– I segnali sonori più interessanti della settimana. Il cofanetto con l’“expanded edition” ricostruisce tutte le fasi di realizzazione dell’album acustico di Bruce Springsteen con versioni inedite, elettriche e le session durante le quali vennero gettate le basi per la nascita di altri brani di grande successo come “Born in the U.S.A.”
– È un musical dell’inganno e della sofferenza “West End Girl” di Lily Allen. Si svela il “Re Mida del rap” Charlie Charles con la sua corte di amici, da Madame e Elisa a Mahmood e Blanco. Gli irlandesi Just Mustard virano verso il noise fra Fontaines D.C. e The Cure. I singoli di Alosi, Blumosso, Marco Castello, Luisiana, Giulia Mei
“NEBRASKA ’82: EXPANDED EDITION”, BRUCE SPRINGSTEEN

Bruce Springsteen aveva ragione. A rischio di semplificare eccessivamente i meriti di questo bellissimo cofanetto, rovinando la trama del suo nuovo drammatico film biografico e calpestando oltre quarant’anni di fervente mitizzazione, la verità è come Springsteen ha sempre insistito. Anche quando prova il materiale con i suoi collaboratori più vicini, lavorando con alcune delle migliori canzoni che abbia mai scritto, la versione definitiva di Nebraska rimane quella che ha catturato su nastro nella sua casa dei Colts Neck nel gennaio 1982: solo un ragazzo depresso sui 30 anni con una chitarra acustica, un TASCAM PortaStudio e un Echoplex, che segue le demo da solista per il suo prossimo disco full-band.
Il cofanetto contiene un nuovo remaster dell’album vero e proprio; un disco di outtakes acustici solisti che incarnano lo stesso spirito ferito; le leggendarie sessioni di Electric Nebraska; un album dal vivo e un film di Springsteen che suona il disco nella sua interezza in un teatro vuoto nel New Jersey all’inizio di quest’anno. La roba dal vivo è benvenuta e opportunamente riverente, specialmente con l’accompagnamento di gusto dell’ex sideman di Bob Dylan Larry Campbell. Il remaster è solido: un promemoria, nonostante la reputazione di questo album come pioniere del genere lo-fi, nel quale il suono è in realtà più artistico e dinamico di gran parte del suo lavoro seguente. Quando ascoltate Atlantic City con le cuffie, prestate attenzione agli ultimi trenta secondi, a come gli strati di chitarra acustica, mandolino e voce di sottofondo si dissipano lentamente, uno alla volta, e considerate la cura nell’aggiungere tale profondità a un paesaggio così duro.

A differenza dei precedenti cofanetti di Springsteen per Darkness on the Edge of Town e The River, l’idea non è quella di esplorare quante direzioni diverse avrebbe potuto prendere. Questa volta è un costante processo di raffinatezza. Dove Nebraska è rinomato per una coerenza borderline oppressiva nel tono, Electric Nebraska è tutto sul colpo di frusta, passando da ballate di cuore e canzoni rock urlanti per tutta la durata della sua tracklist di otto canzoni. Presentato più come tracce guida che riprese finite – per lo più solo Springsteen alla chitarra elettrica e voce; Max Weinberg alla batteria; e Garry Tallant al basso – e sembrano piuttosto demo, anche se suggeriscono un album che avrebbe potuto essere leggermente più convenzionale e commercialmente fattibile nel 1982.
Non è difficile capire perché Springsteen abbia visto queste sessioni come un fallimento. C’è qualcosa di leggermente generico nelle interpretazioni di Open All Night e Johnny 99: qui suonano come il tipo di cose che una band potrebbe fare provando ritmi rockabilly e accordi giocosi da bar. Da un lato, mostra quanto la scrittura di Springsteen, così aperta all’interpretazione, così archetipica nella sua struttura, tragga vantaggio dalla sua interpretazione. D’altro canto, questo tipo di costume era cruciale per la sua scrittura in quel periodo: un fascino che poteva trasformare una gag come Pink Cadillac in qualcosa di doloroso e lamentoso, come se il narratore fosse tornato sulla terra, zombificato e distrutto, con una sola cosa in mente.
Per i fan più accaniti, trasformazioni come queste saranno l’attrazione della collezione: ascoltare il viaggio di brani come Working on a Highway o di Born in the U.S.A. da una ballata davvero inquietante chiamata Child Bride in una canzone così rauca che lo stesso Springsteen non riesce a finire la demo senza ridere. Alcuni outtake, come Losin’ Kind, una ballata country che è tanto più potente per la sua mancanza di risoluzione, sono circolate ufficiosamente per anni, ma due composizioni sono del tutto nuove per questo cofanetto: On the Prowl e Gun in Every Home. Nel primo, chiude con una ripetizione disorientante della parola “ricerca”, spalmata nel ritardo slapback dei Sun Studios per evocare il tintinnio di una band dal vivo dietro di lui. Nel secondo, offre un ritratto da incubo della vita suburbana e chiude con una amara confessione: «Non so cosa fare».
Lascia una nota particolarmente preveggente accanto al titolo scarabocchiato di Born in the U.S.A., una canzone che appare qui in due forme nascenti: un minaccioso blues acustico sul Vietnam e un rocker full-band che, senza la sua parte di sintetizzatore, lascia pochi dubbi su come il narratore si senta riguardo al suo diritto di nascita. «Potrebbe avere del potenziale», scrive a margine. Sapeva che ci sarebbe voluto lavoro per offrire canzoni come queste, e ci sarebbe voluto del tempo per capirle. Ma ha mantenuto la sua fede, sicuro che, alla fine di ogni giorno duramente guadagnato, c’è la magia della notte.
“WEST END GIRL”, LILY ALLEN

