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Playlist #144. Rob, Brando Madonia, Morrissey

– I segnali sonori più interessanti della settimana. Spiccano i nuovi singoli dell’ex Smiths, della vincitrice di “X Factor 2025” e del cantautore catanese. E ancora: due nuovi estratti dall’album “La Maccaia” di Gaia Banfi; prima stanza a destra incontra Dardust. Da Matteo Alieno una ballad à la Badly Drawn Boy
– La scelta radicale di Madda: non avere profili social. The Black Keys tornano allo spirito dei loro primi album. I Puscifer affrontano lo stato di un mondo implodente con una furia e una frustrazione che prende in prestito i migliori Nine Inch Nails. L’afro jazz dei Radiouf e l’omaggio a Chick Corea del Francesco Chebat Trio

“LA MIA STORIA”, ROB

È il primo singolo di rob, nome d’arte della catanese Roberta Scandurra, dopo la vittoria a X-Factor 2025 e segna una svolta nella scena musicale italiana: una artista dall’imprinting e dall’anima rock che non abbiamo mai avuto nel nostro Paese. Rob conferma la sua identità e la sua attitudine generazionale: una voce che tiene insieme fragilità e forza, istinto e controllo, trasformando l’esperienza personale in qualcosa di reale e collettivo.

Non c’è vittimismo, non c’è nostalgia. C’è la lucidità di chi resta in piedi anche quando crollare sarebbe più facile. Un brano che non chiede permesso, non cerca redenzione e non prova a piacere: va dritto dove fa male. È la storia di rob. E questa volta non vuole essere salvata.

Scritto da rob con Naska, a cui si aggiungono Andrea Bonomo e Renzo Stone, che firmano anche la produzione con Giordano Colombo, il brano rappresenta il riconoscimento di una voce autentica, capace di raccontare senza filtri le emozioni e le contraddizioni della sua generazione. Un pezzo pop rock / pop punk diretto e immediato, che racconta il rifiuto di farsi salvare, la necessità di difendersi anche quando fa male, il bisogno di chiudere da soli, senza spettatori.

Rob il 6 marzo sarà tra i performer della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 all’Arena di Verona.

“COSMONAUTA”, BRANDO MADONIA

Quinto estratto dal nuovo album di inediti di Brando Madonia, intitolato Arrivederci Paranoia e in uscita a marzo. La canzone, scritta con il fratello Mattia, incarna pienamente l’immaginario del disco: una prospettiva onirica e sospesa, fuori dal tempo, dove convivono suggestioni vintage e scrittura contemporanea. I richiami a diverse epoche musicali non generano nostalgia, ma si fondono con testi e sonorità moderne, creando un ponte che sfugge tanto al passato quanto all’omologazione del presente. Il risultato è un brano ballabile, dal ritmo incisivo e immediato.

 «È il riflesso di una società basata sulla superficialità e sul consumo, compreso quello degli ideali», spiega Brando Madonia. «L’algoritmo detta le regole delle nostre giornate, degli umori e persino della politica, lasciandoci inermi di fronte al suo culto».

Cosmonauta è un flusso di immagini frammentate e surreali, tra smarrimento, disincanto e alienazione. Quotidianità, cultura pop anni Ottanta e visioni allucinate si sovrappongono in un racconto che descrive il mondo con sarcasmo, restituendo il ritratto di una realtà confusa e grottesca.

“AL SUO RIPOSO, IN LUCE”, GAIA BANFI

Una fine che illumina e sublima ciò che è stato, che si fa sacra nel canto e nella visione di qualcosa che non torna più e, per questo, diventa unica e irripetibile. Al suo riposo, In lucesono i due nuovi brani di Gaia Banfi. Scritti, composti e prodotti dalla cantautrice, arrivano dopo il suo disco-rivelazione La Maccaia, considerato dal pubblico e dai media uno dei migliori album italiani del 2025, e dopo i live in prestigiosi festival europei come il Trans Musicales a Rennes (FR) – dove si è anche esibita per l’iconica radio americana KEXP – e l’ESNS a Groningen (NL).

Due brani che sono uno l’epilogo dell’altro ed entrambi l’epilogo del percorso iniziato con l’album uscito la scorsa primavera. Con il suo timbro arioso al centro di un mondo in cui la canzone d’autore si intreccia a influenze elettroniche e suoni distorti, e dove la voce viene usata come strumento musicale e di produzione sonora, Gaia Banfi ci trasporta nella malinconia luminosa di due canzoni sul concetto della vita che riposa.

