Storia

Sicilia, fuga di “cervelli” anche nella musica

– L’Olanda è la “Mecca del jazz” per molti palermitani, mentre in Francia trovano rifugio le donne del folk. All’estero più opportunità per vivere con l’arte. I racconti di alcuni giovani che hanno trovato casa e successo oltr’Alpe: Luca Polizzi, Ruggero Di Luisi, Luisa Briguglio, Maura Guerrera, Gera Bertolone. E poi c’è il “bassista pendolare” Vincenzo Virgillito
– Tra l’Open Jazz Club e il Tatum Art Jazz Club di Palermo da sabato 6 a lunedì 8 dicembre si svolgerà la rassegna “RETURNee”, che si propone come ponte tra l’Isola e l’Europa, un luogo in cui i giovani musicisti “di ritorno” possono condividere esperienze, visioni e linguaggi maturati altrove, mettendoli in dialogo con la scena jazz locale contemporanea

Un biglietto di sola andata con destinazione Londra. O Marsiglia. O Amsterdam. È la scelta compiuta da molti giovani musicisti siciliani negli ultimi anni. “Catania Seattle d’Italia” o “Palermo capitale del jazz” sono stati e sono soltanto slogan, così tanti talenti promettenti non esitano a salutare la propria città per trasferirsi oltr’Alpe.

L’Olanda meta di talenti del jazz

Se la capitale inglese e l’America, nelle sue varie geografie sonore (New York, Los Angeles, Nashville, Memphis), restano l’epicentro internazionale della pop music, si scopre che è l’Olanda una delle mete preferite da chi sceglie il jazz. In particolare, Groningen, dove si trova il Prince Claus Conservatorie. Lì si è formato e si è laureato Luca Polizzi, in arte Liuke, ventottenne palermitano che otto anni fa, chitarra al collo, lasciò la Sicilia per trasferirsi nei Paesi Bassi.

Luca Polizzi, in arte LIUKA

«Il Conservatorio di Groningen è frequentato da diversi siciliani, qui si sono formati Fabrizio Brusca, Carmelo Graceffa, Bevilacqua e tanti altri», racconta Polizzi. «Io e un mio amico sapevamo dell’esistenza di questa scuola, che aveva delle connessioni con New York: ogni settimana, infatti, viene a insegnare un musicista americano e poi c’è il master con il quale puoi passare sei mesi, come exchange student, al Queens College di New York, dove insegna il pianista David Berkman. Dopo il master a New York, dove ho avuto anche l’opportunità di registrare un disco, sono tornato a Groningen per laurearmi. Adesso vivo ad Amsterdam». 

A spingerlo a lasciare il sole ed il caldo siciliano per vivere nelle nebbie e nel freddo dei Paesi nordici è stata la curiosità. «Sin da quando ero piccolo pensavo sempre di partire. Volevo vedere cosa c’era fuori. Un desiderio di andare via per capire chi ero, cosa ero capace di fare».  

Una ricerca che ancora continua. «Il percorso non è finito, anzi penso che non sia nemmeno a metà», sottolinea. «Finora è stata una bella esperienza: a Groningen ho scoperto un sacco di persone di diversi Paesi e culture, perché è una specie di pentolone in cui ci sono ragazzi di tante nazionalità differenti. Un luogo dove scambiarsi idee, fare jam session. Sono stato in diversi posti a suonare o registrare: in Germania, Slovenia, Grecia, Croazia. A New York è stato incredibile: ho avuto l’opportunità di registrare un disco, che mi ha dato l’opportunità di organizzare un tour che ho potuto fare qui in Olanda». 

Ogni tanto viene la voglia di tornare, allo stesso tempo penso che dovrei fare altre esperienze adesso che sono giovane. Certo, verrà il momento in cui mi stancherò di cercare casa e lavori…». 

luca polizzi

E adesso il progetto LIUKE, un album realizzato con jazzisti di diversi Paesi – greci, olandesi, spagnoli, italiani – che mescola sonorità alla Pat Metheny con un jazz nordico: melodie spesso lente, sospese, minimaliste, enfasi sul “cantabile”, sulle linee melodiche e sul timbro, ambient, elettronica, con un approccio più meditativo che aggressivo.

«Le influenze arrivano da Pat Metheny e da Brian Blade & The Fellowship Band. Il mio è contemporary jazz, al quale io, da siciliano, aggiungo melodie più concrete. Il contemporary jazz include tanti generi diversi, la mia si ispira a immagini che associo ai suoni. È un tipo di musica più intellettuale».

