– Il Festival perde quasi 2,5 milioni di spettatori rispetto al 2025. «Colpa della collocazione a fine febbraio e della controprogrammazione», si giustifica il direttore artistico, che lo ritiene un «bel risultato, è il quarto più visto dal 1997»
– L’analisi. Show all’insegna della mediocrità, senza un lampo di genio con tante canzoni con lo stesso mood. Carlo Conti è il presentatore ideale per una Rai che ha trasformato il servizio pubblico in una pratica di igiene culturale
Sarà un disastro o un buon segno che abbiano dedicato alla prima serata sanremese, in ciabatte e patatine, (o pashmina e pizza d’asporto, a scelta) solo una media di 9,6 milioni di umani, quasi 2,5 in meno della prima serata 2025, più del doppio della popolazione di Milano? Il 58% di share contro il 65.3% dello scorso anno. Profondo rosso.
Quale magia, quale malocchio, ha infettato l’inizio di una settimana cruciale per le casse Rai, che da questo simpatico polpettone si aspetta ricavi che per ottenerli con una serata intelligente dovrebbe inventarne almeno un centinaio?
Non certamente le altre reti, già adattate al trionfo del Festival. Perfino le piattaforme streaming hanno ammainato bandiera. E nemmeno la collocazione a fine febbraio, onde evitare problemi di convivenza con le Olimpiadi di Milano Cortina. Le partite di Champions League con la sconfitta dell’Inter ad opera degli sconosciuti del Bodo Glimt? Non spiega una “mazzata” simile.
«Il Festival sta bene, lo dimostra questo grande affetto, questi grandissimi numeri», commenta Carlo Conti. «È, mi dicono, il quarto migliore risultato dal 1997 ad oggi. Insomma, mi piace. Io e Ama siamo nei primi quattro posti, quindi siamo particolarmente orgogliosi del nostro lavoro che abbiamo fatto in questi 12 anni, unitamente, ovviamente, a Claudio Baglioni».
A me sembra, infatti, che 9,6 milioni spettatori siano sin troppi per un noioso Festival di brutte canzoni. Una specie di salsiccione onnicomprensivo senza capo né coda. Non so quanti canteranno questo Sanremo, ma i brani – troppi – che abbiamo ascoltato nella prima serata hanno quasi tutti lo stesso mood: malinconico, intimista, disperato, buio. Chi urla, chi sussurra, chi bofonchia a un millimetro dal microfono. Pochi cantano. Tutte ballate che si contorcono su stesse, a trovarla una bella melodia: i voti in pagella sono agghiaccianti.

Ma anche lo spettacolo è latitante. Carlo Conti è il presentatore ideale per una Rai che ha trasformato il servizio pubblico in una pratica di igiene culturale: disinfettare tutto ciò che potrebbe risultare urticante, sterilizzare ogni contenuto prima della messa in onda. Nei suoi programmi non accade nulla di imprevedibile perché l’imprevisto è considerato un errore, non un valore.
La sua conduzione è una lunga, interminabile nota a piè di pagina. Non disturba, non eccede, non crea attrito. È il trionfo del “va bene così”, pronunciato con voce educata e senza alcuna convinzione. Ogni format, nelle sue mani, perde spigoli, perde nervo, perde identità. Persino l’intrattenimento sembra imbarazzarlo. Il varietà, che nasce come eccesso, con Conti diventa contabilità. I numeri si susseguono come pratiche da evadere: presentazione, applauso, ringraziamento, prossimo. Nessuna tensione, nessun rischio, nessuna memoria.
Il dramma vero è che questa mediocrità viene scambiata per affidabilità. Conti non è bravo perché interpreta la televisione: è bravo perché la anestetizza. È il volto di una tv che ha paura della personalità, che considera il carisma una forma di maleducazione e l’idea una potenziale fonte di polemiche. Ogni sua conduzione sembra pensata per non scontentare nessuno, e infatti non entusiasma nessuno. La televisione diventa una zona franca emotiva, un luogo dove tutto è accettabile perché nulla è significativo.
I suoi cinque anni sanremesi (2015–2017 / 2025-2026) sono il punto più alto della sua carriera, ma anche la sua perfetta rappresentazione. Conti ha riportato il Festival a una forma di compostezza istituzionale, dopo gli anni del caos e delle polemiche. È stato il Sanremo del compromesso perfetto: musica per tutte le età, spettacolo pulito, emozioni dosate, nessuno scontento. Un festival senza scandali, ma anche senza rischi. Il suo merito è aver restituito alla Rai un prodotto “di famiglia”, riconciliando pubblico generalista e industria musicale. Il suo limite, naturalmente, è quello di ogni televisione “tranquilla”: la prevedibilità.
Carlo Conti non rappresenta il presente della tv italiana, ma il suo rifugio. È la scelta conservativa elevata a sistema, la normalità come alibi, la correttezza come orizzonte massimo. Una televisione che non fallisce mai perché non tenta mai nulla (vedi la riproposizione di “Canzonissima”).
Alla fine resta una domanda, inevitabile e crudele: se Carlo Conti sparisse per un mese dalla televisione italiana, qualcuno se ne accorgerebbe davvero? Forse sì, per un dettaglio tecnico. Di certo non per una mancanza di visione. Ed è questo il giudizio più duro che si possa dare a un uomo di spettacolo: non aver mai dato spettacolo.

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