– I segnali sonori più interessanti della settimana. Il ritorno di Melanie Martinez con il distopico “HADES”: una discesa di diciotto tracce nella psiche dei nostri tempi. L’electroclash della band di New York, “Sexistential” della cantautrice svedese, il debutto della noise band e “5” delle Bambole di pezza
– Elina Duni e Rob Luft ci fanno viaggiare fra Irving Berlin, Pino Daniele e Ornette Coleman. Terzo lavoro più maturo per Snail Mail. Disco d’esordio del duo MOOLA, incontro tra musica dell’India ed elettronica. I singoli di Irene Loche, Francamente e Gero Riggio. L’incontro fra Jack Savoretti e Mille
“Ö”, FCUKERS
Il duo dei Fcukers proviene da New York. Il successo dei primi singoli, dalle sonorità vicine all’electroclash, fu tale da permettere loro di girare cinque continenti in tour a meno di un anno dal loro primo concerto. Furono invitati a suonare come dj alla settimana della moda di Parigi da Celine e a collaborare a un remix di James Murphy degli LCD Soundsystem. Charli xcx si dichiarò loro fan, così come Billie Eilish, David Byrne e Beck, quest’ultimo addirittura salì sul palco durante un loro a Los Angeles. I Tame Impala li portarono poi in tour come gruppo spalla, e infine Harry Styles li invitò ad aprire i suoi concerti.
L’effetto di tutto ciò è stato sorprendente. Il video del singolo del 2024 Homie Don’t Shake, in cui la cantante Shanny Wise fa il playback della canzone seduta su un autobus di New York (il cui budget, a quanto pare, si aggira sul costo del biglietto), ha totalizzato quasi mezzo milione di visualizzazioni. Un altro singolo, Bon Bon, ha superato i 10 milioni di stream solo su Spotify.
Risultati che i Fcukers hanno raggiunto senza il supporto di una major discografica. E, ascoltando il loro album di debutto, ci si chiede se le ragioni della loro rapida ascesa non siano semplici. Prodotto da Kenneth Blume – precedentemente noto come Kenny Beats, artista vicino all’hip-hop, attualmente in ascesa grazie al suo lavoro sull’album di successo dei Geese, Getting Killed – Ö è decisamente più rifinito rispetto ai singoli con cui hanno attirato tanta attenzione, ma conserva comunque un’atmosfera piacevolmente squallida. Sono gli alfieri della rinascita dell’electroclash. Il loro sound è pervaso da una certa sfrontatezza disinvolta, che fonde la voce impassibile di Wise con ritmi da pista da ballo. Si inseriscono perfettamente in un panorama post-Brat.
“SEXISTENTIAL”, ROBYN

Nel corso di una carriera ventennale, la cantautrice svedese Robyn ha sfornato alcuni dei successi pop più trascinanti e infallibili, tra cui spicca Dancing On My Own, un inno iconico e intramontabile che parla di come trovare la propria strada per uscire da una delusione amorosa. Nel suo nono album, Sexistential, la troviamo però disorientata e piena di interrogativi, la fine di una lunga relazione che ha innescato l’esplosione di tutto ciò che credeva di sapere sull’amore, la vita, la sessualità, la maternità e molto altro.
Robyn ci invita a intraprendere questo viaggio attraverso il disfacimento. Con un’andatura apparentemente decisa che evoca il pop bionico di Body Talk, il brano d’apertura Really Real ci conduce in una scena di sesso ambivalente – “Sei nel bel mezzo di una performance, io sto pianificando la mia fuga… Voglio ingoiare ma non è la stessa cosa” – che sfocia in una vulnerabile telefonata notturna alla mamma. Mentre si congeda, la realtà si squarcia con un assolo di chitarra stridente (un emozionante promemoria del fatto che Prince è stato una delle stelle polari artistiche per questo album). È un inizio brillante e cinematografico per un’avventura eccentrica, che lei stessa ha paragonato a un’astronave che si schianta ad alta velocità attraverso l’atmosfera, un’esperienza che solo Robyn potrebbe intraprendere.
Desiderosa di un’avventura di una notte mentre è incinta di 10 settimane, in SexistentialRobyn dichiara in modo memorabile: “Il mio corpo è un’astronave con le ovaie in iperguida”. Porta a compimento la metafora nella drammatica traccia conclusiva Into The Sun, dove si immagina come una testarda pilota di razzi alla ricerca di un annientamento. Non c’è brivido nell’autodistruzione qui, solo la fredda inevitabilità della tragedia interstellare.
“HADES”, MELANIE MARTINEZ