Quello della popstar britannica non è solo pop confessionale, è un post-mortem emotivo eseguito senza anestesia, un resoconto di morte per la rottura del matrimonio. Secondo il comunicato stampa dell’album, è in parte realtà, in parte finzione, ed è impossibile sapere dove finisca uno e inizi l’altro. Naturalmente, gli ascoltatori si concentreranno interamente sul contesto – il suo divorzio già pubblico e travagliato con l’attore David Harbour – e, data l’intensa specificità dell’album, a malapena faccia caso per le cuciture tra verità e invenzione: tutto sembra reale.
Le canzoni sul tradimento (“Non riesco a scuotere l’immagine di lei nuda/ In cima a te e sono dissociata”), le relazioni aperte (“Non voglio scopare con nessun altro/ Ora è tutto quello che vuoi fare”) e la dipendenza dal sesso (“Centinaia di troiani, sei così fottutamente rotto”) sono vissute. Gli inevitabili paragoni con i classici album pop affranti scritti da trentenni sembreranno superati. Lemonade di Beyoncé, dopo tutto, è mediata dalla riconciliazione coniugale; Star-Crossed di Kacey Musgraves manca del tradimento; 30 di Adele è temperato da alcuni anni di riflessione. Ma la sconcertata e ferita LilyAllen ha scritto West End Girl in dieci giorni. Si vede, nel modo migliore.
“WE WERE JUST HERE”, JUST MUSTARD
«Non voglio andare dove non riesco a sentire nulla», dice Katie Ball, frontwoman di Just Mustard in Dreamer, la traccia intricata e sfrenata al centro del terzo album dei ragazzini indie irlandesi. Dai loro precedenti album – Wednesday e Heart Under – industriali e caleidoscopici, i cinque pezzi facili di Dundalk hanno scambiato rotta, atterrando da qualche parte intorno al “noise rock”, ma dilettandosi sempre con il dark.
Hanno trovato sostegno dai loro connazionali che conquistano il mondo Fontaines D.C. e dai padri del goth-rock The Cure e sembra che ci sia lo zampino di Robert Smith nel noir agrodolce di We Were Just Here.
“LA BELLA CONFUSIONE”, CHARLIE CHARLES

