– Messa all’indice dal governo, motivo per drastiche misure di sicurezza, questa sottocultura è soprattutto un’estetica
– La musica è la colonna sonora del malessere e fra i suoi rappresentanti c’è Sayf in gara quest’anno al Festival
– È una marginalità che mima il potere invece di sfidarlo. Il riflesso deformato di una società che ha smesso di parlare di futuro
In Italia, negli ultimi anni, la parola “maranza” è balzata da un gergo giovanile a un termine spesso usato nei media, nella politica e nelle cronache cittadine per descrivere gruppi di giovani esteticamente codificati che si muovono in branco nelle metropoli e nelle periferie.
Questa famigerata etichetta finisce per appiccicarsi addosso a giovani nordafricani o comunque provenienti da comunità straniere che vivono nelle periferie urbane, soprattutto nel Nord Italia; a ragazzi che indossano tute in acetato, sneakers visibili, borselli a tracolla, e parlano un linguaggio da rap o trap; ai rapper che cantano con rime molto esplicite di risse, soldi, facili e storie di marginalità; e, infine, a piccoli delinquenti reali o presunti che incarnano il nemico urbano tutti radunati sotto lo stesso cappello semantico che si regge su scelte estetiche e talvolta sull’origine dei genitori più che su comportamenti concreti.
Al di là degli stereotipi e delle semplificazioni, il “maranzismo” è un fenomeno complesso: un crocevia di moda, musica, marginalità giovanile e narrazioni sociali contraddittorie.
Un’estetica prima che un’identità: banlieue, chav e maranza
Il maranzismo nasce come slang urbano, spesso associato alla cultura trap e rap, e alla moda di strada di giovani delle periferie italiane, inclusi molti di seconda generazione con origini migranti. Ma non è solo un fenomeno estetico: è anche un modo performativo di affermare presenza e visibilità in contesti sociali fragili, dove i giovani cercano di esprimere un’identità tra noia, aspirazioni consumistiche e la “necessità” di farsi sentire.
Se analizziamo questo comportamento in relazione ad altri fenomeni giovanili europei, emergono sorprendenti analogie.
In Francia, le banlieue sono diventate simbolo di gioventù urbana, spesso marginale e multiculturale, in cui l’hip hop e la cultura di strada sono linguaggi di identità e resistenza sociale. Se da una parte i media francesi hanno spesso raccontato queste periferie in termini di conflitto sociale e tensione con le forze dell’ordine, dall’altra gli stessi abitanti delle banlieue utilizzano la musica e lo stile come strumenti di costruzione di senso in assenza di percorsi istituzionali di riconoscimento.
Nel Regno Unito, il fenomeno dei chav — associato a certi codici estetici (abbigliamento sportivo, slang, attitudine provocatoria) — è diventato un topos culturale del rapporto tra classe operaia, media mainstream e consumo culturale di massa. Il chav, più che un “tipo sociale” concreto, è spesso un’immagine amplificata dalle narrazioni popolari.
Il maranzismo italiano si colloca in questo panorama come espressione locale di un fenomeno più ampio: giovani che usano l’estetica e la performatività di gruppo per creare un’identità in spazi sociali che percepiscono come esclusivi o ostili. L’estetica della trap, la musica urbana, il linguaggio codificato, la presenza sui social diventano così spazi di rappresentazione più che di reale potere sociale.
La musica come colonna sonora del malessere
La cultura musicale legata a trap e rap ha avuto un ruolo cruciale nella diffusione delle estetiche maranza. Nelle sonorità e nei testi — che spesso parlano di status symbol, dominio urbano, rapporti di forza — si leggono non solo immagini di consumo, ma frammenti di un linguaggio giovanile che tenta di farsi spazio in un mondo percepito come ostile o ingiusto. In questo senso, la musica non solo accompagna il fenomeno, ma gli fornisce simboli, narrazioni e codici di appartenenza.
La trap italiana, così come l’hip hop francese o il grime britannico, non è di per sé causa di comportamenti devianti. Piuttosto, essi offrono immaginari collettivi dentro cui i giovani possono radicare la propria identità, specialmente laddove gli spazi istituzionali — scuola, lavoro, servizi sociali — risultano inaccessibili o marginali.
Politica, percezioni e risposte istituzionali in Italia
Negli ultimi mesi in Italia il dibattito intorno ai maranza è uscito dai confini della cronaca urbana e si è intrecciato con la politica della sicurezza. Nel 2026 il governo ha messo in campo un pacchetto di misure volto a contrastare la violenza giovanile e i fenomeni associati alle cosiddette baby gang e “anti-maranza”. Questo include, tra le altre cose, stretta sul porto e sulla vendita di strumenti con lama (come coltelli di piccola dimensione), con pene da uno fino a tre anni, e norme specifiche per aggravanti in caso di reati commessi in gruppo o in luoghi pubblici. In parallelo, il governo ha discusso l’introduzione di zone di vigilanza rafforzata e potenziamenti tecnologici per il controllo pubblico, inclusi sistemi di identificazione biometrici in luoghi ad alta affluenza come gli stadi.
Queste misure sono state presentate come risposte all’allarme sociale e alla percezione di insicurezza diffusa, ma hanno sollevato questioni critiche. Da una parte c’è chi accusa l’azione politica di rafforzare stereotipi e conflitti identitari. Dall’altra, autorità come il questore di Milano hanno ammonito contro forme di giustizia privata, come le cosiddette ronde anti-maranza, sottolineando che «nessuna forma di violenza privata può essere tollerata».