Melanie Martinez (nella foto in apertura), poliedrica artista multi-platino, torna con il suo quarto album in studio, HADES: una discesa di 18 tracce nella psiche dei nostri tempi. La distopia è solo un libro fantasy Young Adults o è già tra noi? Melanie ha incontrato recentemente Ross Golan in And the Writer Is… per un approfondimento sulla creazione dell’album e sui temi che lo sottendono.
Il singolo principale dell’album, POSSESSION (la sua prima uscita in tre anni), ha avuto un impatto immediato, debuttando con 2,7 milioni di streaming su Spotify nelle prime 24 ore. Il brano ha da allora superato i 33 milioni di streaming globali, di cui 12,5 milioni negli Stati Uniti. «UNCANNY VALLEY è stata l’ultima canzone che ho scritto per HADES. Il brano parla di come i social media e l’intelligenza artificiale abbiano distorto il nostro rapporto con la bellezza, confrontandosi costantemente con volti ritoccati, rimodellando il nostro aspetto solo per sentirci desiderabili, avendo bisogno di un filtro per sentirci normali», racconta la cantautrice statunitense. «Ho iniziato questo album pensando di scrivere una distopia futuristica, ma mi sono resa conto che stavo solo documentando il mondo in cui viviamo già. HADES è uno specchio incrinato. Sotto la rabbia, è un rifiuto di restare insensibili – un invito a provare emozioni, a vedere chiaramente e a chiedersi se possiamo ancora creare qualcosa di bello dal caos che ci è stato dato».
“RICOCHET”, SNAIL MAIL

Dopo aver esordito da adolescente con l’album indie-songwriter Lush, un lavoro intimo e vulnerabile composto quasi esclusivamente da voce, chitarra, basso e batteria, Lindsey Jordan degli Snail Mail ha arricchito gli arrangiamenti con archi e sintetizzatori in Valentine. Per il suo terzo album, Ricochet, espande ulteriormente il sound degli Snail Mail con archi più sontuosi (eseguiti dal Metropolis Ensemble) e sonorità elettroniche quasi shoegaze, create in collaborazione con Aron Kobayashi-Ritch dei Momma.
In molti brani, tra cui l’apertura frizzante e scintillante Tractor Beam, queste sonorità includono voci sovrapposte ed elaborate che diventano parte integrante dell’atmosfera, almeno in alcune sezioni del brano, segnando un netto cambiamento rispetto ai suoi esordi musicali. A cinque anni di distanza da Valentine, Ricochet rivela anche una cantautrice più matura, le cui preoccupazioni sono meno angosciate e più esistenziali. Tractor Beam, ad esempio, usa la metafora del rapimento alieno per descrivere i periodi di dissociazione. Anche in My Maker (“Un altro anno è passato”) il tempo le sfugge di mano, in una canzone onirica in cui si chiede se riuscirà ad entrare in paradiso, o se esista davvero. C’è anche un brano intitolato Hell, un pezzo più incisivo con un ritornello grunge che condivide preoccupazioni simili ma immagina che ci siamo già. La tumultuosa e vorticosa Dead Endripercorre una relazione finita male. Ricochet si conclude con la più ottimista Reverie, una canzone che parla di trovare la propria gente o la propria persona.
“5”, BAMBOLE DI PEZZA

«È un album che abbiamo sudato e registrato in tempi da record con delle chicche pazzesche». Federica Rossi descrive così 5, il quinto disco prodotto dalla band Bambole di pezza di cui è batterista. «Ma cinque è anche il numero che ci rappresenta», continua la musicista lodigiana, in arte Xina, reduce dal festival di Sanremo insieme alle colleghe Morgana (la fondatrice della band) alla chitarra, Cleo alla voce, Kaj al basso e Dani alla chitarra ritmica. Il nuovo album è composto da undici brani: «Tutti delle piccole hit che spaziano da canzoni pop-punk, quelle più energiche che rappresentano il nostro marchio di fabbrica, a pezzi più “morbidi”».
Dopo la rinascita degli ultimi anni e l’energia accumulata tra Dirty e Wanted, la band milanese torna con un lavoro che non cerca rivoluzioni, ma consolidamento. Il disco si muove nel territorio ormai familiare del rock-pop. Ogni brano sembra pensato per funzionare alla radio o dal vivo, dimensione in cui la band ha sempre trovato la propria verità.
L’album affronta fragilità, relazioni, identità e resistenza, con una scrittura lineare ma incisiva. Al centro rimane quell’urgenza espressiva che ha sempre caratterizzato il gruppo: un rock “collettivo e profondamente femminile”, capace di trasformare esperienze individuali in messaggi condivisi. Il singolo Resta con me, presentato al Festival di Sanremo 2026, ne è l’esempio più evidente: una ballad rock che unisce vulnerabilità e forza, ampliando il pubblico senza snaturare l’identità della band.
“ATTEMPTED MARTYR”, PROSTITUTE