“TU NON VUOI NESSUNO”, PRIMA STANZA A DESTRA

Con precisione chirurgica, prima stanza a destra racconta di una relazione sbilanciata e di un’ossessione affettiva, sostenuta per contrasto da un synth-pop luminoso e arioso, che cresce per stratificazione, in cui il dolore non viene compresso, ma lasciato respirare. 

Utilizzando parole esplicite, schiette e mai casuali, tu non vuoi nessuno parla di un amore non ricambiato, dell’errore di aver creduto in qualcosa che non c’era, fino all’amara constatazione: “tu non vuoi nessuno / ami chi ti odia / odi chi ti ama / lui non ti ha mai voluto”. Un ritornello killer spoilerato su TikTok e diventato subito virale, generando spontaneamente tantissimi contenuti e tre milioni di views. 

Nato inizialmente come demo dell’artista e poi affidato alle sapienti mani di Dardust, tu non vuoi nessuno è probabilmente il momento più apertamente pop del percorso di prima stanza a destra e ne segna un’ulteriore evoluzione: una canzone frutto di una grande ricerca armonica, dalle atmosfere eighties e dalla scrittura melodica immediata, capace di dialogare alla perfezione con il pop elettronico internazionale mantenendo una forte riconoscibilità e identità autoriale.

“SPALLE”, MATTEO ALIENO

Una canzone dedicata a chi sa proteggere, a chi ci nasconde i mostri e ci chiude gli occhi quando ne abbiamo più bisogno. A chi sa restare, anche nei momenti difficili. Un brano intimo e poetico, da cui lasciarsi abbracciare dolcemente, ultima anticipazione dell’album del cantautore romano in arrivo in primavera e che sarà presentato live in due date speciali: mercoledì 29 aprile al Monk a Roma e giovedì 7 Maggio all’Arci Bellezza a Milano.

«Spalle parla di quello che oggi penso sia l’amore: guardarsi le spalle, distrarsi dal mondo pericolosissimo in cui ci troviamo. È chiudersi gli occhi, addormentarsi», racconta l’artista. «Un ringraziamento a chi ci permette di ritrovare la leggerezza nel vivere, a chi ci fa scudo e ci protegge dalle tempeste della quotidianità, quelle più grandi ma anche – e forse soprattutto – quelle più piccole e insidiose: le indecisioni quotidiane, i problemi spesso inutili che ci attanagliano facendoci affogare nel più classico dei bicchieri d’acqua».

Spalle è una ballad à la Badly Drawn Boy romantica ma mai stucchevole, immediata e toccante, che sonoramente omaggia la musica inglese tanto amata da Matteo e dal suo sodale Luca Caruso (qui sia co-autore che co-produttore).

“MA CI SEI TU”, MADDA

Esistere in un’epoca che consuma ogni slancio vitale sotto il peso di notifiche e algoritmi significa, spesso, rassegnarsi a un’apatia indotta. Ci siamo trasformati in «animali da divano» che pretendono di cambiare il mondo con un semplice click, mentre fuori le cronache narrano di mari che inghiottono sogni e di un’ecologia che resta confinata tra le pagine di un giornale, incapace di restituirci l’aria. In questo contesto di “dipendenza cerebrale”, dove la città assume le sembianze di un alienante «alveare blu», si innesta Ma ci sei tu, il debutto discografico di Madda, già vincitrice della sezione interpreti del Concorso Nazionale Premio Giancarlo Bigazzi 2023.

Oggi, a soli 19 anni, Madda ha fatto una scelta radicale: quella di non possedere profili social. E nell’epoca che impone la reperibilità costante e la scomposizione della vita privata in frame da quindici secondi, la sua assenza digitale non è un rifiuto del presente, ma il bisogno di preservare uno spazio personale non mediato. Una decisione che intercetta una sensibilità sempre più diffusa tra i giovanissimi, attenti a difendere la propria dimensione privata e a ridurre l’esposizione costante. Ma anche un segnale, che invita il mondo adulto a interrogarsi sui modelli proposti finora e sul rapporto tra identità, visibilità e tempo. Madda abita il proprio percorso artistico esclusivamente con la musica, sottraendosi a quella soggezione che «addormenta il cervello» per preservare una personalità che non ha bisogno di feed per esistere.

