– “Per sempre sì”, un inno alla fedeltà coniugale in un Paese dove ci si sposa di meno, le promesse durano meno di una story su Instagram e ci si lascia via WhatsApp
– Il trionfo di Sal Da Vinci chiude perfettamente il ciclo Carlo Conti cominciato nel 2015 con la vittoria de Il Volo con “Grande amore”. Un romanticismo da museo
In un brutto Festival di Sanremo non poteva non vincere una brutta canzone. Una canzone che spazza via tutti i tentativi di rinnovamento e ringiovanimento della manifestazione portati avanti in questi ultimi anni da Carlo Conti quanto da Claudio Baglioni e Amadeus e sanciti dalle vittorie di Mahmood, Måneskin, Angelina Mango, Olly.
Si sprofonda indietro, ai tempi di Claudio Villa, Mario Merola, Al Bano, Massimo Ranieri. È la rivincita della canzone più tradizionalista che si potesse immaginare, esageratamente tradizionale. È la vendetta di chi cantava “Felicità”. Una vittoria che fa il paio con quella de Il Volo nel 2015 con “Grande amore” al debutto di Carlo Conti, chiudendo così perfettamente il cerchio della controversa direzione artistica del Moro di Firenze.
Ha vinto “Per sempre sì”, un inno al “sì” matrimoniale (nessuna allusione al prossimo referendum, per carità…) come garanzia di amore eterno e indissolubile e lei di bianco vestita, una roba sulla carta da Festival anni Cinquanta. Ha vinto l’Italia dei “matrimoni napuletani”, dei Castelli delle cerimonie, di Roccaraso, delle sagre della porchetta, della pizza, quella più popolare.
C’è qualcosa di profondamente rassicurante. In un’Italia dove i matrimoni calano come le vocazioni e le promesse durano meno di una story su Instagram, ecco che trionfa una canzone sulla fedeltà coniugale. Non la passione liquida, non l’amore fluido, non la coppia aperta con password condivisa: la fedeltà. Quella con l’anello, la suocera e il mutuo.
Il titolo già è un programma: “Per sempre sì”. Non “Vediamo come va”, non “Finché dura”, non “Ci aggiorniamo”. No. Per sempre. Sì. Due parole che oggi fanno più paura dell’inflazione. Eppure il pubblico dell’Ariston e quello da casa in pantofole con plaid d’ordinanza hanno votato compatti come a un referendum degli anni Settanta: sì alla fedeltà, sì alla tradizione, sì all’amore che non scade.
Intendiamoci: fuori dall’Ariston la situazione è un filo diversa. Ci si sposa sempre meno, si convive di più, ci si lascia con eleganza via WhatsApp, si fanno figli con una prudenza da piano pensionistico. L’idea del “per sempre” è stata sostituita da un più pragmatico “intanto”. Ma a Sanremo no. A Sanremo il tempo si ferma. È un luogo dove gli uomini dichiarano eterno amore in giacca lucida e le donne ascoltano con l’aria di chi ha già controllato l’estratto conto.
Sal Da Vinci – nome d’arte che già contiene una promessa di classicità – ha portato sul palco una canzone che sembra uscita da un’epoca in cui le fotografie si mettevano negli album, non si archiviavano nel cloud. Una melodia ampia, una voce generosa, parole che parlano di scelta quotidiana, di resistenza amorosa, di fedeltà come atto quasi eroico. E il pubblico, stremato da amori intermittenti e relazioni a tempo determinato, ha ceduto. Perché in fondo la fedeltà è l’ultima trasgressione rimasta.
Il trionfo di “Per sempre sì” non è solo musicale: è sociologico. È la rivincita del pranzo della domenica, del “dove vai?” detto senza malizia, del letto matrimoniale che scricchiola ma resiste. È la vittoria del tradizionale sul nuovo, del rassicurante sul complicato. Mentre fuori si discute di identità fluide e famiglie plurali, dentro l’Ariston si canta ancora l’idea che due persone possano scegliersi ogni giorno senza bisogno di aggiornare lo stato sentimentale.
Certo, c’è qualcosa di ironico in tutto questo. Una nazione che firma meno contratti matrimoniali di quanti ne rescinda, che guarda con sospetto l’idea stessa di “per sempre”, si commuove davanti a un ritornello che promette esattamente quello. È come se l’Italia dicesse: non lo facciamo più, ma ci piace ricordare quando lo facevamo. Un romanticismo da museo, con biglietto ridotto per over cinquanta.
Sanremo, ancora una volta, non fotografa il Paese reale. Lo consola. E nel 2026 lo ha fatto ricordandoci che, anche se ci sposiamo di meno, continuiamo ostinatamente a sognare come se lo facessimo ancora.
