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ROY PACI: sette passi verso il paradiso

– Sono i sette “sold out” per i concerti palermitani che da giovedì 19 a domenica 22 febbraio lo vedono suonare per la prima volta con l’Orchestra Jazz Siciliana. «Li dedico a Dio Miles e alla mia inseparabile Sofia», la sua amatissima tromba
– «C’era la banda, ma c’era assolutamente il jazz, perché la Sicilia è la patria del jazz. Il mio nome è dedicato a Roy Eldridge». Poi la scoperta di Miles Davis: «Mi ha insegnato a essere proteiforme, a non restare chiuso in un solo genere»
– Lo spettacolo ripercorre la storia di Rosario, ragazzino siciliano che scopre la sua passione per la musica durante un corteo funebre, «con le ballad del mio repertorio che ho scritto con gli Aretuska e un omaggio allo swing italiano»

Strombazzare è la sua nobile arte retorica. Roy Paci con una tromba in mano è cresciuto nella banda di Augusta, la sua città. Correvano caldi gli anni Settanta, il piccolo Rosario scopre la sua passione per la musica durante un corteo funebre e già a 8 anni faceva i primi passi nella banda. Un anno dopo era il primo trombettista. 

«Dove minchia vai con quella tromba in mano», gli ripetevano. Ma il piccolo Rosario non smetteva di soffiare, e più lo deridevano più forte faceva urlare quello strumento. «Quando imbracciai la tromba per la prima volta fui folgorato, come quando John Belushi vide la luce in chiesa nel film The Blues Brothers. Nel giro di un mese la sapevo già suonare. A casa ascoltavo il jazz, soprattutto Louis Armstrong. Poi mio padre mi regalò un vinile di Roy Eldridge e a me parve anche migliore di Satchmo, tanto che il mio soprannome Roy è dedicato a lui».

A 15 anni, la scoperta di Miles Davis segna una svolta per il piccolo Rosario. «Mi ha insegnato a essere proteiforme, a non restare chiuso in un solo genere». Così s’iscrive all’“università della calle”, la scuola della strada, come dicevano i vecchi cubani del Buena Vista Social Club. Nel 1990 si trasferisce in Sudamerica per suonare con la Big Band di Stato dell’Argentina, con i gruppi di Cumbia e musica popolar do Brasil. Poi si ferma nelle isole Canarie e infine in Senegal, suonando con musicisti di strada e griot senegalesi come Baaba Maal. Si unisce alla Radio Bemba Sound System di Manu Chau. 

Roy è come un rabdomante, con la tromba al posto del bastone, che si lascia guidare ai quattro angoli del mondo alla ricerca del sacro fuoco che incendia l’animo umano. La sua voce è una continua sorpresa, le sue note gioiose e trascinanti posseggono un milione di sfumature, sono come le tessere di un mosaico in continua costruzione, la sua musica è un’alchimia in cui si abbracciano tradizione e avanguardia.

Tornato in patria, forma la sua banda, Ionica, originale formazione con cui incide le musiche per banda che nel Sud Italia accompagnano le processioni della Settimana Santa. Poi ha fatto ballare mezza Europa con la banda di gangster e soulmen degli Aretuska. Con quella tromba in mano, ha suonato su palchi prestigiosi, ha girato il mondo, ha collaborato con Manu Chao, Vinicio Capossela, Ivano Fossati, Subsonica, Caparezza, Diodato (e molti altri), è arrivato al successo, ha partecipato al Festival di Sanremo, ha fatto teatro, televisione (recentemente ha partecipato alla festa per i trent’anni di Zelig, dov’è stato protagonista) e cinema (Nastro d’argento per le musiche del film La febbre di Alessandro D’Alatri), ha otto dischi sulle spalle a suo nome e innumerevoli collaborazioni, ha una etichetta discografica ed è un richiestissimo produttore.

