Interviste

SERENA ROSSI: la mia SereNata a Napoli

– L’attrice e cantante ha pubblicato il suo primo disco tratto dall’omonimo spettacolo teatrale che dal 27 febbraio sino al 10 marzo sarà in tour in Sicilia: 14 brani della tradizione partenopea
– «Avevo voglia di lasciare una traccia su questo repertorio infinito ed eterno. Dopo Lina Sastri, mi è sembrato che ci fosse una sorta di spazio libero nella generazione successiva, ovvero la mia»
– Per Rai1 è protagonista nella fiction sulla famiglia Panini, quella delle famose figurine. E Mina Settembre? «Mi rendo conto che la gente se lo aspetta. E io al mio pubblico voglio un sacco di bene»

Napoli fa rima con Serena Rossi. Non solo perché è la città in cui è nata, ma perché ne porta addosso il ritmo, il calore, la memoria. È da lì che arriva la voce che oggi firma il suo primo disco, un progetto inciso «alla vecchia maniera», tutti insieme, seguendo «il tempo dei cuori e dei respiri», racconta l’attrice e cantante. 

Il disco raccoglie 14 brani della tradizione napoletana riarrangiati ad hoc e che ha portato in giro per l’Italia con il suo primo spettacolo teatrale, che dà il nome al progetto discografico: da Era de Maggio a Dicitencello vuje passando da Io Mammeta e tu a Tammurriata Nera e Munasterio ‘e Santa Chiara. E dopo aver terminato le riprese della serie Rai La famiglia Panini‘ – storia di chi ha inventato le iconiche figurine, dove reciterà in modenese, in onda sulla Rai nella prossima stagione televisiva – il 3 febbraio è partita da Modena parte un nuovo capitolo del tour di SereNata a Napoli, che dal 27 febbraio al 7 marzo fa tappa al teatro Al Massimo di Palermo e dal 9 al 10 marzo al Metropolitan di Catania.

«Avevo voglia di lasciare una traccia su questo repertorio infinito ed eterno. Dopo Lina Sastri, mi è sembrato che ci fosse una sorta di spazio libero nella generazione successiva, ovvero la mia», spiega l’artista. «Mi piaceva l’idea di prendermi sulle spalle questo tipo di repertorio, anche se mi rendo conto che va controcorrente rispetto al tipo di musica che va di moda oggi. È un altro tipo di linguaggio, un altro mondo, ma proprio perché oltre il tempo, avrà sempre il suo spazio, come ce l’ha da sempre».

  •  È anche un modo per tramandare la tradizione?

«Sì. Sono canzoni registrate anche più di cent’anni fa, ma non moriranno mai. Tradizione non significa qualcosa di vecchio, ma è qualcosa di radicato nel profondo».

  •  Come si è trasformato lo spettacolo teatrale in disco?

«Ci siamo chiusi in uno studio per due giorni a Napoli e abbiamo registrato le tracce come si faceva un tempo: i musicisti hanno suonato tutti insieme mentre i cantavo, come facciamo in teatro. Il tempo lo dettavano i nostri cuori e respiri. Oggi non si fa raramente, è tutto digitale».

  • Qual è stato il criterio della selezione?

«Volevo raccontare una storia per macrotemi, come la Nostalgia, che a noi napoletani piace sempre. E quindi ecco Santa Lucia luntana e Lacrime napulitane. Poi la festa, con le esplosioni di gioia incontrollata di Festa di Piedigrotta e Dove sta Zazà; la passione scura, la rabbia di Bammenella e Guapparia: la guerra, che ottant’anni fa ridusse Napoli a un cumulo di macerie materiali e morali e oggi in Europa è tornata tristemente di attualità, con Tammurriata nera. E poi c’è l’amore, con brani meravigliosi, come Passione e Uocchie c’arraggiunate».

  • La sua canzone preferita?

