Storia

PLANET FUNK: rifioritura dopo il buio

 – Il collettivo “anglo-napoletano” torna con “Bloom” a 15 anni dall’ultimo album e dopo due tragici addii che avevano messo a rischio la continuazione del progetto. «Ogni lutto che abbiamo affrontato ha portato a una rinascita»
– «I cambiamenti ci sono, ma c’è anche tanta musica scritta con Sergio Della Monica e Gigi Canu, che è stata rivista e aggiornata. C’è tanto di loro, ed è l’omaggio che facciamo ai nostri due compagni che non ci sono più»

I Planet Funk sono una di quelle storie che raccontano bene cosa significhi fare musica elettronica in Italia senza chiedere il permesso a nessuno. Nascono a Napoli alla fine degli anni Novanta, ma sarebbe riduttivo leggerli solo attraverso una geografia: i Planet Funk appartengono a un’idea di suono globale, meticcio, notturno, dove il club incontra la canzone e l’elettronica dialoga con il corpo e con la memoria.

Una strada irta di ostacoli, durante la quale il lutto è stato quasi una costante, diventando motore creativo. Sin dall’inizio dell’avventura, con la scomparsa di Dario Della Monica dei Souled Out, che porta Marco Baroni e Alex Neri a incrociare i loro percorsi con quelli di Sergio Della Monica e Domenico “GG” Canu. Da lì nasce un progetto che fin dal nome dichiara la sua ambizione: pensare in grande, far ballare il pianeta, ma con una coscienza sonora raffinata, mai banale. I Planet Funk non sono semplici produttori da pista: sono artigiani del groove, architetti di atmosfere.

Nel 2018 la scomparsa di Sergio Della Monica e l’anno scorso un altro lutto per la morte di Gigi Canu sembravano aver posto la parola fine sul progetto di quello che è stato definito un “collettivo anglo-napoletano”. Un periodo buio, anni complicati, pieni di riflessioni, decisioni sul futuro da prendere. Anni che hanno impattato inevitabilmente sulla loro arte, sulla loro produzione. Bloom, titolo del nuovo album in uscita venerdì 16 gennaio, segna la ripartenza.

«“Bloom” significa fioritura, rifioritura. In questi anni, nelle nostre vite e nel gruppo, è successo di tutto. Ogni lutto che abbiamo affrontato ha portato, volenti o nolenti, a una rinascita. Secondo me la rinascita arriva sempre dopo il lutto. Il titolo nasce proprio da questo: da tante ripartenze, non ultima quella dei Planet Funk. Non parlerei di fenice che rinasce dalle ceneri, perché il gruppo non è mai morto, il DNA è sempre rimasto. Però abbiamo dovuto attraversare molto, soprattutto a livello umano».

Era dai tempi di The Great Shake del 2011 che i Planet Funk non rilasciavano un nuovo album di inediti. Alex Neri, Marco Baroni, Dan Black e Alex Uhlmann attraversano oggi questo passaggio con un’energia rinnovata, mantenendo intatto lo sguardo internazionale che da sempre li distingue e riaffermando l’idea di gruppo come organismo vivo, in costante mutazione.

«È successo di tutto in questi quindici anni», racconta Alex Neri, dj e tastierista della formazione attiva da oltre venticinque anni. «In realtà abbiamo iniziato a scrivere Bloomdopo The Great Shake: ma già non siamo un collettivo che scrive molto, in più la scomparsa prima di Sergio Della Monica nel 2018 e poi di Domenico Gigi Canu nel 2025 ci ha portato a un periodo di riflessione, a chiederci se valesse la pena andare avanti e soprattutto come». 

La risposta sono le dodici canzoni di Blooom, un disco che apre un nuovo ciclo, che nuovi assetti, nuove prospettive, con Dan Black che non è più un “feat” ma un membro attivo, così come la presenza più significativa di Alex Uhlmann.

«I cambiamenti ci sono, sarebbe inutile negarlo», ammette Neri, che si è ritrovato a disegnare il futuro insieme a Marco Baroni. «Dentro Blooom però c’è anche tanta musica scritta con Sergio e Gigi, che è stata rivista e aggiornata. C’è tanto di loro, ed è l’omaggio che facciamo ai nostri due compagni: abbiamo fatto ciò che avrebbero voluto. La loro visione, il loro spirito creativo e il loro modo di intendere la musica sono stati una guida costante. Da artisti abbiamo trasformato il dolore in musica. Ora guardiamo al passato per rivolgerci al futuro».

Senza perdere quell’identità, che riesce a mescolare melodia ed elettronica, che li ha resi un unicum. «Sì, già dal primo disco: anni Ottanta, indie, new wave e dance. Quella matrice resta, ma va riletta. Oggi non siamo più quelli di allora. Abbiamo perso Gigi, Dan Black è tornato a tempo pieno. Cambiano le dinamiche, le visioni. La melodicità è forse proprio il marchio della nostra unicità e della nostra italianità».

Blooom segna anche una ripartenza a maggio di un tour europeo. «Londra, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, due date in Spagna. Abbiamo voglia di rimetterci in gioco, di vedere le reazioni fuori dall’Italia, soprattutto sui testi. In Inghilterra capiscono ogni parola, e le reazioni sono diverse. È stimolante per una band che canta in inglese… Il mercato italiano? Cantando in inglese, ci sta un po’ stretto, ma abbiamo uno zoccolo duro che ci ama per quello che siamo».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *