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Poche donne al Festival, bufera su Conti

– I numeri mettono in luce una chiara disparità: le artiste in gara rappresentano il 38% dei Big. Sugli autori dei trenta brani in gara, 103 sono uomini e 15 donne. E andava peggio con Baglioni e Amadeus. Le Bambole di Pezza: «Non siamo contro qualcuno, vogliamo la parità»
– Il direttore artistico si difende: «La selezione si basa sui brani. Se tra le proposte arrivate non ci sono abbastanza canzoni interpretate da donne, non posso forzare le scelte». Sanremo riflette un Paese in cui le disuguaglianze di genere restano profonde e sistemiche

Non solo passerella, non solo immagine: la donna è intelligenza, talento, forza. La musica italiana ha saputo raccontarlo bene nel tempo, da Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia, che rivendica profondità, autonomia e complessità, a Donne di Anna Oxa, che celebra la capacità femminile di essere protagonista della propria vita, fino a brani più recenti come Fatti bella per te di Paola Turci, o ancora Levante che in Andrà tutto bene dice: “Non abbatterti mai, anche quando ti dicono di stare al tuo posto”. Solo per citarne qualcuna. 

Canzoni e artiste al femminile che sfidano stereotipi e aspettative sociali. La donna non è un ornamento e crea, decide, dirige e trasforma.  Ma l’orecchio ancora è sordo e al Festival di Sanremo 2026 il dibattito sulla presenza femminile torna con forza. Carlo Conti forse ignora che il nostro Belpaese è pieno di artiste donne che dominano la scena musicale dimostrando che “Oltre le gambe c’è di più”, parafrasando Jo Squillo e Sabrina Salerno che proprio dal palco sanremese nel 1991 lo cantavano. Da Annalisa a Elodie passando per Carmen Consoli, Elisa, Francesca Michielin e l’elenco potrebbe continuare ancora, sottolineando inoltre che proprio lo stesso direttore e conduttore ha bocciato la canzone di Emma Nolde per questa edizione.

Carlo Conti e Irina Shayk durante la conferenza stampa

Così al Festival di Sanremo 2026 il tema della presenza femminile torna al centro del dibattito. Durante la conferenza stampa, la giornalista Maria Elena Barnabi ha chiesto conto a Carlo Conti della netta prevalenza maschile tra i 30 Big in gara. Conti ha risposto con tono deciso: «La selezione si basa sui brani. Se tra le proposte arrivate non ci sono abbastanza canzoni interpretate da donne, non posso forzare le scelte. Mi assumo la responsabilità di aver valutato esclusivamente la qualità». 

Alla replica secondo cui nelle sue precedenti edizioni (2015, 2016, 2017, 2025 e ora 2026) il divario era ricorrente, Conti ha aggiunto che «probabilmente il mercato discografico, in questo momento, esprime una maggiore presenza maschile». Una giustificazione che suona più come una scappatoia che come una spiegazione convincente, anche perché il Festival non è solo un jukebox di canzoni, ma la più grande vetrina della musica italiana, capace di influenzare carriere, trend e la percezione stessa del talento femminile, e da sempre anche specchio sociale del tempo presente.

I numeri mettono in luce una chiara disparità di genere. Quest’anno le artiste in gara al Festival rappresentano il 38% dei Big, un aumento rispetto al passato, anche grazie alla prima band interamente femminile nella storia della kermesse, le Bambole di Pezza. Tuttavia, questa quota non rappresenta una novità isolata, ma conferma una tendenza storica: già nel 2016 e nel 2017 la percentuale di donne era simile. La situazione peggiora durante la direzione artistica di Claudio Baglioni nel 2018, quando le cantanti big erano appena 4 su 20, e nel 2019 solo 6 su 24. Con Amadeus tra il 2020 e il 2025 le quote femminili oscillavano tra il 26 e il 29%, nonostante la maggiore visibilità garantita alle co-conduttrici. 

