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Playlist #148. Geese, Waterbaby e Bill Frisell

– I segnali sonori più interessanti della settimana. Disco “live” per i potenziali salvatori del rock’n’roll. Dalla Svezia l’alt-pop mescolato al jazz di Kendra Egerbladh. Il chitarrista jazz volge lo sguardo al suo passato
– L’album perduto degli Squeeze. Deludentie nuovo lavoro di Morrissey. L’interessante mondo onirico di Olivia Santimone e l’elettronica avvolgente di prima stanza a destra. Il pop punk di Rino Castel. Il nuovo singolo de L’Antidote

“LIVE AT THIRD MAN RECORDS”, GEESE

Un nuovo album dal vivo immortala i quattro newyorkesi sulla soglia del grande salto, mentre ritrovano la loro strada eseguendo brani tratti dal loro album di successo 2025 poco prima della sua uscita. Il set live dei Geese al Third Man’s Blue Room di Nashville è un’istantanea tempestiva della loro ascesa alla celebrità, in bilico tra la frenesia di un artista underground e il sogno realizzato di una fama diffusa.

Nel brano d’apertura, Islands of Men, un ritmo di batteria costante scandisce l’attesa del pubblico prima che la chitarra di Emily Green prenda vita, e poi la voce del frontman Cameron Winter gorgheggi in primo piano, un ingresso incerto che si trasforma rapidamente in un madrigale infernale. Mentre l’incipit esplode in accordi trascinanti – “Smetterai di scappare da ciò che è reale?”, articola Winter – un riff di tastiera danza sotto il caos, e ci troviamo da qualche parte all’interno del “giro in espansione” di Yeats, con la musica che si espande sempre di più mentre il centro in qualche modo regge.

C’è un’urgenza nell’esibizione dei Geese, forse perché il set di Third Man cattura la band mentre trova la sua strada con una nuova ondata di materiale. In questo concerto, hanno debuttato con brani che avevano registrato di recente per il loro album Getting Killed; quel disco sarebbe uscito tre mesi dopo, catapultandoli in cima alle classifiche di fine anno e guadagnandosi la reputazione di potenziali salvatori del rock’n’roll. Sul palco a Nashville, canzoni come Islands of Men e Taxes hanno una certa ampiezza, divagando appena oltre il limite del decoro verso una sensibilità da CBGB che evoca i Television.

“IN MY DREAMS”, BILL FRISELL

Bill Frisell è più abituato ad andare avanti che a guardare indietro. Negli ultimi quarant’anni, il chitarrista ha oscillato tra avant jazz e Americana (e anche un po’ di doom metal), suonando in modo diverso da tutti gli altri per tutto il tempo. Ma nel suo ultimo album, In My Dreams, registrato tra concerti dal vivo e studio, il disinvolto chiiarrista si sofferma a valutare la sua instancabile carriera, ancora dotata del suo caratteristico sperimentalismo e della sua consolidata propensione alla collaborazione.

Frisell compirà 75 anni il 18 marzo, a metà del suo attuale tour, volgere lo sguardo indietro è una costante in In My Dreams. Il disco si colloca al centro dell’unione di due gruppi principali con cui Frisell ha collaborato nel corso degli anni: i suoi compagni di band sono Jenny Scheinmann (violino), Eyvind Kang (viola) e Hank Roberts (violoncello) – alias 858 Quartet, la sezione d’archi di riferimento del chitarrista – e Thomas Morgan (basso) e Rudy Royston (batteria). In un certo senso, In My Dreams è l’equivalente musicale di una conversazione tra amici a una festa di compleanno. È sentimentale, ironico, curioso e altamente sinergico: anche se il dialogo ha i suoi momenti di calma, i silenzi non risultano mai imbarazzanti.

“MEMORY BE A BLADE”, WATERBABY

Quando la musicista di Stoccolma Kendra Egerbladh ha iniziato a condividere la sua musica con lo pseudonimo di waterbaby tra l’inizio e la metà degli anni ‘20, si è fatta notare per un sofisticato alt-pop che combinava tocchi leggeri di jazz, hip-hop, downtempo e bedroom pop atmosferico in canzoni dai testi fortemente personali. Il suo album di debutto con l’etichetta Sub Pop, Memory Be a Blade, rivela una sorprendente evoluzione nel suono che conserva l’influenza del jazz e di ispirazioni alternative più ampie, affidandosi meno a gloss e aura e più pesantemente a strumenti acustici come gli archi. Il risultato è qualcosa di fisicamente più vicino, più delicato e più diaristico, ma allo stesso tempo più intricato.

