– Il 20 febbraio 1976 a Londra apriva il primo negozio dell’omonima catena che sarebbe diventata una fucina rivoluzionaria di un nuovo modo di intendere e distribuire la musica, culminato nella creazione, nel 1978, dell’etichetta
– Negli anni in cui il punk gridava “no future”, Rough Trade rispondeva con un “do it yourself” organizzato, consapevole. The Smiths e PJ Harvey fra le sue punte di diamante. Un libro con prefazione di Morrissey racconta la storia
Londra, metà anni Settanta. L’Inghilterra è un Paese in apnea, stretto tra crisi economica e fermento culturale. Il 20 febbraio 1976, esattamente 50 anni fa, alzava la saracinesca il primo negozio di dischi Rough Trade al 202 di Kensington Park Road: è un avamposto, una comune, una fucina rivoluzionaria di un nuovo modo di intendere e distribuire la musica, culminato nella creazione, nel 1978, dell’etichetta Rough Trade Records.
Dietro il bancone c’è Geoff Travis, mente curiosa e politica, più interessato alle idee che alle classifiche. È il 1976: mentre il punk incendia le strade, nasce un’etichetta che farà dell’indipendenza una forma d’arte.
Rough Trade Records compie 50 anni e non è soltanto un anniversario: è una lezione di stile. Perché l’indie – parola abusata, spesso svuotata – qui ha significato preciso. Autonomia dalle major, controllo creativo agli artisti, distribuzione alternativa, comunità prima del mercato. Non un genere musicale, ma un modo di stare al mondo.
L’etica prima dell’estetica

Negli anni in cui il punk gridava “no future”, Rough Trade rispondeva con un “do it yourself” organizzato, consapevole. L’etichetta pubblica dischi che sono manifesti sonori: la rabbia poetica dei The Smiths, l’avanguardia malinconica dei The Raincoats, l’energia scarnificata dei Young Marble Giants. Non si tratta solo di suoni nuovi, ma di un nuovo rapporto tra artista e pubblico.
Quando nel 1984 esce l’album d’esordio dei The Smiths, la voce di Morrissey diventa il megafono di una generazione fragile e ironica. Rough Trade non si limita a distribuire il disco: ne accompagna l’immaginario, ne protegge l’identità. In un’epoca dominata da copertine patinate, qui si coltiva un’estetica sobria, quasi dimessa, ma potentissima.
Il sogno, la caduta e la rinascita

Come tutte le utopie, anche quella di Rough Trade conosce la crisi. Alla fine degli anni Ottanta il sistema di distribuzione indipendente, che l’etichetta aveva contribuito a costruire, collassa sotto il peso di debiti e ambizioni. Nel 1991 arriva la bancarotta. Sembra la fine di una storia esemplare. E invece è solo un nuovo capitolo.
Negli anni Duemila Rough Trade rinasce, più snella ma non meno visionaria. Pubblica dischi che intercettano il nuovo millennio senza tradire la propria identità. È qui che trovano casa i The Strokes per il mercato britannico, ed è qui che sboccia il talento inquieto dei Libertines. E ancora: la delicatezza ruvida di Antony and the Johnsons (oggi Anohni), la voce scura e magnetica di PJ Harvey.

Quando PJ Harvey vince il Mercury Prize con Let England Shake, Rough Trade dimostra che si può essere radicali e centrali allo stesso tempo. Non è una contraddizione: è la prova che l’indipendenza, se autentica, non teme il successo.
Un’idea che resiste

Cinquant’anni dopo, Rough Trade non è solo un’etichetta: è un’idea che continua a interrogare l’industria musicale. In un’epoca di algoritmi e playlist, dove la musica rischia di diventare sottofondo permanente, la lezione di Rough Trade suona più attuale che mai: scegliere è un atto politico. Pubblicare un disco è prendere posizione.
La storia di Rough Trade è fatta di vinili graffiati, di notti passate a discutere di politica e suono, di fallimenti e rinascite. È la dimostrazione che l’indipendenza non è isolamento, ma comunità. Che si può stare fuori dal sistema senza smettere di cambiarlo.
E allora buon compleanno, Rough Trade Records. Cinquant’anni di rumore necessario, di poesia elettrica, di ostinata libertà. In un mondo che corre veloce, c’è ancora bisogno di chi sa fermarsi ad ascoltare.
A raccontarci oggi la sua epopea arriva Document and Eyewitness: An Intimate History of Rough Trade di Neil Taylor, nuova edizione con una prefazione inedita di Morrissey.
