– Dalla furia al racconto: come la musica ha imparato ad affrontare il passare del tempo. Settantenni e ottantenni interpretano le canzoni che hanno scritto durante la loro giovinezza
– La difficoltà a lasciare il palco, i problemi di pensione per i meno ricchi, il seguito del quale ancora godono, favoriscono una longevità artistica che le stesse star non si aspettavano
Tutti lo sanno: l’adolescenza è la fase in cui si stabilisce una connessione più profonda con la musica. Per i giovani la musica influenza il loro modo di vestire, il loro vocabolario e il modo in cui affrontano qualsiasi sentimento che sembri indecifrabile. Legami reciproci, perché anche i giovani artisti stabiliscono un rapporto speciale con i loro coetanei (o con coloro che sono nati poco dopo).
Quando, all’inizio e alla metà del XX secolo, filosofi e sociologi parlarono di “generazioni” – parola volatile di cui si abusa nella stampa di tendenza -, giunsero alla conclusione che una generazione è un gruppo di persone di età simili in grado di agire insieme sul mondo e trasformarlo. Secondo questa definizione, la generazione di maggior successo della musica rock è stata la prima. I Beatles, Bob Dylan, Rolling Stones (e tanti altri, da David Crosby a Ray Davies) hanno cambiato il mondo.
Hanno avuto un tale successo che oggi è difficile pensare a un gruppo di artisti con un livello di influenza simile. Anche se negli ultimi anni Taylor Swift è stata la leader indiscussa d’incassi con il suo Eras Tour, tra gli artisti con il maggior incasso dal vivo c’erano Stones, Springsteen e Metallica, ovvero rockstar di età superiore ai sessant’anni. Non sembra molto impressionante, ma, se prendiamo in considerazione solo il rock, ci sono sette gruppi su dieci più venduti composti da uomini in età pensionabile (persino in Italia).
Il naturale processo di invecchiamento delle grandi figure del rock ci ha abituati a vedere settantenni e ottantenni che interpretano le canzoni che hanno scritto durante la loro giovinezza. E, per quanto sia qualcosa di molto comune, si discute ancora sulle possibili contraddizioni che presentano questi spettacoli. Con chi intendono connettersi? Con i giovani di oggi o con gli spettatori della loro età? È coerente che un anziano canti della rabbia giovanile? Come si sente Roger Daltrey, 81 anni, quando canta quello di “I hope I die before I get old” (“Preferisco morire piuttosto che invecchiare”)? E Ian Anderson, dei Jethro Tull, quando interpreta a 78 anni Too Old to Rock and Roll but Too Young to Die, una canzone che ha composto quando ha iniziato a sentirsi più grande nel 1976, cioè a 29 anni?
Se gran parte di chi svolge un lavoro dipendente sogna la pensione, perché gli artisti preferiscono gli scenari alla comodità di un “buen retiro”? E, soprattutto, quello che fanno è ancora rilevante? Perché, se c’è una cosa che i critici culturali hanno chiaro è che, con poche eccezioni, il rock che ha successo oggi non è quello che parla del presente, ma quello che ricrea il proprio passato.
Rock geriatrico

Nel 2001 il giornalista americano John Strausbaugh pubblicò Rock ‘til You Drop, un saggio spietato in cui ripercorre la decadenza di un genere che avrebbe sostituito la ribellione con la nostalgia. Nel suo libro, Strausbagh parla del “colostomy rock” (lo tradurremo un po’ fantasiosamente come “rock geriatrico”) e include in quella categoria tutto ciò che è stato fatto dai Rolling Stones e dagli Who durante gli anni Novanta. «Un’intera generazione ha tradito i propri ideali e le proprie eredità giovanili, diventando compiacente e moralmente e intellettualmente pigra nella sua età matura, dalla triste glorificazione superficiale della rivista Rolling Stone all’autobomba all’interno del settore rappresentato dalla Rock and Roll Hall of Fame», scrive Strausbaugh.