Emma in concerto

Eppure spesso le donne vincono e convincono: Emma Marrone nel 2012, Arisa nel 2014 e Angelina Mango nel 2024 hanno dimostrato che il talento non manca. Il problema, infatti, non è la qualità ma l’accesso ai ruoli creativi e decisionali. Un esempio? Sugli autori dei 30 brani in gara, 103 sono uomini e solo 15 donne. In questo contesto, la prima band interamente femminile della storia del Festival, Le Bambole di Pezza, diventa un simbolo potente. In conferenza stampa hanno dichiarato: «Non siamo contro qualcuno, vogliamo la parità». Il termine “femminista” non è per loro uno slogan ma una scelta consapevole: far emergere la disparità, sfidare il mito della parità già raggiunta, riportare il dibattito sul piano culturale e sociale.

Sanremo riflette una realtà nazionale in cui le disuguaglianze di genere restano profonde e sistemiche. «Ci sono dati soggettivi e dati oggettivi. Che la parità di stipendi non esista, lo dimostrano le ricerche», hanno ribadito le Bambole di Pezza. Il Rendiconto di genere del Civ Inps 2025 conferma che le donne guadagnano oltre il 25% in meno rispetto agli uomini, con punte del 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative; 23,6% nel commercio; 19,7% nella manifattura e 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione. Il divario non riguarda solo gli stipendi ma coinvolge l’intero percorso professionale. Solo il 21,8% dei dirigenti è donna, tra i quadri la quota si ferma al 33,1%. Il merito non manca in quanto le donne rappresentano il 59,4% dei laureati e il 52,6% dei diplomati, ma la trasformazione di questo capitale formativo in potere decisionale resta incompleta. Alla fine della carriera, le pensioni femminili sono fino al 44% più basse di quelle maschili, una disparità che non nasce all’ultimo stipendio ma si accumula in ogni fase della vita lavorativa.

Il dibattito sul cosiddetto «potere in casa» è emblematico: un giornalista ha affermato che «dietro un grande uomo c’è una grande donna» e che il potere delle donne sarebbe già realizzato nelle case. Le Bambole di Pezza hanno smontato l’argomento: «Non vogliamo potere in casa, lo vogliamo ovunque». Il lavoro invisibile pesa: il 71% del carico mentale familiare grava sulle donne, che dedicano oltre 5 ore al giorno a casa, figli e genitori anziani, contro 2 ore degli uomini, anche quando lavorano fuori casa. Non meno grave è la questione della sicurezza nello spazio pubblico. «Se una donna esce di casa con la paura di subire violenza o essere uccisa – ha detto la band – questa non è parità». I dati del Viminale aggiornati al 2025 mostrano che, pur con un calo dei femminicidi, 85 delle 97 donne uccise lo scorso anno sono vittime di violenze in ambito familiare o affettivo. La violenza di genere non è episodica, ma sistemica. Come spiegano le artiste: «Non significa che gli uomini non possano subire violenze, ma la differenza sta nella sistematicità del fenomeno, radicato da seimila anni».

Sanremo diventa così uno specchio sociale e la sua storia lunga oltre settant’anni racconta più delle canzoni. Nessuna donna ha mai diretto da sola la kermesse, le artiste sul palco restano minoranza e la filiera creativa è ancora saldamente maschile. Il Festival non crea il divario, ma lo rende visibile e, talvolta, lo consolida. Il problema non è solo numerico: la scarsità di figure femminili nei ruoli decisionali, la predominanza maschile tra autori e direttori artistici e la costante sotto-rappresentazione sul palco rafforzano una cultura musicale androcentrica. Sanremo riflette e, in parte, normalizza una società in cui la parità di genere è ancora un obiettivo lontano. Non basta aumentare il numero di concorrenti o inserire una band tutta al femminile. Forse ci vorrebbero interventi strutturali che favoriscano accesso, visibilità e potere creativo per le donne altrimenti il festival rischia di perpetuare vecchi schemi e stereotipi.

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