I Prostitute, band di Dearborn, Michigan, usano il loro album di debutto, Attempted Martyr, come una sorta di simulazione di guerra. Non si concedono quasi mai un attimo di respiro nel corso degli otto brani, suonando a piena potenza dall’inizio alla fine e rallentando solo occasionalmente. Questo approccio a tutto gas è abbastanza comune per le band hardcore e noise rock con canzoni di due minuti, ma i Prostitute alimentano lentamente la loro intensità, spesso allungando i brani fino a sei minuti in cui l’energia non cala mai. Questo si manifesta con percussioni martellanti e implacabili e voci rabbiose nella traccia d’apertura All Hail, e questa stessa dimostrazione di forza si trasforma in campi ipnotici di distorsione e groove malaticci in brani come M. Dada e l’abrasiva Body Meat.
I muri di rumore in brani come Senegal vanno oltre la semplice rimbombante batteria e chitarre, con suoni elettronici sepolti sullo sfondo che aggiungono elementi di pericolo e mistero alla già travolgente strumentazione. In the Corner Dunce è più un brano post-punk, con una dissonanza simile ai Sonic Youth e un approccio leggermente meno aggressivo, ma non passa molto tempo prima che la band torni al caos e alla orecchiabilità in Joumana Kayrouz. Tra la pesantezza sonora delirante dei Prostitute si trovano testi che denunciano la guerra, ispirati in particolare dagli attacchi di Israele al Libano. Attempted Martyr è un debutto brillantemente brutale.
“REACHING FOR THE MOON”, ELINA DUNI, ROB LUFT

«Pochi cantanti contemporanei influenzati dal jazz riescono a mantenere un’identità così marcata attingendo a una tale varietà di generi, lingue e background culturali come la cantante di origini albanesi Elina Duni», ha osservato il Guardian, e Reaching for the Moonamplia ancora una volta i suoi orizzonti.
Elina Duni, che in Sicilia abbiamo ammirato in una notte d’eclisse lunare all’Isola di Mozia a Marsala, è alla terza registrazione con il chitarrista britannico Rob Luft, e mentre Lost Ships e A Time To Remember vedevano protagonista il loro quartetto co-diretto, qui il duo principale viene alla ribalta in un programma che inizia con la canzone omonima di Irving Berlin e termina con Lonely Woman di Ornette Coleman.
Nel corso dell’album ascoltiamo brani originali di Duni e Luft, musica tradizionale del Kosovo, una ninna nanna scritta dalla cantante persiana Mahsa Vahdat, la ballata Cammina cammina di Pino Daniele, il brano d’arte Les Berceaux del compositore francese Gabriel Fauré, colonne sonore scritte dal giapponese Shigeru Umebayashi e dal polacco Krzysztof Komeda, e altro ancora.
«Il nostro duo, il nostro progetto, è un viaggio musicale», dice Elina. «Stili e lingue diverse per colmare il divario tra le persone». L’intraprendenza di Duni come cantante si sposa bene con le abilità strumentali di Luft, il chitarrista che fluttua melodiosamente tra i registri, avvolgendo delicatamente le melodie, sottolineando l’espressività emotiva dei testi delle canzoni e valorizzando le atmosfere.
“MOOLA”, MOOLA

