– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo un album che è alla base delle opere più importanti del gruppo di Freddie Mercury e Brian May e del quale esce una riedizione sontuosa in occasione del cinquantennale
A differenza del loro primo album, imperfetto, il secondo lavoro dei Queen era quasi perfetto fin dall’inizio. «Queen II è stato il più grande passo avanti che abbiamo mai fatto», ha affermato il chitarrista Brian May. «È stato allora che abbiamo iniziato davvero a fare musica come volevamo».
Mentre l’album di debutto della band soffriva di un mixaggio confuso e di un’esecuzione a tratti rigida, Queen II era il frutto di un gruppo incredibilmente ambizioso, reduce dal successo del suo primo singolo, Keep Yourself Alive. Sicuro di sé e ambizioso, l’album vedeva le visioni più audaci della band – e soprattutto di Freddie Mercury – prendere vita. È un luna park musicale pieno di chitarre ruggenti, pianoforte barocco e le armonie angeliche e meravigliosamente sovrapposte della band; con riferimenti lirici shakespeariani e all’inglese antico, personaggi stravaganti come Regine Bianche e Regine Nere, Titani, trovatori e cacciatori di fate.
Il brano in più sezioni di Mercury, March of the Black Queen, fu il diretto predecessore di Bohemian Rhapsody; persino la copertina dell’album, l’iconica e macabra foto con la maschera mortuaria di Mick Rock, preannunciava ciò che sarebbe accaduto, dato che il gruppo l’avrebbe riproposta per il leggendario video di Bohemian Rhapsody tre anni dopo, considerato da molti il primo videoclip musicale moderno. Pubblicato nel marzo del 1974, Queen II è il modello per il capolavoro della band, A Night at the Opera.

Diviso in “Lato Bianco” e “Lato Nero”, Queen II include due delle più grandi canzoni del chitarrista Brian May, Father to Son e White Queen, ma il secondo lato (detto anche lato nero) è un’esplosione di creatività firmata Mercury, con il suo brano più rock (Ogre Battle), il più eccentrico (The Fairy Feller’s Master Stroke) e una delle sue ballate più belle (Nevermore), oltre alla già citata March of the Black Queen ed al secondo singolo di successo della band, Seven Seas of Rhye. L’album è un capolavoro epico, squisitamente britannico, che dovrebbe essere il primo ascolto per chiunque voglia approfondire Bohemian Rhapsody. I Queen non avrebbero mai più suonato così intensi, selvaggi e potenti.
In occasione del cinquantesimo anniversario dell’album viene pubblicata una edizione sontuosa, simile a quella uscita per Queen I un paio d’anni fa: c’è una versione meticolosamente rimasterizzata dell’album originale, ovviamente, e poi un sacco di chicche per gli occhi e per le orecchie dei fan: un libretto ricchissimo con nuove interviste a May e al batterista/cantante Roger Taylor e quattro dischi di materiale inedito: versioni strumentali di tutte le canzoni, che offrono uno sguardo affascinante sulla complessità degli arrangiamenti; versioni live e radiofoniche della BBC delle canzoni dell’album, tutte già pubblicate in precedenza; e la cosa più interessante di tutte, scarti di registrazione delle sessioni e una canzone inedita.

I veri appassionati di musica amano scoprire come sono nate le loro canzoni preferite – l’esempio più ovvio è probabilmente guardare Paul McCartney scrivere Get Back sul momento nell’omonimo film di Peter Jackson – e qui ne troverete in abbondanza: i membri della band, soprattutto Mercury, che danno forma e provano le canzoni, tra risate, litigi e errori. Ma l’aspetto più sorprendente e accattivante è come questo metta in luce le fortissime personalità della band: un Mercury che non si fa problemi a usare parolacce e che ha il pieno controllo delle sue canzoni; May più misurato ma altrettanto determinato; Taylor impaziente e focoso; il bassista John Deacon solido ma sostanzialmente silenzioso.
A un certo punto, mentre stanno provando l’inizio di Ogre Battle, tentano l’introduzione con un uso massiccio di chitarre e Mercury dice: «Fermatevi, è una schifezza. E gli accordi di [May] prima? Chi li farà piovere dal cielo?».
Ma è altrettanto schietto riguardo a se stesso. «Colpa mia», dice dopo una falsa partenza su Seven Seas of Rhye, poi continua: «Dato che non sento bene il mio pianoforte, sto usando un sacco di effetti di pedale orribili. Sarebbe difficile per voi ragazzi se tutti gli altri strumenti fossero un po’ più bassi?».
Questi momenti illustrano l’etica del lavoro e il processo creativo della band in modo molto più vivido di qualsiasi intervista. Come tutte le band classiche, la più grande forza dei Queen era la combinazione delle personalità: quattro persone molto diverse ma energiche e ferocemente competitive. Non è un caso che siano l’unica band nella storia in cui ognuno dei quattro membri ha scritto un singolo al numero uno. (Non a caso, il loro catalogo è l’unico a essere stato venduto per oltre un miliardo di dollari.)
Infine, il brano inedito, che circola su bootleg da decenni con i nomi di Not for Sale o Polar Bear, è in realtà una canzone di May che risale ai tempi degli Smile, il gruppo precursore dei Queen con cui lui e Taylor si esibirono alla fine degli anni ‘60. Ricorda molto di più il primo album dei Queen e non è certo un classico, ma è un’esecuzione con la band al completo, seppur incerta, che colma una lacuna nella storia del gruppo. Inoltre, nelle sessioni della BBC è inclusa una rara versione con la band al completo di Nevermore, In questo brano, il gruppo si unisce al coro nell’ultimo minuto e Mercury sfodera una performance vocale di gran lunga superiore a quella della versione in studio.
Chiunque ami A Night at the Opera dovrebbe ascoltare subito l’album principale; per chi è già un fan, consiglio di dedicare almeno un paio d’ore ad assaporare questa delizia per gli occhi e per le orecchie.
