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QUINTORIGO: restiamo dei rospi

– Per celebrare i 25 anni del primo album, John De Leo torna a suonare con la band con cui è cominciata tutta la storia al Sanremo del 1999. Venerdì 19 settembre in concerto a Palermo per l’apertura “ufficiale” del Mercurio Festival
– La storia di cinque amici usciti dal Conservatorio che volevano rivoluzionare la musica popolare passando in un soffio di leggerezza da Jimi Hendrix a Frank Zappa, da Kurt Weill a Charles Mingus e ai Nirvana
– Il sassofonista: «Il mondo musicale è cambiato, ma il nostro approccio contaminato e sperimentale, è rimasto uguale». Il cantante: «Il Festival mi ha reso popolare ma poi ho fatto una scelta: fare musica senza andare in tv»

«Siamo completamente cambiati ed esattamente gli stessi». I Quintorigo tornano nella formazione originaria per celebrare i 25 anni di Rospo, loro primo disco che, lo scorso novembre, è stato pubblicato per la prima volta in vinile, insieme al successivo Grigio. «La reunion era nell’aria, ma nessuno aveva il coraggio di fare il primo passo, quindi ci ha pensato l’etichetta. Ci ha contattati per una ristampa di Rospo, un pretesto per poi azzardare la richiesta di qualche concerto insieme. È stata la scintilla, all’inizio doveva essere un tour breve».

Doveva essere solo un ritrovarsi fra vecchi amici per festeggiare un compleanno e poi riprendere ciascuno la strada scelta un quarto di secolo fa, invece il tour celebrativo continua e venerdì 19 settembre, ore 21:30, approda allo Spazio Open dei Cantieri culturali alla Zia di Palermo per l’apertura “ufficiale” del Mercurio Festival. «Sì perché il riscontro del pubblico è stato imbarazzante, ma in senso positivo: i fan sono tornati, invecchiati come noi, portando i loro figli», commenta Valentino Bianchi, sassofonista della band romagnola. «Il mondo musicale è cambiato rispetto a 25 anni fa, ma il nostro approccio contaminato e sperimentale, forse anche un po’ ingenuo, è rimasto uguale. Venticinque anni fa eravamo pesci fuor d’acqua, oggi siamo proprio degli alieni. Anche per questo vogliamo divertirci e vedere che effetto fa riproporre quel materiale, tornare in pista nella nostra prima veste».

Una storia, quella dei Quintorigo, cominciata nel 1999 là dove non ti aspetti di trovarli: al Festival di Sanremo. Avevano scelto di chiamarsi Quintorigo, come la fondamentale trovata per il “nuovo” pentagramma, appunto, a cinque righe. che introdusse Ugolino da Orvieto nel Quattrocento. L’intento era forse quello di far capire che il gruppo era fatto di gente ben consapevole della musica scritta, ma intenzionata ad andare un gradino oltre e scartare di lato in ogni direzione. Com’è poi puntualmente avvenuto. Tant’è che in formazione avevano un cantante, John De Leo, che sembrava un po’ la reincarnazione di Demetrio Stratos degli Area. E c’era almeno un’altra stranezza, nel gruppo: non c’erano chitarre né acustiche, né elettriche. Via, dunque, lo strumento totemico della musica popolare, e al suo posto un bel assortimento di sassofoni tra le braccia di Valentino Bianchi, il violino di Andrea Costa, il violoncello di Gionata Costa, il contrabbasso di Stefano Ricci.

Oltre, naturalmente, ai picchi vocali e teatrali di De Leo. Un gruppo di colti guastatori scelti di luoghi e note comuni, capaci di passare in un soffio di leggerezza (apparente: tutto studio e prove dure) da Jimi Hendrix a Frank Zappa, da Kurt Weill a Charles Mingus e ai Nirvana. Di lambire punk e reggae, funk e rock. E di scrivere magnifici brani originali che a tutto attingevano senza somigliare a nulla.

A Sanremo vincono il Premio della critica con il brano Rospo. Segue la Targa Tenco come miglior opera prima. Un bacio popolare che li avrebbe voluti trasformare in un principe del pop. Breve stagione sotto i flash e riflettori puntati su quella voce anarchica di John De Leo e una musica randagia. Poi nel 2005, dopo tre album, De Leo è uscito dal gruppo che ha continuato a guardare a distanza con un misto di sentimenti espressi da un nomignolo: “Quattroquinti”, come li ha ribattezzati senza di lui. 

John De Leo dei Quintorigo (foto di Michele Piazza)

«Sanremo mi ha reso popolare ma poi ho fatto una scelta: fare musica senza andare in tv», spiega De Leo. E così è stato. Lo ha fatto cantando il maestro che ha nell’anima, Paolo Conte, collaborando alle botteghe di filosofia del cantautorato, Battiato e Fossati, e poi con la rara saggezza rapper, Caparezza. Ha letto tanto, da solo e in pubblico, facendogli riscoprire i fari luminosi del nostro Novecento letterario: Testori, Manganelli, Sciascia, Pasolini, fino ad arrivare al compianto Stefano Benni, le cui parole – «Non mi accadde nulla che anche tuo non sia stato» – suonano come un monito sulla copertina di Tomato peloso, l’album jazz, rock e rockabilly di John De Leo.

«La citazione di Benni è un invito alla responsabilità e alla condivisione, cercare di non smettere mai di mettere in circolo idee, parole, musica… Pasolini che abita i miei pensieri, le mie paturnie e le mie imprecazioni quotidiane ha detto: “L’arte non è elitaria, deve essere di tutti” e per contro ammoniva: “Lo spettatore deve fare fatica davanti all’opera quanto ne ho fatta io per concepirla”. Sono nato nel periodo storico in cui ho respirato che l’arte serve per soverchiare il regime e rompere le catene ideologiche che ci vuole imporre. Nel mio prossimo disco, il terzo da solista, canterò anche questo senso pasoliniano della disperata vitalità che mi permette ancora di dire: oggi sono vivo e posso guardare alle cose belle».

A Palermo i Quintorigo proporranno estratti dagli album Rospo e Grigio, due album storici che ha segnato una tappa fondamentale dell’alternative italiano, ma anche brani tratti da In cattività, terzo album dei Quintorigo, forse quello che più ha giocato con l’emulazione di pattern elettronici.

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