Qua e là nelle tracce serpeggia anche un po’ di nostalgia per la Sicilia: Unn’è ‘u Suli si chiede nel brano che chiude il disco. Ma il biglietto di ritorno può attendere. «Ogni tanto viene la voglia di tornare, allo stesso tempo penso che dovrei fare altre esperienze adesso che sono giovane. Certo, verrà il momento in cui mi stancherò di cercare casa e lavori…». 

Luca Polizzi tornerà nella sua Palermo per alcuni giorni, per prendere parte a RETURNee – Contemporary Jazz in Palermo, rassegna musicale che si terrà da sabato 6 a lunedì 8 dicembre (ingresso gratuito fino ad esaurimento posti) tra l’Open Jazz Club e il Tatum Art Jazz Club di Palermo e che si propone come ponte tra la Sicilia e l’Europa, un luogo in cui i giovani musicisti “di ritorno” possono condividere esperienze, visioni e linguaggi maturati altrove, mettendoli in dialogo con la scena jazz locale contemporanea.

Luca presenterà domenica 7 dicembre, ore 22, il suo progetto LIUKE, affiancato dalla sassofonista lituana Gabija Barulyte (sax alto), dal giovane contrabbassista spagnolo Aniol Torrents (basso) e dal batterista palermitano Ruggero Di Luisi, anche lui proveniente dall’enclave siciliana di Amsterdam. «Sono arrivato a Groningen un anno prima di Luca», racconta in attesa all’aeroporto di Linate, dov’era atterrato con quasi tre ore di ritardo proveniente dall’Olanda. 

Ruggero Di Luisi

La storia musicale di Ruggero Di Luisi comincia a 3 anni, passa per diverse scuole di musica, il conservatorio di musica classica, prima di “vedere la luce” del jazz e diventare allievo di Mimmo Cafiero. Ma il mainstream palermitano stava stretto al batterista, più proiettato verso lo sperimentalismo: «Ho capito che c’era un altro linguaggio, non tanto presente in Sicilia. Sebbene ci siano realtà diverse dal Brass: in seguito ho collaborato di più con Curva Minore. Sono stato sempre più attivo nel jazz di ricerca. Una scena che ho scoperto poi in Olanda e così ho continuato gli studi a Groningen».

L’Olanda come la “Mecca del jazz” europeo, «anche perché per andare in America l’impegno finanziario è più complicato», sottolinea Di Luisi. «E poi perché in Europa c’è un terreno più fertile per la musica sperimentale. A Groningen c’erano inoltre tanti musicisti di Palermo nei quali mi rispecchiavo da prima».  Una scelta, quella di emigrare, che costa sacrifici. «Quando mi sono trasferito, semplicemente parlare in inglese era abbastanza complicato. Poi la musica, che è un linguaggio universale, mi ha aiutato ad ambientarmi». Ma, alla fine, i sacrifici vengono premiati, contrariamente a quanto spesse volte accade in Italia. Ruggero si è laureato, ha cominciato una attività musicale costante che gli consente di “campare”, tiene un master in musica elettro-acustica. «Adesso sono autosostenibile, ho creato da due anni una mia etichetta aperta a tutti i generi. È quasi una comunità artistica, dove organizziamo eventi, concerti, pubblichiamo dischi. Tutte cose che in Sicilia sarebbe stato difficile realizzare».

Adesso sono autosostenibile, ho creato da due anni una mia etichetta aperta a tutti i generi. È quasi una comunità artistica, dove organizziamo eventi, concerti, pubblichiamo dischi. Tutte cose che in Sicilia sarebbe stato difficile realizzare

ruggero di luisi

Kopieslav radio – Live at Il sole in cantina è titolo del primo lavoro da solista di Ruggero Di Luisi, un disco registrato in uno dei club alternativi storici di Groningen, il cui direttore artistico era il chitarrista trapanese Leonardo Grimaudo che vive in Olanda da quasi vent’anni. Un album basato sull’improvvisazione, in cui i musicisti giocano sul disordine, sulle distorsioni. «Con alcuni momenti di introspezione e di malinconia», aggiunge il batterista palermitano. «È come essere un funambolo fra follia e saggezza».

Ruggero ha in tasca il biglietto di ritorno. Ma per Amsterdam. «Un giorno, comunque, mi piacerebbe tornare e aprire un posto dove poter ospitare musicisti e suonare tutti insieme giù». 

In Francia le “femmine” del folk

Luisa Briguglio

Se l’Olanda è la meta dei talenti emergenti del jazz siciliano, è in Francia dove trovano accoglienza gli artisti che percorrono le vaste strade della world music. A Marsiglia fanno base le messinesi Luisa Briguglio, recente vincitrice del Premio Andrea Parodi, e Maura Guerrera. 

