– La giovane band sabato 31 gennaio è ospite del Piccolo Teatro del Mercato di Ragusa Ibla: un piccolo microcosmo musicale in cui confluiscono dalla musica ebraica alle suggestioni arabe, dai ritmi asimmetrici alla polifonia melodica, fino a contaminazioni world e fusion
– Un ecosistema culturale a sé, con radici profonde e influenze incrociate tra Europa, Medio Oriente, Africa e Nord America con una importante presenza internazionale: dal contrabbassista Avishai Cohen al trombettista Itamar Borochov e al pianista Ofir Shwartz
Quando si parla di jazz, i luoghi che vengono immediatamente in mente sono spesso New York, New Orleans o Parigi. E invece, in un angolo del Mediterraneo, una scena sorprendentemente viva pulsa da decenni: quella d’Israele. Non si tratta di un’appendice locale di un fenomeno americano, ma di un ecosistema culturale a sé, con radici profonde e influenze incrociate tra Europa, Medio Oriente, Africa e Nord America.
Dalle origini alla modernità: le radici di una musica globale

Il jazz approda in Israele già negli anni ’50 e ’60, quando la musica afroamericana comincia ad avere una diffusione più ampia grazie alla televisione e ai primi dischi disponibili nel Paese. Musicisti locali, spesso autodidatti o formati all’estero, iniziano a esplorare questo linguaggio con curiosità e intensità. È un periodo pionieristico, in cui figure come Danny Gottfried non solo suonano, ma gettano le basi per un’istruzione jazzistica formale, inaugurando dipartimenti di musica e organizzando eventi che daranno poi forma alla scena adulta del Paese.
Nel corso degli anni ’70 e ’80, e poi negli anni ’90 e oltre, questa scena si stratifica. Sul fronte compositivo, artisti come Albert Piamenta iniziano a mescolare jazz con musica etnica e melodie locali, ponendo le basi per una identità jazzistica che non rinnega le radici culturali del Paese.
Un melting pot di influenze

Israele è storicamente un crocevia di culture, lingue e migrazioni. Anche nel jazz questa caratteristica si riflette con forza. I musicisti non suonano semplicemente jazz “americano”: ne incorporano elementi mediterranei, sefarditi, arabi, africani, europei, creando un linguaggio che è allo stesso tempo globale e locale. Dal klezmer reinterpretato in chiave moderna alle melodie hasidiche trasformate in temi jazz — come nel lavoro di progetti come The Nigun Quartet — il jazz israeliano è un laboratorio continuo di contaminazioni.
Questa fusione non è un esercizio di stile isolato, ma un tratto distintivo della scena: musicisti come il pianista Ofir Shwartz o il sassofonista Amir Gwirtzman hanno costruito carriere internazionali portando con sé questa visione ibrida e originale.
La scena oggi: festival e ritorni
Oggi il jazz in Israele non è solo un fatto da ascoltare nei dischi, ma un’esperienza viva nei club, nelle scuole e nei festival. Uno dei fenomeni più rappresentativi di questa vitalità è il Red Sea Jazz Festival, tenuto ogni anno a Eilat dal 1987. Nato per stimolare la scena locale e attirare artisti da tutto il mondo, è diventato uno dei festival jazz più longevi e rispettati a livello internazionale, con esibizioni di grandi nomi accanto a talenti emergenti israeliani.
Un aspetto curioso e tipico della scena israeliana contemporanea è il ritorno di talenti formati all’estero. Molti musicisti passano anni in centri jazz internazionali come New York o Berlino e poi tornano a Tel Aviv o Gerusalemme, portando con sé una visione più ampia ma ricollegandosi alle radici locali. Questo ritorno non è solo geografico, ma culturale, e alimenta l’idea di un jazz che è al tempo stesso “di casa” e aperto al mondo.
L’identità del jazz israeliano: equilibrio tra radici e avanguardia