Sanremo 2026, ha vinto la nostalgia over 50
– “Per sempre sì”, un inno alla fedeltà coniugale in un Paese dove ci si sposa di meno, le promesse durano meno di una story su Instagram e ci si lascia via WhatsApp
– Il trionfo di Sal Da Vinci chiude perfettamente il ciclo Carlo Conti cominciato nel 2015 con la vittoria de Il Volo con “Grande amore”. Un romanticismo da museo
In un brutto Festival di Sanremo non poteva non vincere una brutta canzone. Una canzone che spazza via tutti i tentativi di rinnovamento e ringiovanimento della manifestazione portati avanti in questi ultimi anni da Carlo Conti quanto da Claudio Baglioni e Amadeus e sanciti dalle vittorie di Mahmood, Måneskin, Angelina Mango, Olly.
Si sprofonda indietro, ai tempi di Claudio Villa, Mario Merola, Al Bano, Massimo Ranieri. È la rivincita della canzone più tradizionalista che si potesse immaginare, esageratamente tradizionale. È la vendetta di chi cantava “Felicità”. Una vittoria che fa il paio con quella de Il Volo nel 2015 con “Grande amore” al debutto di Carlo Conti, chiudendo così perfettamente il cerchio della controversa direzione artistica del Moro di Firenze.
Ha vinto “Per sempre sì”, un inno al “sì” matrimoniale (nessuna allusione al prossimo referendum, per carità…) come garanzia di amore eterno e indissolubile e lei di bianco vestita, una roba sulla carta da Festival anni Cinquanta. Ha vinto l’Italia dei “matrimoni napuletani”, dei Castelli delle cerimonie, di Roccaraso, delle sagre della porchetta, della pizza, quella più popolare.
C’è qualcosa di profondamente rassicurante. In un’Italia dove i matrimoni calano come le vocazioni e le promesse durano meno di una story su Instagram, ecco che trionfa una canzone sulla fedeltà coniugale. Non la passione liquida, non l’amore fluido, non la coppia aperta con password condivisa: la fedeltà. Quella con l’anello, la suocera e il mutuo.
Il titolo già è un programma: “Per sempre sì”. Non “Vediamo come va”, non “Finché dura”, non “Ci aggiorniamo”. No. Per sempre. Sì. Due parole che oggi fanno più paura dell’inflazione. Eppure il pubblico dell’Ariston e quello da casa in pantofole con plaid d’ordinanza hanno votato compatti come a un referendum degli anni Settanta: sì alla fedeltà, sì alla tradizione, sì all’amore che non scade.
Intendiamoci: fuori dall’Ariston la situazione è un filo diversa. Ci si sposa sempre meno, si convive di più, ci si lascia con eleganza via WhatsApp, si fanno figli con una prudenza da piano pensionistico. L’idea del “per sempre” è stata sostituita da un più pragmatico “intanto”. Ma a Sanremo no. A Sanremo il tempo si ferma. È un luogo dove gli uomini dichiarano eterno amore in giacca lucida e le donne ascoltano con l’aria di chi ha già controllato l’estratto conto.
Sal Da Vinci – nome d’arte che già contiene una promessa di classicità – ha portato sul palco una canzone che sembra uscita da un’epoca in cui le fotografie si mettevano negli album, non si archiviavano nel cloud. Una melodia ampia, una voce generosa, parole che parlano di scelta quotidiana, di resistenza amorosa, di fedeltà come atto quasi eroico. E il pubblico, stremato da amori intermittenti e relazioni a tempo determinato, ha ceduto. Perché in fondo la fedeltà è l’ultima trasgressione rimasta.
Il trionfo di “Per sempre sì” non è solo musicale: è sociologico. È la rivincita del pranzo della domenica, del “dove vai?” detto senza malizia, del letto matrimoniale che scricchiola ma resiste. È la vittoria del tradizionale sul nuovo, del rassicurante sul complicato. Mentre fuori si discute di identità fluide e famiglie plurali, dentro l’Ariston si canta ancora l’idea che due persone possano scegliersi ogni giorno senza bisogno di aggiornare lo stato sentimentale.
Certo, c’è qualcosa di ironico in tutto questo. Una nazione che firma meno contratti matrimoniali di quanti ne rescinda, che guarda con sospetto l’idea stessa di “per sempre”, si commuove davanti a un ritornello che promette esattamente quello. È come se l’Italia dicesse: non lo facciamo più, ma ci piace ricordare quando lo facevamo. Un romanticismo da museo, con biglietto ridotto per over cinquanta.
Sanremo, ancora una volta, non fotografa il Paese reale. Lo consola. E nel 2026 lo ha fatto ricordandoci che, anche se ci sposiamo di meno, continuiamo ostinatamente a sognare come se lo facessimo ancora.
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