nei diciotto anni da direttore musicale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che grazie a lui oggi vanta un’orchestra considerata tra le più prestigiose della scena internazionale. «Nella vita uno fa tanti sacrifici, dimenticando la spiritualità, l’amicizia, l’amore… tutto per la musica», riflette, ammettendo che a risarcirlo è però l’amore e il calore di quel «caro pubblico», come era solito salutare gli spettatori prima di ogni concerto.

Pappano, nato nel dicembre 1959 a Epping, nell’Essex, ricorda l’infanzia di povertà in famiglia, l’imperativo addirittura esagerato del lavoro come occasione per migliorarsi e il rigore tipico dei sanniti che animava i genitori, domestici per una famiglia molto ricca. Il padre aveva anche una scuola di canto ed è lì che il piccolo Antonio, a 10 anni, cominciò ad accompagnare al pianoforte gli allievi nei capolavori della lirica, del musical e della tradizione popolare. 

«Al piano preferivo il pallone»

E quella cicatrice sulla fronte? «A 5 anni ero in vacanza dai nonni a Castelfranco con mio fratello Patrick e sono caduto sul pavimento, c’era sangue dappertutto. In paese non c’era il dottore, allora mi curò il barbiere chiudendo la ferita con la cera e questo è il risultato». Perché da bambino il piccolo Antonio allo studio del pianoforte preferiva il gioco del pallone. «Ebbene sì! Ed ero persino abbastanza bravo, nondimeno da piccoli si sognano tante cose. Devo dire che l’esperienza calcistica mi è servita in quanto ha delle similitudini con il mio lavoro. L’allenamento fisico e mentale è simile allo sport e come direttore d’orchestra sono come un allenatore che può guidare il processo per arrivare a un buon risultato».

Da Londra la famiglia si trasferì in America tornando qualche anno più tardi in Inghilterra, esperienze che hanno contribuito a forgiare il suo carattere poliedrico. «Ho conosciuto l’Italia a Santa Cecilia», confessa. «Ma la musicalità italiana è dentro di me, così come la disciplina e la razionalità inglese e la leggerezza americana». 

Ma sono le prove, osserva, l’espressione della sua visione totale dell’esecuzione: «Ascoltando bene la musica per poterla comunicare», spiega. «Sul podio la tensione nevrotica fa parte del gioco, con la calma totale qualcosa mancherà. E con il pubblico cambiano anche l’acustica e l’atmosfera in sala. Non puoi copiare le prove o il concerto della sera prima. Ogni concerto è un viaggio nuovo».

Il libro è anche una dichiarazione d’amore per la moglie Pamela, pianista come lui. «Facevamo lo stesso lavoro ed eravamo molto amici. È bello sposare la migliore amica. Lo ha deciso lei, è lei il vero boss. Cerca di proteggermi da me stesso, dai miei impegni e dal mio impulso onnivoro. Non ci riesce ma ogni mattina la guardo negli occhi e resto senza parole. Sa tirar fuori il meglio di me». 

Nel racconto scorrono i punti di svolta di una carriera brillante, dalla prima direzione a Oslo alla Royal Opera House, al lungo legame con Santa Cecilia e Roma e l’impegno come successore di Simon Rattle con la  London Symphony Orchestra; Wagner, Mozart, Bruckner e lo Stabat Mater di Rossini («mi ha cambiato la vita e ho capito da dove viene Verdi») i punti di riferimento nel suo repertorio; e poi la meraviglia di assistere alle prove di Leonard Bernstein e gli incontri con Daniel Barenboim e Placido Domingo che lo hanno segnato come direttore e nel rapporto privilegiato con i grandi interpreti del teatro musicale.

Baronetto di Sua Maestà

Nel 2012 è stato nominato “Baronetto di Sua Maestà” dalla regina Elisabetta. «È un’onorificenza che mi rende orgoglioso, anche se io porto il titolo in maniera leggera», commenta. «È anzitutto una forma di rispetto per il lavoro fatto e ne sono fiero, nonostante ciò sono semplicemente me stesso. Conservo gelosamente il ricordo di essere stato a Buckingham Palace assieme a mio fratello e a mia madre che, da buona mamma meridionale, era fuori di sé dalla gioia».