«Difficile scegliere, anche se Uocchie c’arraggiunate occupa un posto speciale nel mio cuore. L’ho cantata anche nel film Il treno dei bambini e mi emoziona sempre, perché mi fa pensare a mia nonna che quel treno, nel dopoguerra, lo prese davvero».

  • Con quale spirito si è avvicinata a questi brani senza tempo?

«Ho cercato di dare il giusto peso alle parole, di restituire loro l’importanza che meritano. Da ragazzina non capivo le canzoni napoletane e non le volevo cantare, preferivo la musica americana e i cantautori, la voglia di affermarmi era forte. Crescendo ho fatto un percorso nella nostra tradizione artistica, ne ho capito l’importanza e sono tornata sui miei passi».

  • Il disco prelude a un futuro da cantante? 

«Per il momento no, ma ho imparato a non escludere niente nella vita. Saper cantare non significa essere cantante e ho paura di fare un passo falso, e magari compromettere la carriera da attrice».

  • Il disco, così come lo spettacolo, è prodotto insieme a suo marito Davide Devenuto.

«È la nostra creatura. Quando ci è arrivato l’album a casa, abbiamo aperto il pacco come due bambini il giorno di Natale. L’emozione di toccare con mano una cosa fatta da noi, nata da una nostra idea, da un nostro sogno e una nostra visione è un’emozione che non avevo mai provato prima».

  • C’è un’immagine della sua infanzia a Napoli che l’ha accompagnata in questo progetto?

«Le passeggiate della domenica nel centro storico a Napoli con i miei genitori e mia sorella. Odori, rumori, caos. E il Monastero di Santa Chiara, dove mamma e papà si sono conosciuti quando andavano a scuola e dove hanno scelto di sposarsi. È un ricordo che mi guida sempre: anche quando penso a tutta la strada e la fatica per arrivare fino a qui».

  • E della Sicilia che ricordi ha?

«Quando anni fa sono stata qui per girare “Montalbano” non volevo più andare via: il mio corpo e la mia mente qui trovavano un equilibrio, un’armonia speciale. Non conosco Catania, non l’ho mai visitata. Mi incuriosisce per le affinità con Napoli: il vulcano, la pietra lavica, il fuoco sotto la terra e nel cuore che ci accomuna».

Serena Rossi e Giuseppe Zeno in “Mina Settembre”
  • Le piacerebbe partecipare a Sanremo come artista in gara?

«Saper cantare non significa essere una cantante. Una cantante deve avere un’urgenza, un’identità precisa. Io oggi non sento questa urgenza. E quel palco amplifica tutto, nel bene e nel male: non vorrei rovinare ciò che ho costruito con un passo falso».

  • E come co-conduttrice?

«Quello sì. Quel palco – uno dei più importanti d’Italia – mi accende, ogni volta che ci sono stata per promuovere i progetti in cui ero coinvolta mi sono sentita proprio bene. Non mi spaventa».

  • Ora riprenderà la tournée di SereNata a NapoliGirando l’Italia nei teatri, cosa la colpisce di più?

«Che i napoletani sono dappertutto, e si fanno notare. Perché chi vive lontano ha un legame ancora più forte con la città. Su Lacrime napulitane la gente piange, io dal palco la sento vibrare. Così il mio sogno sarebbe portare lo spettacolo all’estero, sarebbe bello. Gli spettatori non napoletani, invece, sono in grande ascolto e alla fine esplodono. Mi dicono di aver capito cose che non immaginavano. La mia missione è farli innamorare di Napoli».

  • Intanto è Netflix con il film Non abbiam bisogno di parole, mentre per Rai1 è protagonista nelle fiction sulla famiglia Panini, quella delle famose figurine.

«È la storia di una donna, rimasta vedova a 40 anni con otto figli nella Modena del dopoguerra, e della sua straordinaria intuizione di andare dietro ai desideri dei bambini. Una storia di coraggio e di sogni, molto toccante».

  • E l’amatissima Mina Settembre tornerà?

«Vediamo. A teatro mi rendo conto che la gente se lo aspetta. E io al mio pubblico voglio un sacco di bene».

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