La breve tracklist, della durata inferiore alla mezz’ora, inizia con la cupa Sink, un brano sommesso e scarno, con voci stratificate e ultraterrene, accompagnate da pianoforte, chitarra acustica, contrabbasso e batteria improvvisata. Mentre l’album rimane dimesso e pacato, segue la più pop Memory Be a Blade, che presenta qualcosa di più vicino a un tipico arrangiamento da band, con la sua sezione ritmica incalzante, pianoforte, archi e bonghi aggiuntivi, tra gli altri strumenti. Il rapper/cantante ttoh (fratello di Egerbladh) appare in due dei brani, la malinconica Clay e la luminosa Beck n Call, che rappresentano reminiscenze sognanti e un universo alternativo in cui la relazione ha funzionato. Sta ancora rimuginando sul suo ex, sui suoi ricordi e su cosa sia andato storto nell’ultima traccia Srs Ice, il cui pianoforte ondulato, i clic del cerchio e i fiati sostenuti che scandiscono la progressione degli accordi sottolineano e poi amplificano la presenza di lui nella sua mente. Con il suo “mmm” finale, il titolo di Memory Be a Blade (la memoria è una lama) è definito.

“TRIXIES”, SQUEEZE

È il concept album “perso” degli Squeeze che finalmente vede la luce decenni dopo il suo incerto inizio ed è come entrare in una capsula del tempo, in un vecchio club che puzza di lager stantia, fumo di sigaretta e grandi idee abbozzate in biro sul retro di una scaletta.

Sin dall’apertura con What More Can I Say, il clima è notturno, riflessivo, un po’ stordito, sotto. I postumi di una sbornia. You Get The Feeling è languida, vivace e distaccata. Non è l’arguzia pop raffinata dei primi singoli degli Squeeze. Il suono e l’istinto melodico sono inconfondibili, ma qui sono più ruvidi, lunatici. The Place Called Mars è meravigliosamente “beatlesiana” e Hell On Earth ha tutta l’energia dei primi Squeeze e ci trascina attraverso le ombre dei nightclub. È Soho prima della gentrificazione, dipinta in tonalità barocche e lividi al neon. 

“MAKE-UP IS A LIE”, MORRISSEY

Ricordate quando Morrissey era davvero bravo? Certo, c’erano gli Smiths, una delle più grandi band di tutti i tempi. Dal loro debutto omonimo a StrangewaysHere We Come, non si può negare la loro eccellenza, anche se la svolta di Moz verso l’islamofobia, l’ideologia di estrema destra, la sua opposizione sionista ne alterano l’eredità: è davvero tragico vedere un artista che un tempo sembrava un faro per gli emarginati trasformarsi in un nemico. E anche al di fuori del suo lavoro con Johnny Marr, Andy Rourke e Mike Joyce, nella sua carriera solista sembrava vitale. Si prendano canzoni come SuedeheadEveryday Is Like Sunday o The Last of the Famous International Playboys, per esempio. Ma oggi sembra proprio che il re sia morto. Il suo quattordicesimo album solista, Make-Up Is a Lie, prodotto dal collaboratore di lunga data Joe Chiccarelli. è pieno di strumentali noiosi e testi che assecondano Morrissey nella sua goffaggine più frustrante. Quando non cancella concerti a destra e a manca, non litiga con la sua etichetta o non pretende che la sua autobiografia venga certificata Penguin Classic, scrive canzoni mediocri (nella migliore delle ipotesi) e orribili (nella peggiore). È diventato ancora più chiaro che quando non ha un valido collaboratore come, per esempio, Johnny Marr o Boz Boorer, Morrissey soccombe ai suoi peggiori impulsi. Un album decisamente pessimo.

“CICLOPEDONALE”, OLIVIA SANTIMONE

Ciclopedonale è il disco in cui la provincia ferrarese diventa portale verso un altrove impossibile. Olivia Santimone, chitarrista e cantautrice distratta e disordinata nella vita come nella musica, costruisce un mondo onirico popolato da meduse giganti, sifonofori bioluminescenti, ciclopedoni a ruote e giganti che vegliano conversando di massimi sistemi. Ma sotto la superficie fantastica c’è altro: dipendenza affettiva, mania di persecuzione, depressione, la perdita progressiva del senso di appartenenza a una realtà che si distorce fino a diventare irriconoscibile. Ogni brano è una tappa su una strada che non sai dove inizia né dove finisce, dove l’asfalto cambia continuamente stato: liquido, solido, caldo, freddo, sabbia e ghiaccio. Sifonofori accetta la metamorfosi come unica condizione per andare avanti. Io e il Gigante, l’ultimo brano scritto e il più lungo del disco, è l’addio definitivo a una dipendenza che aveva cancellato ogni libertà, la rabbia e la mancanza che nel tempo si trasformano in gratitudine.