Sir Antonio Pappano non si è mai guardato indietro, ha sempre marciato come una locomotiva e spiega di aver imparato in tempi recenti a cercare momenti di contemplazione e di intimità. Dopo tanti successi e riconoscimenti che cosa manca alla sua collezione di trofei? «Una calma interiore, anche se l’inquietudine è una mia caratteristica che viene dai miei genitori, ma a volte è davvero troppo. E poi mi mancano tanti brani che voglio eseguire e studiare e questo è bello per un direttore perché il repertorio va ad infinitum. Sono molto fortunato in questo».

Le polemiche su Beatrice Venezi

Beatrice Venezi

A proposito del dibattito sulla figura del direttore d’orchestra aperto in queste settimane dopo le polemiche e le proteste seguite alla nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, tiene a sottolineare che «un direttore d’orchestra deve essere un uomo o una donna di grande cultura, di una certa esperienza, ovviamente se si parla di un ente molto importante, deve avere carisma e sapere come ispirare il pubblico e come funziona la musica. Ci sono diversi tipi di direttori, sono pochi oggi a comportarsi in modo duro e severo come cinquanta anni fa. Se sono sostenuti dall’orchestra e i risultati ci sono, beati loro». 

Quanto alla possibilità che un direttore venga chiamato a guidare un’orchestra senza averla mai conosciuta, Sir Tony cita la sua esperienza. «Avevo diretto una sola volta l’orchestra della Royal Opera House nel 1990 in una Bohème che tra l’altro andò molto male. Anni dopo fui nominato direttore musicale senza che l’avessi mai più diretta».

La prima volta a Palermo

Antonio Pappano e Luigi Piovano (foto di Musacchio, Ianniello & Pasqualini)

Sir Antonio Pappano lunedì 3 novembre alle ore 20.45 sarà per la prima volta a Palermo per inaugurare al Politeama Garibaldi il cartellone che segna cento anni di attività degli Amici della Musica. Non salirà sul podio, ma siederà al pianoforte per suonare in duo con il violoncellista Luigi Piovano. Il programma prevede l’esecuzione della Sonata n.1 in Mi minore op. 38 di Brahms e della Sonata in Sol minore op. 19 di Rachmaninov. L’incontro fra Luigi Piovano e Antonio Pappano è avvenuto vent’anni fa, quando nel 2005 Pappano è stato nominato direttore musicale dell’Orchestra di Santa Cecilia a Roma, di cui Piovano era ed è primo violoncello solista. I due, dopo una prima esperienza in trio di alcuni anni prima, si sono ritrovati e hanno iniziato a suonare regolarmente in duo per le più importati istituzioni concertistiche. A settembre 2020 l’etichetta Arcana ha pubblicato il loro primo CD insieme: le due Sonate di Brahms e le due Romanze di Martucci.

Il concerto si apre con la Sonata n. 1 in Mi minore op. 38 di Johannes Brahms, composta tra il 1862 e il 1865. È la prima grande opera cameristica dedicata da Brahms al violoncello e rappresenta un punto di svolta nella sua maturità creativa. L’autore vi riversa la sua ammirazione per Bach, costruendo l’ultimo movimento come un fugato ispirato all’Arte della fuga. Collocata negli anni viennesi, questa Sonata riflette la scelta del compositore di radicarsi nella tradizione classica tedesca, prendendo le distanze dalla corrente wagneriana e riaffermando il valore delle forme contrappuntistiche come garanzia di solidità e di continuità storica. Segue la Sonata in Sol minore op. 19 di Sergej Rachmaninov, composta nel 1901, subito dopo il Concerto per pianoforte n. 2. Questo lavoro segna la rinascita del compositore dopo la grave crisi depressiva seguita al fiasco della Prima Sinfonia. La Sonata è dedicata al violoncellista Anatolij Brandukov, che la eseguì in prima assoluta con Rachmaninov al pianoforte. Si tratta di una pagina monumentale, che unisce l’ampiezza sinfonica alla profondità lirica tipica del musicista russo. È una delle opere più rappresentative della produzione cameristica di Rachmaninov, capace di coniugare rigore formale e intensità emotiva, imponendosi come un capolavoro imprescindibile del repertorio violoncello-pianoforte.

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