C’è un silenzio che precede ogni grande storia. Un vuoto che non è assenza, ma attesa. Paolo Monachetti ha iniziato a creare melodie per la “generazione della trap”, tutto quello che toccava si trasformava in un successo. Un successo che ha raggiunto anche Sanremo. Così, in poco tempo, firmando le hit di Sfera Ebbasta e poi di Ghali, Rkomi, Izi, è diventato il “Re Mida del rap”.
Ora Paolo Alberto Monachetti, trentunenne di Settimo milanese, esce allo scoperto, o quasi. E con il nome d’arte di Charlie Charles pubblica il suo primo album, La Bella Confusione. Un progetto che non si svela subito, che non si mostra con clamore, ma che invita a osservare, ascoltare e sentire. Per anni, Charlie ha cucito la musica su altri. Poi è arrivato un momento in cui si è chiesto cosa significasse fare un disco per se stesso. Non un producer album tradizionale, non una raccolta di featuring, ma un racconto intimo, un percorso che attraversa paura, panico, sopravvivenza, pericolo, amore e accettazione. L’album si è costruito così, un brano dopo l’altro, attraverso le voci degli altri. Ogni artista diventa un frammento di Charlie, con cui compone la sua storia: Ernia, Madame, Mahmood, Blanco, Massimo Pericolo, Bresh, Sfera Ebbasta, nayf, Elisa.
Nei giorni precedenti all’uscita, la città ha iniziato a parlare senza sapere. Dai primi di ottobre, sui billboard del Naviglio Grande a Milano, sono comparsi solo i titoli dei brani. Nessun nome, nessuna musica, solo segni sospesi, fili grafici, una tensione silenziosa che cresce. Un invito a porsi delle domande. Il 14 ottobre, il silenzio si incrina: compare la foto di Charlie, accompagnata dalla parola Paolo. È la prima volta che la sua immagine emerge, ma la narrazione resta criptica, sospesa tra realtà e sogno. Solo il giorno dopo il mistero prende forma con l’annuncio ufficiale.
La musica si muove lentamente attraverso questi dettagli, come una regia felliniana che accompagna lo spettatore dentro il racconto senza parole. Il cuore dell’album è un dialogo tra il Charlie adulto e il suo sé bambino, nel brano Paolo: un momento di introspezione e di verità, fragile e sincero. Qui, come in tutto il disco, non c’è ostentazione, non ci sono trucchi: solo la vita, la musica e la bellezza della confusione che diventa esperienza condivisa. Ora il silenzio si è rotto, La Bella Confusione non è più un mistero, ma diventa un viaggio da vivere, da sentire, da lasciare entrare. Un percorso che racconta l’uomo dietro il produttore, l’arte dietro il gesto, la confusione dietro la chiarezza. Una avvincente e drammatica storia in musica. Tra i migliori album italiani dell’anno.
“GIOCHI DI LUSSO”, ALOSI

“Una dichiarazione di presenza, un invito a riscoprire la ricchezza dell’attimo”: con queste parole Alosi presenta il suo nuovo singolo, disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali. “Giochi di lusso” intreccia chitarre dal gusto vintage e atmosfere contemporanee, creando un equilibrio tra introspezione e intensità sonora. Il testo del brano è firmato da Alosi, la musica è scritta in collaborazione con Luca Di Blasi (in arte JDIBLA), già chitarrista del primo album solista “1985” e oggi autore e produttore multiplatino per artisti come Bresh e Tedua.
“È un brano brutale per la sua sincerità e senza filtri – racconta Alosi -. Una canzone che fa un giro in un posto buio dell’anima e ne viene fuori. Il lusso, uno dei miti dell’occidente, in realtà è spesso solo nella consapevolezza di essere ancora qui adesso con le persone che contano veramente.”
Registrato al Downtown Studio di Pavia, il brano è stato mixato e masterizzato al Duna Studio di Russi a Ravenna. La produzione si distingue per un suono elegante e stratificato, dove ogni dettaglio strumentale contribuisce a dare forma alla visione poetica dell’artista. Al brano hanno collaborato: Alosi (voce), Luca Di Blasi (chitarra 12 corde), Rosario Lo Monaco (chitarra elettrica slide), Filippo La Marca (synth).
“I FUMI DI BANGKOK”, BLUMOSSO
È il singolo che segna il ritorno del cantautore salentino Blumosso. Il brano, prodotto da RafQu, è un intreccio di vulnerabilità e salvezza reciproca. Diretto da Luigi Imola (Azione Dramatic Arts) il video si presenta in un bianco e nero tagliente, scandito da un montaggio veloce che segue fedelmente il ritmo ossessivo e quasi tribale della canzone. L’obiettivo centrale è esprimere la dicotomia tra istinto animale e razionalità, che pervade il testo. Le inquadrature si alternano bruscamente: da un lato, il nitido cantare di Blumosso, che rappresenta l’io razionale e finalizzato, capace di “fare silenzio” e “scrivere di pace”; dall’altro, frenetiche sequenze a lunga esposizione in cui la sagoma dell’artista, in preda a un ballo caotico, appare sfocata e mossa, incarnando l’animale che “non fa altro che pensare, annusare”. Questa rapida oscillazione tra staticità e movimento simboleggia la lotta interiore del protagonista, costantemente salvato dall’altro.
Il testo evoca una profonda connessione emotiva: un viaggio attraverso momenti intimi silenziosi e improvvisi, quasi viscerali, nella percezione dell’altro. Si percepisce la fragilità condivisa di un legame che può dissolversi nell’aria come fumo, ma anche la purezza dei sogni e la forza di combattere insieme il dolore. L’intensità sensoriale è palpabile anche dal ritmo ossessivo delle percussioni che fanno da tappeto su tutto il brano che musicalmente è scuro e incalzante. «La visione nel buio, il respiro percepito come un istinto primordiale, animale, la sensazione di volare e l’esperienza di essere continuamente salvati da un conflitto interiore che a volte sembra indomabile», spiega Blumosso.
“EDITTO DAL SOTTOSCOGLIO”, MARCO CASTELLO
È il primo singolo che anticipa il prossimo disco del cantautore siracusano. La canzone è il frutto di un lungo periodo di rabbia nei confronti del mondo vissuto dall’artista, che trova nella musica il modo più semplice e diretto di esprimere questo sentimento. In questo pezzo Marco canta, suona la batteria e ovviamente la chitarra, e racconta i meandri sotterranei di un’isola fittizia, dove un gruppo di dissidenti locali sancisce la fine dell’occupazione militare americana dando inizio a una rivolta che vedrà ricoperta di escrementi la base militare di Sigonella (luogo storico della provincia siracusana, protagonista di una crisi diplomatica fra Italia e Stati Uniti che rischiò di sfociare in uno scontro armato).
“MILLIE BOBBY BROWN”, LUISIANA