Una delle domande che spesso viene posta a critici e musicisti è se esista un “suono israeliano” nel jazz. La risposta, nelle parole di chi osserva la scena dal suo interno, è sfumata: non si tratta di un genere monolitico, ma di una sensibilità condivisa. La forte individualità, l’attenzione alla improvvisazione, il rispetto per le tradizioni melodiche locali e la spinta verso l’innovazione definiscono un linguaggio che si muove tra radici e avanguardia.
Avishai Cohen è una delle prime figure che viene in mente: un contrabbassista, compositore e cantante che ha contribuito a portare il jazz israeliano nel cuore della scena mondiale. La sua carriera è stata caratterizzata da un equilibrio tra tradizione jazz e contaminazioni culturali: nei suoi lavori si intrecciano elementi mediterranei, mediorientali e afroamericani, con composizioni che hanno spesso incorporato lingue come l’ebraico e il ladino e arrangiamenti che fondono jazz, musica classica e sonorità popolari.
Un’altra voce decisiva nel jazz israeliano contemporaneo è Itamar Borochov, trombettista nato nel 1984 a Tel Aviv (Jaffa) in una famiglia di musicisti. Borochov cerca una sintesi tra le radici mediorientali della sua infanzia (incluse le scale maqam della musica araba e nordafricana) e la tradizione jazzistica occidentale: suona su una tromba quarter-tone personalizzata che gli permette di integrare microtoni e sonorità non occidentali nel linguaggio improvvisativo.
Il jazz in Israele è specchio di una società complessa: multietnica, trasversale, spesso in dialogo – e a volte in tensione – con le proprie identità culturali. Il risultato non è una narrazione univoca, ma un mosaico di espressioni sonore che riflettono la diversità di voci creative chiamate a confrontarsi con il linguaggio universale del jazz.
Senza dimenticare Anat Cohen, clarinettista/sassofonista (e sorella del trombettista Avishai Cohen) con una carriera internazionale che abbraccia jazz, world e musica brasiliana, e Shauli Einav, sassofonista e compositore, vincitore di premi ASCAP e figura riconosciuta nelle scene europee e americane.
Il Sandia Jazz Quartet

È quello che accade nella proposta musicale del Sandia Jazz Quartet che sabato 31 gennaio, alle ore 22, sarò ospite del Piccolo Teatro del Mercato di Ragusa Ibla. Dekel Epstein (sax), Shauli Shoub (piano), Jonathan Heruti (basso) e Noam David (batteria) portano esperienze musicali e influenze diverse, che spaziano dal jazz alla musica classica, dall’hip-hop e molto altro, incarnando un jazz che non si limita a reiterare il linguaggio classico, ma lo innerva di una molteplice eredità culturale: dalla musica ebraica alle suggestioni arabe, dai ritmi asimmetrici alla polifonia melodica, fino a contaminazioni world e fusion.

Il gruppo, attivo da circa cinque anni, propone una musica che «tocca un’ampia varietà di pubblici attraverso un mix speciale di groove, emozioni, melodie liriche e complessità». Il salto di notorietà è arrivato con il primo premio alla ottava edizione del “7 Virtual Jazz Club Contest”, competizione internazionale con giuria tecnica di critici e musicisti, dove Sandia è stato scelto per il brano Sabres. Il riconoscimento ha spalancato le porte a un tour europeo intenso, che li ha portati su palchi italiani prestigiosi come il Biella Jazz Club e il Jazz Club Ferrara, oltre che in festival e locali dal Nord al Sud del continente. E oggi sono considerati una delle realtà più promettenti della scena jazz contemporanea israeliana, capace di fondere tradizione e innovazione senza compromessi.
Nel 2024 la band ha pubblicato l’album di debutto, Sipur Layla (che in ebraico si può tradurre come “Storie della notte”), un viaggio emotivo e narrativo: i brani oscillano tra atmosfere arabeggianti, momenti di introspezione e espressioni dinamiche di groove, dove ogni titolo rappresenta un simbolo (come Sabres, che evoca deserti e contrasti, o Hamsin, che richiama il vento caldo mediorientale).
«La musica di Sandia nasce dall’incontro di percorsi, influenze e linguaggi diversi. Non un semplice repertorio jazz, ma un dialogo tra culture, tradizione e innovazione», sottolinea il sassofonista Dekel Epstein. «Ci piace attraversare confini stilistici: il pianoforte, per me, è uno strumento di narrazione, può portare tradizione e sperimentazione nello stesso respiro», aggiunge Shauli Shoub.
Per i quattro ragazzi israeliani la musica non è «soltanto una espressione artistica, ma un segnale di apertura e dialogo tra mondi culturali, con il jazz come lingua franca delle emozioni e della creatività». Il nome stesso del gruppo, Sandia, tradotto dall’ebraico significa “anguria”, immagine sorprendente, dolce e vivace, che pare riassumere la loro musica: frutti di ritmo fresco, sapori inaspettati, dolcezza e spigoli.
Ovunque si esibiscano — dai club italiani come il Biella Jazz Club ai festival in Europa — Sandia viene descritto come un quartetto dallo «spirito giovane e moderno, con un jazz innovativo che incorpora world music e fusion» e con una forte intenzione di dialogo culturale attraverso la musica.
