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Ritratto d’autore di Bill Evans

– Ristampata in una nuova edizione ampliata la biografia scritta da Enrico Pieranunzi sul leggendario pianista americano
– «Lui è un influsso fondamentale non solo per me, ma per tutti i pianisti che si avvicinano al jazz». E spiega perché

«Quando un musicista fa il ritratto di un altro musicista, la figura narrata accoglie, come uno schermo, quanto il primo cerca di se stesso», scrive Carlo Serra nell’introduzione del libro Bill Evans. Ritratto d’artista con pianoforte scritto da Enrico Pieranunzi e ristampato dal Saggiatore in una nuova edizione ampliata. 

Enrico Pieranunzi, pianista, compositore, arrangiatore, ha collaborato con Chet Baker, Lee Konitz, Charlie Haden, e con Marc Johnson e Paul Motian, storici componenti del trio di Evans, unico musicista italiano ad aver suonato e registrato più volte al Village Vanguard di New York, scrive questo ritratto di Bill Evans come un incontro virtuale. «Era un bell’uomo, alto un metro e novanta, dal fisico slanciato e atletico; ottimo nuotatore, forte nel football e abile nel golf; una persona di acuta intelligenza. Eppure, non accettò mai se stesso: e questo rifiuto della propria realtà umana pervade molte delle sue più intense interpretazioni. L’autodistruzione, il fallimento umano, furono i prezzi che sentì di dover pagare per la sua realizzazione artistica».

Pieranunzi e Evans non si sono mai conosciuti, anzi all’epoca il pianista italiano era più influenzato da colleghi come Wynton Kelly e McCoy Tyner. «È stato Chet Baker a portarmi verso Evans», racconta Pieranunzi. «Il giorno in cui Bill è morto – il 15 settembre del 1980 – è stato il mio primo incontro con il trombettista a Roma. E alla fine della chiacchierata mi chiese se avessi saputo dalla scomparsa di Bill. Quindi è stato grazie alla collaborazione con lui che mi sono avvicinato al maestro. In particolare, c’è un disco che per me rappresenta uno shock emotivo: I Will Say Goodbye. Qui improvvisa pochissimo, suona le melodie e lavora sulle armonie di una serie di standard. Nessuno era come lui. E Miles Davis, che nel 1959 lo aveva voluto al suo fianco nel capolavoro Kind of Blue, ci aveva visto lungo. Tanto che aveva detto: “Bill suona il piano proprio come si dovrebbe suonare”. È stato un grandissimo interprete, un autentico narratore, oltre che un improvvisatore».

Enrico Pieranunzi

«Sembrava un professore di Harvard all’angolo di una strada di Harlem». Così qualcuno dotato di senso dell’umorismo aveva descritto Bill Evans ai tempi dell’ingaggio nel quartetto di Miles Davis. Il libro non parla solo della musica suonata: racconta anche la vita di Bill Evans, il suo rapporto con la famiglia, i lutti cui ha dovuto far fronte, la tossicodipendenza. Volendo c’è tutto, ma Pieranunzi non cede mai all’agiografia o all’aneddotica. Quando parla della vita è per parlare anche dell’arte. Questo libro è un ottimo modo per ripassare l’arte di Bill Evans: si presenta come una sorta di lunga recensione, dove, brano per brano, disco dopo disco, il maestro italiano del pianoforte con sensibilità, commozione, ammirazione e partecipazione ascolta, racconta, interpreta il lavoro di Evans in un gioco di specchi.

«Lui è un influsso fondamentale non solo per me, ma per tutti i pianisti che si avvicinano al jazz», commenta. «In primo luogo, ha creato un codice armonico che prima non c’era. Per chi studia, il suo metodo è il più bello, efficace, logico. Poi c’è l’aspetto artistico. Certo, ai nostri giorni il suo modello appare superato, perché lui era un antidivo e incarnava, come Chet Baker, il modello del genio maledetto e autodistruttivo, aveva grossi problemi con l’eroina. Nonostante il look e l’allure da intellettuale – e lo era – viveva un’esistenza tormentata e amava nascondere la sua biografia nei pezzi. Basti pensare che se n’è andato a soli 51 anni e in maniera drammatica: si è lasciato morire dopo aver saputo della scomparsa di suo fratello Harry».

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