A 56 anni Roy Paci fa un altro passo, anzi «seven steps to heaven», sette passi verso il paradiso che dedica a «Dio Miles e alla mia inseparabile Sofia», la sua amatissima tromba. Sette passi che lo conducono dalla banda all’orchestra. Da oggi, giovedì 19, a domenica 22 febbraio al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo – con i seguenti orari: 21.15 (giovedì), 19.00 e 21.30 (venerdì e sabato), 18.00 e 20.30 (domenica) – terrà sette concerti, tutti “sold out” con l’Orchestra Jazz Siciliana. Una prima assoluta che mette in evidenza la grande versatilità del trombettista. «È la prima volta che mi confronto con l’Orchestra jazz siciliana: questa “nostra” orchestra è patrimonio dell’umanità, è la migliore d’Italia», commenta entusiasta al termine delle prove «dalla pelle d’oca». «Sin da bambino il jazz è stato il respiro della mia libertà e la mia tromba è la voce con cui da sempre ho scelto di raccontarlo», aggiunge.

Il concerto sarà un viaggio e una festa. Dal jazz delle origini alle bande di paese, dal Sudamerica all’Africa, dallo ska al latin, dal folk alla world music: la musica che Roy Paci porterà sul palco è meticcia, libera e profondamente groove. «Ci saranno le ballad del mio repertorio che ho scritto per gli Aretuska e che non ho mai eseguito dal vivo, perché risultavano per gli aficionados delle canzoni troppo lente, visto che gli Aretuska devono fare concerti di due ore di party band a sacco», sorride. «Le ho riarrangiate, insieme al maestro Roberto De Nittis, e le proporrò insieme a un omaggio ai padri della swing era come restituzione a quanto mi è stato dato dalla linfa musicale italiana».

Ovvero i vari Fred Buscaglione, Renato Carosone, Lelio Luttazzi, ai quali si era ispirato in Carapace, lo spettacolo jazz-teatrale che ripercorre la storia di Rosario, ragazzino siciliano che scopre la sua passione per la musica durante un corteo funebre. «Sì, è l’idea che vorrei realizzare, ma dieci volte meglio, grazie alla presenza dell’Orchestra Jazz Siciliana».

  • Il primo amore non si dimentica mai…

«C’era la banda, ma c’era assolutamente il jazz, perché la Sicilia è la patria mondiale, assoluta e riconosciuta, del jazz, che nasce da siciliani trapiantati in America. Io nasco in una famiglia di umili origini – mio padre faceva il contadino, mia madre era casalinga – ma entrambi erano dei gran musicisti che si divertivano tantissimo a suonare. E mio padre era patito di Buscaglione, oltre che di Carosone, due artisti che in Italia facevano già la prima contaminazione! A 12 anni mi piaceva solo il jazz ed ero molto selettivo! Proprio a quell’età ho ottenuto il mio primo ingaggio, lo conservo ancora con la firma e la tutela di mio padre. Per la prima volta in un’orchestra jazz! Ho iniziato ufficialmente a suonare nel 1982: quasi quarantacinque anni di musica!»

  • L’universo musicale di Roy Paci non ha però confini.

«Il mio universo musicale è fatto da troppe forme diverse e sarebbe, non solo riduttivo, ma anche stupido dover cercare necessariamente un’etichetta per ciò che faccio, giorno dopo giorno, saltando da una parte all’altra senza nessun tipo di problema. Oggi posso fare hardcore, domani balkan. Se una sera dirigo l’orchestra di Vinicio Capossela, il giorno successivo puoi trovarmi ad Amsterdam a suonare musica sperimentale. Da questo punto di vista non mi sono mai fatto alcun tipo di problema né me lo farò mai».

  • Dal jazz poi a Sanremo, dove, nella serata delle cover, sosterrà Samurai J, rapper napoletano debuttante al Festival.

«Fonde hip hop e moderno cantautorato pop, mi ha voluto con lui per cantare, suonare e arrangiare i fiati orchestrali in Baila morena, successo di Zucchero. Con noi c’è anche Belén Rodríguez».

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