“Millie Bobby Brown”, il singolo d’esordio di Luisiana, nuovo progetto artistico del cantautore siciliano Sebastiano Inturri. Un brano avvolgente e cinematografico, che fonde sonorità synth-pop e atmosfere anni ’80 con una scrittura diretta e contemporanea. Ispirandosi alla protagonista di Stranger Things, Luisiana trasforma Millie Bobby Brown in una metafora della donna forte ma dolce, bella nella sua semplicità e libera dagli stereotipi.
«Ho scritto questo brano come tributo alla forza delle donne che non cedono agli stereotipi della società, in particolare a quelli di coppia», racconta l’artista. «È un invito a non perdersi in relazioni che imbrigliano la bellezza autentica, quella che nasce dalla semplicità e dalla verità di essere. C’è la forza del lasciar andare chi opprime questa bellezza, ma anche il rimpianto per aver perso una donna così: dolce e luminosa come Millie Bobby Brown».
Il brano, prodotto da Daniele Zanotti, Sergio Bancone e Filippo La Malfa, gioca con stratificazioni di synth e ritmiche retrò, evocando la tensione sospesa e la nostalgia tipiche della serie Netflix che dà il titolo al singolo. Dalla dimensione eterea iniziale, il pezzo cresce in intensità fino a esplodere in un ballo di liberazione, simbolo di una rinascita personale e femminile.
“CARA ALLEGRIA”, GIULIA MEI feat. MILLE

Diventa un singolo la bonus track contenuta nel vinile dell’album Io della musica non ci ho capito niente, uscito a marzo. Il brano è un simbolico ponte tra l’ultimo lavoro discografico e il nuovo percorso artistico in arrivo. Scritto da Giulia Mei e Mille insieme a Ramiro Levy e Alessandro di Sciullo – che l’hanno anche prodotto – il brano unisce in maniera ipnotica gli elementi più classici del piano ai synth dal sapore anni ‘80 in una dichiarazione d’amore a un’emozione che andrebbe ricercata e custodita e che spesso paradossalmente ci troviamo a respingere.
«Certe volte penso che siamo programmati per accogliere le emozioni negative, mentre facciamo più fatica ad accogliere quelle positive», racconta Giulia Mei. «Tuteliamo il dolore ma l’allegria, quando viene a trovarci, a volte non sappiamo nemmeno riconoscerla. Ecco io penso che l’allegria andrebbe coccolata e protetta e siccome nella vita non so farlo, le ho scritto una canzone d’amore, sperando che le piaccia e che mi perdoni per tutte le volte che l’ho ghostata».
