Storia

SANREMO 2026, brandacujun e feste

– La Città dei fiori non esiste, è un non-luogo, è l’immagine non di un Paese, ma di un paesone che aspetta la “settimana santa”
– Cantanti-figuranti e frotte di giornalisti-cavallette. Party, eventi e la “caccia al cibo”. Rincari fino al 250% negli alberghi
– Tony Pitony imita Frank Sinatra su una nave al largo, Tommaso Paradiso incontra i fans nel “Club dei romantici” della Lego

Sanremo propriamente non esiste. Per l’amministrazione centrale, l’Istat e altri enti il nome ufficiale della città è San Remo. L’amministrazione comunale e la Rai preferiscono però la versione laica, senza “R” maiuscola e spazio. Quindi ogni logo del Festival – annualmente rinnovato seppur con obbligatorio effetto “riflettore illumina dall’alto” per far capire subito che siamo in tv – adotterà la forma tutta attaccata.

Un non-luogo

Anche San Remo, il santo, non esiste. Ovvero non c’è alcun Remo santo eponimo a fondare e proteggere la città. All’origine c’è però un Romolo, eremita in montagna. Un tempo si favoriva una derivazione del nome da Santo Eremo, l’interpretazione oggi più accreditata ricava invece San Remo da San Roemu, adattamento dialettale di Romolo.

Perfino il figlio più famoso di Sanremo non esiste. Italo Calvino, infatti, non vi è nato e non vi è morto, preferendo Santiago de Las Vegas (L’Avana, Cuba) nel 1923 e Siena nel 1985. Tant’è che gli amministratori della città nel 2013 hanno scelto di celebrare con una statua non Italo Calvino ma Mike Bongiorno, nato a New York nel 1924 e morto nella vicina Montecarlo nel 2009, presentatore di ben undici edizioni del Festival.

E non esistono neppure i nuovi ricchi di Calvino (“Sanremo, città dell’oro”, 1946), “facce nuove, con nuove macchine e nuove amanti”, perché al Casinò non si gioca più con l’oro. Il salone delle feste ospita le slot machine e numerosi sono i sanremesi che “tentano la fortuna”, forse non con lo spirito del disoccupato aggrappato al gratta e vinci, ma certo non con quello del milionario annoiato. Lo sanno tutti qui. Lo sanno quelli che hanno visto il primato dei quattro casinò italiani – Sanremo, Venezia, Saint Vincent e Campione d’Italia, tutti al nord – cedere ai bar con i videopoker e alle mille altre forme di azzardo diffuso. 

Provincia del mondo

In questo scenario risalta ancor di più l’anomalia Sanremo, gara canora che non ha eguali al mondo, ancorata a una realtà provinciale da sagra paesana, a un mondo antico. Come viene anche sottolineato dal nuovo jingle commissionato da Carlo Conti, patròn uscente di Sanremo, a quel “carneade” di Welo: un rapper leccese ancora ancorato all’immagine del meridionale emigrato con la valigia di cartone. Che fa rivoltare nella tomba il Pippo Caruso autore della sigla-tormentone “Perché Sanremo è Sanremo” e fa rimpiangere l’eleganza delle edizioni dirette da Pippo Baudo.

L’installazione luminosa dedicata a Pippo Baudo al Teatro Ariston

Brandacujun, che non è una parolaccia ma un piatto sanremasco a base di stoccafisso mantecato con le patate, e canzonette. La musica qui è soltanto la voce di una piccola provincia del mondo. Una manifestazione local, lontana dall’era global. Simbolo di un’Italia che non cresce. Un evento che, tuttavia, coinvolge l’intera industria musicale italiana, una media di dieci milioni di telespettatori (47,5% di share), tutti i mass media nazionali. Che resuscita atmosfere antiche, sapori tradizionali, passioni, sentimenti, polemiche, che il mondo virtuale tende ad alimentare. Che riscopre l’amarcord in un’epoca che ha accelerato i tempi di attenzione e accorciato la memoria. 

Se ne era occupato anche il grande Indro Montanelli dando una sua versione: «È incredibile che un’occasione di divertimento popolare diventi un evento nazionale», aveva scritto nel 1999. «C’è chi protesta per questo. Io dico invece: è credibile solo se si accetta che l’Italia è questa. Non un Paese, ma un paesone che aspetta la sagra. Esistono evidentemente pulsioni che sono difficili da spiegare e vanno accettate: i tedeschi cantano in birreria, gli americani amano il rumore e le luci di Las Vegas, gli italiani guardano il Festival di Sanremo».

Sanremo, rincari del 250% 

Sanremo è una cittadina di 50mila abitanti che in questa settimana raddoppiano, concentrandosi attorno al Teatro Ariston, in corso Matteotti e nei ristoranti del centro storico. Basti pensare che già a novembre circa il 90% delle strutture ricettive risultava non disponibile per le date dell’evento. Per una camera d’albergo in città le cifre oscillano tra i 400 e i 1.000 euro a notte. Da un’analisi di Adnkronos una camera in un hotel a una stella in zona centrale, che nella settimana precedente al Festival viaggiava su una media di 110-115 euro a notte, durante i giorni della gara supera i 400 euro. Un rincaro che oltrepassa il 250%.

Ditonellapiaga durante la passerella

Poi ci sono i cantanti. Che dovrebbero essere i protagonisti, ma che sembrano figuranti generici. E le canzoni sono optional. Eppure, tutti ci sperano. Ci sperano i virgulti canori, arruolati per far numero sul palco dell’Ariston. Ci sperano i bolliti in disarmo, persi nelle hall degli alberghi, l’occhio vigile in cerca d’un giornalista pietoso e disposto a intervistarli. Di speranza in speranza, si arriva ai casi umani. Sanremo è l’ultima spiaggia di chi vuole uscire dal Limbo. Un passaggio sul palco dell’Ariston assicura un anno di apparizioni tv, interviste radiofoniche e web e qualche concerto in piazza.