Anche se è stato scritto molto sulla nostalgia come valore dominante nel panorama culturale degli ultimi anni e come ostacolo allo sviluppo di nuove proposte, non sono apparsi quasi mai discorsi così forti come quello di Strausbaugh. Sono passati 25 anni e Dylan mantiene il suo Neverending tour mentre, con l’aiuto del Timothée Chalamet di A Complete Unknown, genera nuovi fan. Paul McCartney è tornato in tour e le critiche sono unanimi: meraviglioso.
Quindi, in generale, c’è consenso: vale ancora la pena ascoltare le leggende del rock e non ha senso disprezzare la loro maturità in occasione di presunte contraddizioni. Allo stesso modo in cui nel jazz si ammetteva che un artista anziano potesse continuare a generare grandi opere, nel rock è successo lo stesso.

Chiunque abbia vissuto una vita lavorativa intensa ha difficoltà ad andare in pensione. E per chi ha calcato per una vita il palco, è ancora molto più duro. È difficile abbandonare quel ruolo lavorativo da cui dipende tutto il rinforzo positivo che ricevevi; per alcuni, lasciare il lavoro è quasi come scomparire. E questo spiega la longevità di coloro che possono permettersi di continuare a suonare.
Un altro motivo per cui le carriere si allungano così tanto è che, finora, nessuno ha pensato a come dovrebbe essere la pensione per i musicisti, specialmente per tutti quegli artisti che non sono stati in grado di accumulare un patrimonio e che ora, in seguito alla crisi del mercato del disco, affrontano un modello in cui il reddito dipende solo dai live.
Affrontare a una certa età una intensa attività “live” significa sottoporsi a sforzi eccessivi, con conseguenze come lesioni alle corde vocali o problemi muscolari invalidanti per un chitarrista. Vedi il recente caso di Keith Richards, il chitarrista dei Rolling Stones, l’alter ego di Mick Jagger, allo scoccare degli 82 anni ha dovuto dare forfait, costringendo la band ad annullare il tour europeo. Nei live degli ultimi anni ha avuto difficoltà a causa di una lunga battaglia contro l’artrite, che ha definito «benigna» e che lo ha costretto a cambiare il suo stile di suonare.
Alternativa all’“usa e getta”
Il rock oggi non ha più l’urgenza della scoperta. Non deve dimostrare nulla, né inseguire le mode. Vive di autorevolezza, di memoria, di una relazione profonda con il pubblico. Ogni concerto è una celebrazione, ma anche una verifica: quelle canzoni reggono ancora? La risposta, spesso, è sì. Perché parlano di sentimenti primari — rabbia, desiderio, perdita, libertà — che non invecchiano mai, anche quando a invecchiare sono i loro interpreti.
Certo, il rischio dell’autoreferenzialità è sempre dietro l’angolo. Alcuni spettacoli sembrano musei itineranti, fedeli riproduzioni di un passato glorioso. Ma nei momenti migliori accade altro: il tempo si comprime, il passato dialoga con il presente, e il rock dimostra di essere più di un suono. Diventa un archivio emotivo, una lingua comune che permette a padri, figli e nipoti di cantare le stesse parole per ragioni diverse.
Il rock dei dinosauri resiste anche perché offre un’alternativa alla logica dell’usa e getta. In un’industria che produce idoli a scadenza rapida, loro incarnano la durata. Non sono eterni, ma persistenti. E in questa persistenza c’è una forma di ribellione silenziosa: continuare a esistere, artisticamente, quando il sistema ti vorrebbe già archiviato.
Per finire, si potrebbero mettere decine di esempi di brani come Old Man di Neil Young o When I’m Sixty-Four dei Beatles, in cui coloro che oggi sono leggende immaginavano da giovani come sarebbe stata la vecchiaia. Ma forse è meglio andare a And Nothing is Forever, la seconda canzone dell’ultimo album di The Cure (2024) in cui Robert Smith, 65 anni, canta: “Lo so, lo so, il mio mondo è invecchiato e niente è per sempre”.