Il rischio, già visto in Francia con le banlieue, è quello di cristallizzare l’identità deviante: più la repressione si concentra sull’estetica e sulla presenza, più rafforza il senso di opposizione simbolica, senza incidere sulle cause strutturali. La politica italiana dovrebbe misurarsi con una questione che non è solo sicurezza pubblica, ma anche percezione sociale, marginalizzazione e rapporti interculturali.
La sfida non è reprimere, ma comprendere
Il maranzismo non è un fenomeno isolato né esclusivamente italiano. In tutta Europa assistiamo a dinamiche simili, in cui giovani marginalizzati, spesso figli di migrazioni interne o internazionali, usano il linguaggio estetico e musicale per creare spazi di appartenenza in un contesto di globalizzazione culturale e precarietà socio-economica. Le risposte esclusivamente repressive rischiano di affrontare la superficie del fenomeno senza costruire politiche di inclusione, spazi culturali, servizi educativi e opportunità reali per le nuove generazioni.
Così come nel cuore delle banlieue o all’interno delle rappresentazioni mediatiche dei chav, il maranzismo italiano racconta tanto di già esistenti diseguaglianze sociali quanto di culture giovanili alla ricerca di senso in un mondo che fatica ancora a offrire spazi di riconoscimento e di futuro.
«Non vogliamo far paura»
«Papà genovese da non so quante generazioni e mamma tunisina. Se non fossi in gara tra i big all’Ariston mi chiamerebbero “maranza”, e non è detto che non lo facciano lo stesso», si presenta Sayf che il 24 febbraio debutterà sul palco del teatro Ariston fra i trenta “Big” di Sanremo 2026. Perché in un Paese dove circolano slogan come “Basta maranza”, questa sottocultura riempie le hit parade con gente come Simba La Rue, Baby Gang, Artie 5ive, Helmi Sa7bi, 8blevrai, Nabi, raggiunge palcoscenici nazional-popolari. E se può stare accanto a Carlo Conti e Laura Pausini, allora forse non è così terribile e pericolosa.
«Non è che vogliamo far paura. È che se stai zitto, nessuno ti guarda. Se sei in gruppo, vestito così, almeno esisti», dice Yassine. Ha vent’anni, vive nell’hinterland milanese, lavora a chiamata, ascolta trap, passa i pomeriggi con gli amici nei centri commerciali.
Il maranzismo, per chi lo abita, non è un’identità ideologica ma una strategia di visibilità. Il gruppo diventa protezione simbolica, l’abbigliamento un linguaggio condiviso, il volume una risposta a una sensazione di invisibilità sociale. Come nelle banlieue francesi, dove il rap nasce come cronaca e rivendicazione, anche qui lo stile precede il contenuto.
Un altro ragazzo, Luca, diciannove anni, provincia del Nord-Est, racconta: «Ci dicono sempre che siamo ignoranti o violenti. Ma nessuno ci chiede cosa facciamo tutto il giorno. Non c’è niente da fare, niente da aspettare».
La musica è il grande vettore simbolico del maranzismo. Non tanto il rap come linguaggio complesso, quanto la sua versione ridotta a immagine, a slogan. Una trap che spesso rinuncia alla narrazione per concentrarsi su status, forza, dominio. Un produttore indipendente romano, che lavora con giovani artisti urban, spiega: «Molti ragazzi non vogliono raccontare una storia. Vogliono incarnare un personaggio. La musica serve a rafforzare quella maschera».
Qui il confronto con il Regno Unito è illuminante. Il “grime” e la “drill” britannica, nati in contesti simili, hanno mantenuto una forte componente di racconto sociale. Nel maranzismo italiano, invece, la narrazione spesso evapora, lasciando spazio a un’estetica ripetitiva, immediatamente riconoscibile, facilmente monetizzabile. «Il problema non sono i ragazzi», dice un rapper milanese di seconda generazione. «È che l’industria spinge solo quello che funziona subito. Se sei arrabbiato ma non fai numeri, non interessi a nessuno».
Secondo la sociologa urbana Francesca Coin, il maranzismo va letto come effetto collaterale di una società senza orizzonte: «Questi giovani non rifiutano il sistema. Ne imitano le forme esteriori: competizione, successo, dominio. Ma senza avere accesso agli strumenti reali per ottenerli».
A differenza delle sottoculture del Novecento, che costruivano un contro-mondo, il maranzismo non propone alternative. È una marginalità performata, che mima il potere invece di sfidarlo. In questo senso, è perfettamente compatibile con il neoliberismo culturale.
Un sintomo europeo
Il maranzismo, come i ragazzi delle banlieue o i chav, non è una deviazione isolata. È il riflesso deformato di una società che ha smesso di parlare di futuro, lasciando ai giovani solo il presente da occupare.
Non è un problema di ordine pubblico, ma di immaginario collettivo. Finché l’unica forma di riconoscimento passerà attraverso la visibilità e il consumo, nuove maschere continueranno a emergere. Cambieranno i nomi, non la sostanza.
E forse, più che chiederci come reprimere il maranzismo, dovremmo chiederci perché è diventato una delle poche identità disponibili.