Poi, a parte le maestranze della Rai, che deve dimostrare di essere l’unica televisione capace di organizzare un evento simile, l’altra presenza massiccia in riviera è quella dei mass media. Fotografi, cameramen, giornalisti o pseudo-tali con contratto da metalmeccanico mettono in bella mostra il pass, simbolo di potere, cercando di portare a casa l’intervista e un selfie con chiunque sia. I giornalisti quelli veri, quelli che ci campano con questo mestiere (citazione Vittorio Zucconi) stanno rintanati nel Bronx della sala stampa. Loro non rincorrono, sono rincorsi. C’è il p.r. complice, che sussurra all’orecchio le grandi notizie. Peccato che le grandi notizie riguardino personaggi come Samurai Jai, o Nayt, o Fedez se vogliamo concederci una botta di grandeur.

Una volta qui i cantanti contavano e qui nascevano le canzoni di massimo successo. Dietro le quinte sbocciavano o si consolidavano amori, Pizzi e Togliani, Latilla e Sanson’s, e scoppiavano litigi, tra due amatissimi, Claudio Villa e il suo rivale Luciano Taioli. Brillavano nuove inimitabili star, Adriano Celentano con 24 mila baci nel ‘61, la allora quindicenne Gigliola Cinquetti, con Non ho l’età nel ‘64 e quella che sarebbe diventata una donna raffinata, una cantante e un’attrice di prestigio internazionale, Milva, che quando nel ‘61 apparve a Sanremo tutta vestita d’oro per cantare Il mare nel cassetto era una ragazzona piuttosto incolta e spaventata. Allora i giornali dedicavano un breve articolo all’evento: oggi l’informazione di ogni tipo non sembra occuparsi d’altro: per dire che il Festival è brutto, non basterebbe meno spazio?

Le “occasioni conviviali”

Tommaso Paradiso nel Clube dei romantici aperto dalla Lego

Poi ci sono le truppe cammellate della discografia in crisi che si scatenano in una feroce rincorsa allo spazio sui mass media. Va di moda 1’«occasione conviviale». Tutti gli sponsor del Festival hanno aperto uno stand, dove fanno incontrare il pubblico con gli artisti. C’è Lego che apre il Club dei romantici su idea di Tommaso Paradiso, c’è l’angolo per l’aperitivo con Aperol, si fa colazione ascoltando DJ set, si partecipa a momenti live con The Jackal. Rowenta Village ha alzato una ruota panoramica completamente caratterizzata da animazioni luminose.

La ruota panoramica

Su una nave al largo di Sanremo, alla festa di Fantasanremo, c’è Tony Pitony che imita Frank Sinatra.  A Casa Vessicchio, inaugurata dai parenti del compianto direttore d’orchestra, si presentano libri, giovani autori e si può anche mangiare.  C’è lo “Spazio consapevole”, un luogo di incontro dedicato a dialogo, riflessione e condivisione sul ruolo dell’arte e della musica nella trasformazione sociale, con panel tematici per favorire il confronto e l’approfondimento. Mentre al Covo Rolling Stone s’imbucano Casino Royale, Mille e Simone Matteuzzi, presenze musicali “aliene” a Sanremo.

Casa Vessicchio

E che dire dei festaioli? Nel regno dell’apparire (preferibilmente in tv), nel Far West dei duelli per un posto al sole sui giornali, c’è chi preferisce la radio. O meglio, le radio, le mille emittenti d’Italia. Non può mancare, in apertura della settimana sanremese, il party di qualche radio nazionale con la passerella dei vip per autografi e selfie. Molto ambito, soprattutto per il food. Perché dovete sapere che per gran parte dei giornalisti, soprattutto quelli che stanno a Sanremo a spese proprie, il cibo è l’obiettivo principale. Come cavallette, quando passano loro, razzolano tutto. Così sono un successo le iniziative enogastronomiche che vanno dalla Sicilia alla Corea del Sud.

I più dediti al lavoro frequenteranno gli store che alcune etichette discografiche hanno aperto quest’anno nella speranza di vendere qualche disco, vinile o cd che sia, e soprattutto merchandising. 

E ancora artisti di strada, sosia, predicatori, forze di polizia in passerella, metal detector, stagisti, parrucchieri, truccatori, stilisti, bodyguard, navi da crociera, servizi di sicurezza, mitomani, chef, sponsor, turisti, imbucati, curiosi, premi, premiati e il variegato pubblico che paga dai 240 fino a 875 euro per stare seduto oltre quattro ore sulle poltrone rosse dell’Ariston.

Non è successo niente

Sanremo è un non luogo, come Disneyland, come Las Vegas, come i villaggi vacanze. E il non-luogo è questione di sguardo. Uno spazio, per dirla con Marc Auge, in cui colui che lo attraversa non può leggere nulla né della sua identità, né dei suoi rapporti con gli altri. Uno spazio dove si mette in scena una storia, e se ne fa spettacolo, de-realizzando la realtà. In parole povere: qui non è successo niente. Si trascorre una settimana in un villaggio vacanze con animatori entusiasti e un po’ invadenti, come tutti gli animatori dei villaggi. 

Di questa vacanza resterà – come d’ogni vacanza – qualche foto ricordo, da mostrare sempre più sbiadita ad annoiati colleghi d’ufficio o agli amici. Poi, tra un po’ di anni, capiterà forse di domandarsi, in certi momenti oziosi: ma quel Festival del 2026 com’è stato? Cos’è stato? Chi ha vinto? 

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