MOOLA è il disco di debutto dell’omonimo progetto che vede protagoniste Renata Frana e Antonella Bianco tra musica dell’India del nord ed elettronica. L’album si configura come un viaggio sonoro continuo, concepito come un’unica esperienza di ascolto, in cui le tracce non si susseguono come episodi isolati ma come parti di una narrazione fluida e coerente. Il lavoro si sviluppa come un flusso organico che mette in relazione composizione e improvvisazione, guidando l’ascoltatore attraverso stati percettivi in costante mutazione. Transizioni, risonanze e tessiture in evoluzione costruiscono un percorso sonoro unitario, pensato per un ascolto profondo e immersivo.
Alla base della ricerca di MOOLA vi è l’incontro tra elementi della musica classica dell’India del Nord — cicli ritmici della tradizione indiana e strutture melodiche riconducibili al mondo dei raga — e pratiche legate alla musica concreta, al campionamento di voci e suoni e all’elaborazione elettronica. Questo dialogo tra linguaggi non procede per giustapposizione, ma genera uno spazio di tensione e trasformazione, da cui nasce un nuovo racconto sonoro.
Radicato nell’intersezione tra musica classica indiana, elettronica sperimentale e atmosfere psichedeliche, l’album intreccia dilruba, chitarra elettrica, live processing e field recording. Elementi acustici ed elettronici si fondono in paesaggi sonori immersivi, costruiti su droni, melodie sospese e sottili mutazioni timbriche, in cui il suono assume una dimensione ambientale e rituale. Più che una sequenza di brani, MOOLA si propone come uno spazio di ascolto: un paesaggio da attraversare, in cui le connessioni interne e gli archi emotivi emergono progressivamente, definendo l’evoluzione del disco nel tempo.
“GREEN WAVE”, IRENE LOCHE

Primo estratto dal nuovo album della cantautrice sarda. Registrato a Los Angeles in una dimensione essenziale di sola voce e chitarra, Green Wave è un brano intimista che racconta il momento delicato e universale del distacco: il coraggio di lasciare casa, attraversare l’oceano e aprirsi a una nuova vita. Un viaggio emotivo fatto di paure, nostalgia e speranza, che si fondono in un’unica, potente “onda” interiore. La produzione, curata da Michael Jerome Moore (già collaboratore di Slash, Keb’ Mo’ e John Cale) e Massimo Satta (al fianco di Mogol, Lucio Dalla e Mario Biondi), valorizza la purezza del brano attraverso arrangiamenti essenziali, accordi aperti e una melodia calda e avvolgente che richiama il respiro del mare. Le sonorità, intime ma luminose, trasformano il tema della distanza in un abbraccio: il luogo d’origine non è solo “casa”, ma una parte indelebile dell’identità, capace di vivere e risuonare anche a migliaia di chilometri di distanza.
«Se fosse possibile rendere materiale un ricordo, questa canzone ne sarebbe l’esempio», dichiara Irene Loche. «Ho scritto questo brano sulla spiaggia, vivendo ogni parola e ogni emozione. Ricordo che musica e parole sono arrivate in un momento e mi sono ritrovata come dentro a un film. Green Wave è legata a uno dei ricordi più surreali e preziosi della mia vita. Ho avuto l’occasione di suonarla nella demo room del mio amico liutaio Bill Asher, di fronte a Jackson Browne, uno dei più grandi cantautori della scena americana e un mio punto di riferimento enorme. Avevo il cuore a mille. Mi ha ascoltata suonare e ne è rimasto felice, anche se all’inizio, complice la mia pronuncia ancora un po’ incerta, ha capito “Grain Wave” invece di “Green Wave”, e siamo scoppiati tutti a ridere. La mia vita, rispetto a quella di persone come lui, è minuscola, ma mi sento profondamente fortunata ad aver raccolto un ricordo così. Io non so dove mi porterà questa vita: sto ancora cavalcando l’onda e non ho paura di ammettere le mie fragilità. Con questo disco vorrei riuscire a far trasparire davvero chi sono, con onestà: pregi e tantissimi difetti. Con Green Wave vorrei che chi ascolta si sentisse avvolto, cullato. Vorrei abbracciare chiunque abbia vissuto ciò che ho vissuto io, provare a dare un po’ di calore e di forza e sentirmi vicina a chi mi ascolta».
“SIRENE SULLA LUNA”, FRANCAMENTE

