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ROBBIE WILLIAMS l’entertainer

– Il suo unico concerto in Italia, ieri a Trieste, è una celebrazione della vita, farcita di umorismo, ironia, sfacciataggine, auto-parodia e musica che non importa di chi sia, a condizione che muova i sentimenti
– «Io sogno di diventare il migliore intrattenitore del mondo. Michael Jackson lo ha fatto proclamandosi il re del pop e diventandolo, io voglio fare lo stesso, diventando il re dell’intrattenimento»

Due aspetti per riassumere un concerto di più di due ore. Entrambi nel tratto finale. Da un lato una interpretazione parziale, metà scherzosa metà seria, di cover come Sweet Child O’ MineBillie JeanLivin la vida Loca o Ain’t no mountain high enough. È il modo bizzarro con cui Robbie Williams presenta i membri della sua band, rifiutandosi di fare quello che fanno tutti gli artisti: pronunciare il loro nome per ricevere gli applausi di cortesia. I suoi musicisti devono iniziare una canzone e lui la raccoglie o lascia che sia la band a svilupparla. La lista cambia ad ogni concerto.

Il secondo aspetto la frase detta da sua moglie: «Non possiamo garantire il domani, solo l’adesso». Sugli schermi i suoi parenti morti o vivi ma non dimenticati a causa della degenerazione neurologica. «Mia madre è affetta da demenza e non sa più chi sono. Non sa più dove si trova. Mio padre è affetto dal Parkinson e non può uscire di casa».

Lo show che ha proposto allo stadio Nereo Rocco di Trieste, davanti a 28mila persone nel suo unico concerto in Italia, è una celebrazione della vita, farcita di umorismo, ironia, sfacciataggine, auto-parodia e musica che non importa di chi sia, a condizione che muova i sentimenti. Puro intrattenimento. D’altro canto, lo confessa lui stesso: «La vita è difficile e io sogno di diventare il migliore intrattenitore del mondo. Michael Jackson lo ha fatto proclamandosi il re del pop e diventandolo, io voglio fare lo stesso, diventando il re dell’intrattenimento. Ma questo mio sogno sarà realizzabile solo con voi: tutto questo esiste solo perché me lo concedete: solo insieme siamo lo show».

Robbie cresce stando sul palco. Non importa se la sua musica piaccia o no, è come la difende, come ride di se stesso, come le sue parole giocano con i sensi, come ironizza sui colleghi di professione – dice di avere un palco al centro del recinto perché lo ha visto ai Coldplay, ma che i braccialetti erano costosi e, quindi, è meglio che ognuno accenda il cellulare – e come usa il suo viso e la sua espressione corporea per definire e orientare parole che trascritte perdono efficacia. Devi vederlo, devi essere lì.

Lo stadio “Nereo Rocco” di Trieste gremito da 28mila persone per il concerto di Robbie Williams

Non ha dato un concerto, ha dispiegato uno spettacolo parlato, cabaret, un’alternanza tra monologhi e canzoni in cui ha affermato di voler essere il miglior entertainer del pianeta. Se siamo qui è per ridere, diceva il sottotesto dello spettacolo in cui ha cantato altre canzoni altrui, queste in versione completa come New York, New YorkMy Way e She’s The One. Anche i medley con Song 2 (Blur), Living On A Prayer (Bon Jovi) e Seven Nation Army(The White Stripes), proprio all’inizio, tra successi del calibro di Let Me Entertain YouMoonson Rock Dj. Cultura popolare, ingredienti della ricetta di un artista che sa fare tutto suo con l’obiettivo di intrattenere e relativizzare questa piccola porzione di tempo in cui siamo vivi. Impossibile non lasciarsi contagiare dal messaggio di una musica di natura effimera come il pop.

Sul palco, popolato da schermi sospesi, piattaforme mobili su cui si trovano i musicisti, con sezione fiati e tre coristi. Anche l’imitazione di un’astronave da cui Robbie scende come un cosmonauta all’inizio e sulla quale torna per salutare dall’alto con Angels. Un corridoio entra nella pista fino a un secondo palco, la “copia” dei Coldplay, e per accedervi Robbie cammina per corridoi attraverso i quali saluta il pubblico e sbatte le mani fino a trovare fan con cui cantare le sue canzoni. Essere vicini è importante, soprattutto se gli squilibri e gli eccessi passati fanno parte della sceneggiatura, perché raccontare questioni intime a uno sconosciuto lontano sarebbe solo puro teatro. 

Il pubblico è quasi una famiglia, il ricettacolo delle sue abilità e il motore per continuare a dispiegarle. Robbie, alla fine dello spettacolo, chiede se la gente avrebbe voluto invecchiare con lui, un modo per cercare affetto e accettare che nonostante la sua tuta rossa, il suo abbigliamento fucsia, la sua energia e i suoi tatuaggi il tempo passa e i 51 anni sono già nel loro armadietto. Del suo nuovo album, che uscirà in autunno, suona solo Rocket, la canzone che apre lo spettacolo. Si intitolerà Britpop, come quello che l’anno scorso ha pubblicato A.G. Cook in chiave hyperpop. E oggi è uscito un secondo singolo, Spies.

Al concerto Robbie ha anche cantato un frammento di Wonderwall (Oasis), un’altra prova che l’Inghilterra, ora fratturata, tesa, impoverita e con i suoi abitanti che si tolgono i denti a casa per mancanza di assistenza medica pubblica, desidera quello stile musicale perché quando è nata, negli anni Novanta, tutto era speranza dopo la partenza della Thatcher e l’avvento di un giovane e dinamico Tony Blair. Regnava l’edonismo spensierato.

La musica evoca non solo la nostra giovinezza, ma anche la speranza, la musica è un rifugio per superare tempi in cui entrambi mancano. Robbie Williams è quell’unguento che viene applicato per far guarire le ferite, mascalzone e accattivante, un fragile sopravvissuto che ride per primo e di se stesso. Ecco perché è credibile. Ecco perché ha trionfato anche se non tutti capiscono l’inglese, perché le sue facce, i suoi gesti e il suo aspetto dice tutto. E ha ancora le canzoni, in buona misura ballate nella seconda metà dello spettacolo, per far sì che lo stadio diventi un mare di lanterne e braccia che dondolano come anemoni per celebrare la vita e la sua musica. 

Se Robbie non mostrasse che in fondo si sente stupito di essere sopravvissuto non sarebbe lo stesso, le sue parole suonerebbero come impostura, frasi da biscotto della fortuna. Ma questo teppista è così reale che la personalità che proietta è il segreto del suo successo. 

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