«Tornare in Sicilia? Ci penso più spesso negli ultimi anni, ma in questo momento no, perché sento che ho bisogno di stare ancora fuori», spiega l’autrice dell’album Truvatura. «Non escludo di tornare più in là. Se ci fosse un modo di restare lì senza isolarmi e senza perdere le cose che ci sono altrove, sarebbe bello. In Francia ci sono molte più possibilità. Il problema è che in Italia il mestiere della musicista è quasi considerato come un hobby, mentre in Francia c’è un inquadramento giuridico, economico della figura dei lavoratori dello spettacolo che garantisce una forma di sostegno. Questo ci consente di vivere di musica. L’album Truvatura esiste grazie al fatto che io posso lavorare e avere una stabilità economica qui».

Non escludo di tornare più in là. Se ci fosse un modo di restare lì senza isolarmi e senza perdere le cose che ci sono altrove, sarebbe bello. In Francia ci sono molte più possibilità. Il problema è che in Italia il mestiere della musicista è quasi considerato come un hobby, mentre in Francia c’è un inquadramento giuridico, economico della figura dei lavoratori dello spettacolo che garantisce una forma di sostegno. Questo ci consente di vivere di musica

luisa briguglio

In contrasto con la cronica disattenzione dell’Italia per la cultura e, in particolare, il disinteresse nei confronti delle proprie tradizioni culturali, la Francia, sin dagli inizi degli anni Ottanta, spende impegno e fondi nel sostenere la cultura.  «La Cité de la Musique di Marsiglia produce eventi, progetti, concerti, dischi» spiega Maura Guerrera. «Mi avevano sentito suonare ed hanno capito che avevo delle cose da dire». E aveva tanto da dire Maura. Una valanga di idee e proposte. Dalla Settimana siciliana del 2017, «dove ho portato carrettieri da Bagheria, zampognari da Messina, mostre, stage, concerti, conferenze», al disco Spartenza registrato con il musicista algerino Malik Ziad, in cui le ninne nanne contadine siciliane incontrano le melodie e i ritmi berberi. Fino al progetto A Vuci Longa. «In Francia i progetti vengono finanziati. Io vorrei creare un ponte, non sullo Stretto (ride, nda), ma per lavorare con artisti siciliani».

In Francia i progetti vengono finanziati. Io vorrei creare un ponte, non sullo Stretto, ma per lavorare con artisti siciliani

maura guerrera

All’ombra della Tour Eiffel ha trovato un futuro Gera Bertolone che nel 2009, quando aveva 25 anni, lasciò la sua natìa Mussomeli. «Qui sono diventata produttrice musicale di spettacoli, di dischi, ho fondato la società Sonora che produce concerti e anche una etichetta discografica». E anche lei non ha alcuna intenzione di tornare al suo paese. «Dico sempre che sono divisa in due parti: in Sicilia sono cresciuta, ho studiato, mi ha dato tanto. La mia famiglia abita in Sicilia, io sono siciliana, è la mia patria, la mia terra natìa. In Francia abito già da quindici anni e per me è il mondo da adulta, il mondo del lavoro, della crescita. È un luogo dove, secondo me, conosciamo meglio noi stessi di fronte alla diversità degli altri. Parigi è una metropoli, una città multiculturale, multietnica, possiamo vedere tutto, incontrare tutti, sempre, in ogni momento. Ma, soprattutto, mi ha fatto conoscere me stessa, le mie capacità di stare nel mondo». 

Ma c’è chi torna (o quasi): Vincenzo Virgillito

Chi, invece, è tornato è Vincenzo Virgillito, bassista catanese che ha lavorato con tanti “big” della musica nazionale (e non solo) e che nell’aprile del 2011 decise di attraversare la Manica. «Avevo lavorato per alcune band per una produzione londinese ed ero riuscito a entrare negli ambienti. Decisi così di fare il grande salto». Un’esperienza durata dieci anni circa. Dopo la pandemia, divenne più forte il richiamo della Sicilia. Di Mario Venuti, prima, e poi degli Uzeda, dei quali è diventato il nuovo bassista dalla scorsa primavera. 

Oggi Vincenzo Virgillito mantiene ancora un doppio numero telefonico, uno inglese con il +44, l’altro italiano. Una sorta di “doppia cittadinanza”. A Letchworth Garden City, a metà strada fra Londra e Cambridge, ha casa e «due figli meravigliosi che crescono», mentre «gli interessi di lavoro si sono spostati nuovamente qui a Catania. Per cui faccio la spola in continuazione».

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