“NOTRE-DAME”, MORRISSEY

Morrissey è tornato e questo singolo anticipa l’uscita del nuovo album, Make-Up is a Lie, prevista per il 6 marzo. Il controverso ex frontman degli Smiths, 66 anni, ha tentato di pubblicare un nuovo disco sotto diverse iterazioni negli ultimi anni, stavolta ha completato un progetto di dodici tracce lo ha offerto a qualsiasi etichetta discografica o investitore privato disposto a distribuirlo. Tra le canzoni presenti ci sono una cover della canzone Amazone dei Roxy Music del 1973. Notre-Dame è un brano che il cantante di This Charming Man aveva già eseguito dal vivo nel suo ultimo tour: è una canzone sull’incendio che ha quasi distrutto la cattedrale di Notre-Dame a Parigi.

“YOU GOT TO LOSE”, THE BLACK KEYS

The Black Keys tornano con il nuovo singolo tratto dal loro prossimo album Peaches!, in uscita l’1 maggio. Il video musicale, elettrizzante, è diretto da E.J. McLeavey-Fisher, ed è incentrato sul concerto a sorpresa che la band ha tenuto il mese scorso al leggendario juke joint di Memphis, l’Hernando’s Hide-A-Way.

Peaches!, il quattordicesimo album in studio della band, è una raccolta di dieci brani viscerali e grezzi descritti dal cantante Dan Auerbach come il “disco più naturale” della band dal loro debutto nel 2002, The Big Come Up. Il progetto è nato sulla scia della diagnosi di cancro all’esofago del defunto padre di Auerbach, mentre questi soggiornava nella casa di Dan a Nashville, in rapido declino. Patrick Carney, il compagno di band dei Black Keys e l’amico più caro di Dan, sapeva senza bisogno di chiedere «che sarebbe stato bene per Dan avere qualcosa da fare». Quel qualcosa, ovviamente, era andare in studio e accendere gli amplificatori.

«Non stavamo registrando un disco. Stavamo solo improvvisando, come se fosse solo per noi», racconta Dan Auerbach. «Era qualcosa di davvero primitivo, in un momento in cui eravamo tutti molto nervosi. Stavamo attraversando un periodo difficile e cercavamo di tirarci su il morale. Credo che la malattia di mio padre mi abbia fatto passare la voglia di preoccuparmi di varie cazzate e mi abbia fatto venire voglia solo di urlare per un po’». 

Con uno spirito fai-da-te simile a quello del loro album di debutto, il disco è stato registrato con tutti i musicisti che suonavano nella stessa stanza con pochissimi overdub ed è il primo album mixato interamente dalla band stessa dal 2006, anno di pubblicazione di Magic Potion. «Tutto è stato registrato dal vivo in un unico take, comprese le parti vocali», aggiunge Patrick Carney. «È stato un incubo mixarlo, ma siamo riusciti a ottenere un suono grezzo e sporco».

Le canzoni di Peaches! riflettono l’abitudine ossessiva di Dan e Patrick di collezionare dischi, che negli ultimi anni è degenerata in una serie continua di feste dance con i Record Hang dj set . Questi ultimi hanno alimentato un periodo di approfondimento musicale per entrambi. «Cercavo specificatamente dei 45 giri da suonare ai Record Hang», dice Dan. «Ma a volte trovavo una canzone e pensavo: “Questa sarebbe divertente da suonare dal vivo con Pat”».

“NORMAL ISN’T”, PUSCIFER

Con ogni album successivo, Puscifer si evolve in una bestia più grande e potente, portandoli più lontano dai primi giorni come progetto collaterale per una band che si basa sulla forza della sua solida discografia e dell’arte. Anche se non hanno perso il loro umorismo ironico, Normal Isn’t è mortalmente serio come Existential Reckoning del 2020, affrontando lo stato di un mondo implodente e il nostro futuro incerto con una furia e una frustrazione che prende in prestito sonicamente i migliori Nine Inch Nails. Oltre a quei familiari groove digitali, riff frastagliati e ritmi meccanizzati, ci sono anche tocchi di goth, post-punk e new wave aggiunti per una maggiore orecchiabilità. E mentre Maynard James Keenan è davvero la voce riconoscibile dei Puscifer, Carina Round rimane l’arma segreta della band, la sua voce inquietante e la sua presenza silenziosamente dominante sono un beneficio per la loro produzione. 