Il nuovo singolo di Francamente anticipa BITTE LEBEN, l’album in arrivo il 17 aprile per Carosello Records. Dopo la preghiera laica all’amore di Zagara, il viaggio nei labirinti di Berlino con Telephone Tango e in quelli familiari con La casa dei miei nonni, Sirene sulla Luna disegna un’ulteriore traiettoria nel luminoso e sfaccettato percorso musicale dell’artista. Un brano che nasce come sempre da un’esperienza diretta e profonda vissuta dalla cantautrice – al festival la Luna e i Calanchi di Aliano – e da una filastrocca, poi arricchita e ampliata per evocare una festa d’estate a due passi dalla Luna, tra corpi inebriati di leggerezza che danzano come sirene e un cielo denso del respiro degli altri, in una notte d’agosto con le cicale addosso.
Una dimensione bucolica, fluttuante e quasi onirica che riecheggia e vibra nel sound di tutto il brano, che si tinge poi di chitarre acide à la Cindy Lauper – una delle artiste più amate da Francamente – creando un’atmosfera di folclore contemporaneo. Sirene sulla Luna declina in un’ulteriore sfumatura il tema centrale del disco in arrivo, riassunto con efficacia nel titolo BITTE LEBEN (ossia “per favore vivi”) e nella copertina: una foto intensa che restituisce uno sguardo accogliente e determinato, caldo e umano, che condivide con chi osserva le difficoltà dell’esistenza, ma al tempo stesso riafferma la spinta inarrestabile della vita, la necessità di guardarla con coraggio negli occhi.
“CANNIBALI”, GERO RIGGIO
Il cantautore siciliano pubblica il nuovo singolo, brano vincitore della sezione “Canzoni Sostenibili” del Premio Lunezia 2025, riconoscimento che premia le opere capaci di coniugare valore musicale e contenuto etico.
Con un testo semplice e diretto, quasi come una filastrocca – scelta stilistica che gli è valsa il premio – “Cannibali” veicola un messaggio universale: la responsabilità verso il pianeta e il futuro delle generazioni è per tutti. Le immagini quotidiane – dalla formica alla conchiglia, dal ruscello al tramonto – diventano simboli di empatia e rispetto per la vita, rendendo il brano immediato e accessibile a chiunque voglia ascoltarlo. La semplicità stilistica è una scelta deliberata per far arrivare il messaggio a un pubblico trasversale e creare un impatto emotivo immediato.
Scritto da Gero Riggio e prodotto e arrangiato da Leo Curiale, “Cannibali” è una ballad intensa costruita su un mid-tempo crescente: se il testo analizza la nostra incapacità di preservare il futuro, la melodia e il ritmo trasformano la riflessione in un inno vitale e propositivo. Il brano affronta temi come l’antropocentrismo e la crisi dell’empatia, invitando l’ascoltatore a riconoscere dignità e valore in ogni forma di vita. Anche il gesto più innocuo diventa simbolo dell’impatto duraturo delle nostre azioni.
Il titolo sintetizza la chiave filosofica del brano: l’umanità è descritta come “cannibale di speranza e futuro”, l’unica specie capace di consumare il domani delle generazioni successive per un beneficio immediato. L’essere umano può distruggere o evolvere, ma spesso procede senza una direzione chiara. «“Cannibali” è un invito all’Ecologia dei Sentimenti», spiega Gero Riggio. «Ci dice che non possiamo salvare il pianeta se non salviamo prima la nostra capacità di restare incantati davanti alle piccole cose. Siamo gli artefici del nostro destino, ma il destino non è solo il successo personale: è la sopravvivenza della bellezza stessa».
“I HEAR YOU CALLING (ECHI DI SIRENE)”, JACK SAVORETTI E MILLE
L’artista italo-inglese con la cantautrice italiana Mille. Il brano è la versione italiana dell’inedito contenuto nell’album We Will Always Be The Way We Were, in uscita il 10 aprile. La canzone propone una collaborazione inedita, nata dall’incontro tra due sensibilità artistiche affini.
Mille ha raccontato: «Collaborare con Jack Savoretti è stato naturale perché condividiamo un modo molto emotivo e diretto di raccontare i sentimenti. Quando mi ha proposto di scrivere la mia parte ho cercato un equilibrio tra il suo respiro internazionale e una sensibilità profondamente italiana. È una canzone che sembra una telefonata nella notte: qualcuno che ti ricorda che non sei solo».
Anche Savoretti ha confermato l’intesa artistica, sottolineando il carisma della cantautrice: «Mille ha l’eleganza di Patty Pravo e lo spirito di Lou Reed. Lavorare con lei è stata una rivelazione continua poiché incarna tutto ciò che amo della musica italiana, portando il passato nel presente. Non vedo l’ora di scoprire cosa farà in futuro».