Chitarre che si aprono a ondate, synth che filtrano luci abissali, una voce che non grida ma constata. Ciclopedonale è il suono di chi ha attraversato il buio senza sapere dove stava andando e ne è uscita diversa, più vuota, forse più libera. Il percorso sembra terminare sulla riva della luna, ma è solo l’inizio di qualcos’altro.

“LA RAGAZZA CHE SUONAVA IL PIANO”, PRIMA STANZA A DESTRA

Dopo l’acclamato EP d’esordio AMANDA, che ha acceso i riflettori sul giovane produttore napoletano facendo in poco tempo diventare virali i suoi brani, la ragazza che suonava il piano mostra un’evoluzione nel suo percorso con un’attenzione più netta alla scrittura e alla forma canzone. Anticipato dai singoli tu non vuoi nessuno, prodotto con Dardust, e infinito, prodotto da BRAIL con l’add prod dei Leavetheclub, la ragazza che suonava il piano vede un unico feat. di Drast nella traccia 2 am.

Tra elettronica avvolgente, melodie pop memorabili e ritornelli killer, le otto tracce dell’EP si muovono lungo un percorso fatto di arrangiamenti ariosi, stratificati, luminosi ed energici, a tratti più malinconici, sostenuti da ritmiche pulsanti, accordi di piano morbidi e sognanti e tappeti di synth tridimensionali, capaci di tenere insieme fragilità e intensità. Il sound, vaporoso e immersivo, unito all’ormai caratteristico falsetto di prima stanza a destra e a una scrittura diretta ed essenziale, veicola un’intensità emotiva rara. 

Un EP che fonde alla perfezione la grazia eterea di Sufjan Stevens, l’elettronica minimale e introspettiva di James Blake e il suono cinematico degli M83, costruendo un paesaggio sonoro intimo, contemplativo ed elegante, che fa emergere nell’ascoltatore la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di fresco, nuovo e assolutamente inedito nel panorama italiano.

“STUPIDO”, RINO CASTEL

A tre anni dall’ultimo album Haus Panorama, il cantautore pop punk anconetano torna con un pezzo che indaga la disillusione per la fine dei vent’anni attraverso una relazione vista non come salvezza, ma come forma di intrappolamento. Nel brano l’immobilità è mascherata da quello che sembra movimento, ma che in realtà simboleggia la vita come passaggio continuo senza approdo: «Il titolo rappresenta la consapevolezza del loop e al contempo l’incapacità di uscirne: da questa paralisi non esistono vie di fuga né sul piano affettivo, né su quello sociale».

Stupido anticipa l’album Fuori dal club, in uscita il 27 marzo 2026 per Key Team. Nel disco Rino Castel esplora la condizione di stallo emotivo e identitario tipico della sua età: il mito tossico dei ventisette anni, l’alienazione del lavoro e della città, le maschere sociali e l’illusione della sparizione come forma di senso.

 “Dans un Rêve”, L’Antidote

Dans un Rêve (Ponderosa Music Records), il nuovo singolo de L’Antidote è una composizione dal respiro cinematografico che immagina un mondo in cui la pace è ancora possibile, sospeso tra memoria, identità e visione. Il brano nasce dall’incontro di tre musicisti provenienti da Iran, Libano e Albania — Rami Khalifé, Redi Hasa e Bijan Chemirani — le cui storie personali e radici culturali si intrecciano in una narrazione musicale densa di suggestioni. Terre segnate da stratificazioni storiche e da una profonda resilienza culturale diventano qui materia sonora, trasformandosi in un paesaggio onirico attraversato da una tensione luminosa e carica di speranza.

Il pianoforte di Khalifé disegna una trama melodica sospesa e contemplativa, accompagnato dal violoncello di Hasa e dalle percussioni di Chemirani, che danno vita ad un’atmosfera avvolgente ed evocativa. Il risultato è un ambiente capace di trasportare l’ascoltatore in una dimensione intima e visionaria, dove tradizione e contemporaneità dialogano con naturalezza.

Dans un Rêve anticipa la pubblicazione della colonna sonora prevista per il 2026, della mostra Giorgio Armani Privé 2005–2025 – Twenty Years of Haute Couture, ospitata presso Armani/Silos. A metà strada tra musica da camera, suggestioni mediorientali e scrittura contemporanea, L’Antidote si configura come uno spazio di incontro tra sensibilità artistiche e tradizioni musicali differenti. Un progetto che attraversa confini geografici e culturali, trasformando la diversità delle origini dei tre musicisti in una materia creativa comune, capace di restituire un racconto musicale intenso, cinematografico e universale.

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