Normal Isn’t è un concentrato di idee, un album meditato e raffinato – sia musicalmente che liricamente – senza lasciare spazio all’ambiguità. Sono incazzati e ansiosi, con una paura che si è trasformata in disperazione su punti salienti lirici come The Quiet PartsThrust e A Public Stoning. Il ritornello e il cambio di tono su quest’ultima traccia è un perfetto esempio di quanto siano diventati potenti Keenan, Round e Mat Mitchell, un assalto muscolare in cui i tre si riuniscono e frenano il caos prima che la canzone si trasformi in un sogno di sintetizzatore ronzante. Altri punti di spicco includono il ronzio e pulsante Pendulum, una gemma degna dei Sisters of Mercy, e la trippy e parlata Seven One, che presenta Ian Ross (padre di Atticus) e Danny Carey (batterista di Tool). 

“YON YI”, RADIOUF

Prodotto dall’etichetta indipendente Wow Records, Yon Yi è la nuova realizzazione discografica del chitarrista senegalese Papis Diouf e del bassista Francesco Ranieri, ovvero, i Radiouf. In questo progetto sono affiancati da due giovani talenti del jazz già affermati sulla scena nazionale: Giuseppe Sacchi (Fender Rhodes) e Valerio Vantaggio (batteria).

L’album contiene sei brani originali figli della creatività compositiva di Diouf e Ranieri. Yon Yi è un disco fortemente orientato verso l’afro-jazz grazie all’incontro tra Francesco Ranieri e Papis Diouf. Il progetto nasce dalla fusione di due loro repertori e mondi sonori paralleli che hanno trovato una comunanza di idee stilistiche specialmente in termini di linguaggio e ritmo, dove colore e spiritualità rappresentano due elementi di straordinaria importanza. Con l’apporto di Giuseppe Sacchi e Valerio Vantaggio, il mood di Yon Yi è improntato fra groove afro e divagazioni jazz fusion, con marcate influenze riconducibili alla musica cubana, al funk e alla tradizione africana in senso ampio. 

Papis Diouf e Francesco Ranieri descrivono così le caratteristiche del loro album: «Le nostre composizioni raccontano il nostro dialogo artistico, in cui esperienze e sensibilità differenti si fondono in una voce musicale unica. Strade che si intrecciano, strade che si uniscono, strade che raggiungono eldoradi lontani».

“THE WAND, CHICK COREA AND BEYOND”, FRANCESCO CHEBAT TRIO

La brillante formazione, diretta dal talentuoso e intraprendente pianista jazz Francesco Chebat e completata da una formidabile sezione ritmica – Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Maxx Furian alla batteria – è protagonista di un omaggio a Chick Corea. La tracklist consta di nove brani, quattro frutto dell’inesauribile vena compositiva del leggendario pianista statunitense (Hymn of the Seventh GalaxyTone PoemDuende e Silver Temple), mentre Night RadioLumeThe WandA Weird Storyteller e Underwater Blue sono composizioni originali di Chebat. 

The Wand, Chick Corea and Beyond è un vero e proprio atto di gratitudine da parte di Chebat verso colui che ha rappresentato, probabilmente, la stella polare nel corso del suo cammino artistico. «La musica di Chick Corea è stata una fonte di ispirazione costante nel mio percorso musicale fin da ragazzo», spiega Chebat. «Le sue composizioni hanno segnato in modo decisivo la mia formazione e, ancora oggi, continuano ad essere ispirative nel mio modo di suonare e comporre. Ho scelto di rendere omaggio a Corea riprendendo alcuni suoi pezzi dai dischi elettrici e scrivendo nuovi brani ispirati al suo mondo musicale: un tributo al compositore, non solo al pianista. Questo progetto si è sviluppato nell’arco di diversi mesi di lavoro insieme a Riccardo (Riccardo Fioravanti, ndr) e Maxx (Maxx Furian, ndr), che condividono con me l’interesse e l’ammirazione nei confronti di Chick Corea».

Paradossalmente, le composizioni del pianista italiano risultano più interessanti rispetto alle riproposizioni, sin troppo fedeli all’originale, del suo idolo americano.

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