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ORNELLA VANONI – “La voglia, la pazzia …”

– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi, in memoria della Signora della musica italiana scomparsa venerdì scorso, rivisitiamo un’opera che ha riscritto le geografie del sentimento. Il brano è stato la colonna sonora delle manifestazioni per la Giornata contro la violenza sulle donne

Ci sono album che non appartengono soltanto alla discografia di un’artista: appartengono a un clima culturale, a una stagione dello spirito, a quel momento di grazia in cui la musica smette di essere semplice mestiere e diventa alchimia. La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria — pubblicato nel 1976 — è esattamente questo: il punto di incontro tra Ornella Vanoni, Toquinho e Vinicius de Moraes, tre personalità così lontane e così naturalmente predisposte a completarsi a vicenda.

Il contesto storico

L’Italia di metà anni Settanta è attraversata da tensioni politiche e sociali che lasciano poco spazio alla leggerezza. Eppure, proprio in quell’aria densa, cresce una fame di altrove: la musica brasiliana, già arrivata in Europa con João Gilberto e la bossa nova, diventa un rifugio sonoro, una soglia verso un mondo più caldo e sinuoso. È in questo clima che nasce l’idea dell’album: non un progetto pianificato, ma un’intuizione quasi sentimentale. Vanoni e Toquinho si erano conosciuti qualche anno prima, durante una tournée; Vinicius de Moraes li avrebbe raggiunti poco dopo, portando con sé la sua poesia liquida e la sua ironia irresistibile.

Vanoni, reduce da stagioni artisticamente felici, ma anche da un periodo di disorientamento personale, scelse di spingersi lontano dai territori consueti della canzone d’autore italiana. Il suo timbro, vellutato e un po’ sfuggente, sembrava cercare una musica che avesse spazio, aria, solarità. E cosa meglio della bossa nova, con quella malinconia che non diventa mai tragedia, quella dolcezza che non scivola mai nel sentimentalismo?

Toquinho e Vinicius, dal canto loro, erano già due istituzioni della musica brasiliana. Portavano con sé un modo di intendere il ritmo che non ha mai davvero bisogno di alzare la voce: la metrica naturale dei passi sulla sabbia, delle confidenze nelle notti calde di Rio, della saudade che accarezza anziché ferire. La Vanoni, nel loro mondo sonoro, trovò una casa inattesa.

Le registrazioni

Ornella Vanoni, Vinicius de Moraes e Toquinho

Le registrazioni si svolgono negli studi Ricordi di Milano, in un’atmosfera che molti dei tecnici dell’epoca ricordano come sorprendentemente informale. Toquinho arrivava spesso con la chitarra già in mano, come se non potesse separarsene nemmeno nei minuti morti. Vinicius, che aveva un rapporto quasi rituale col vino — preferibilmente bianco — sosteneva che il clima milanese fosse troppo freddo per cantare, e che bisognasse «scaldare la voce e l’anima». L’idea di un disco essenziale, poco orchestrato, nacque proprio lì: niente barocchismi, solo la grazia della chitarra, delle percussioni asciutte, delle voci che si intrecciano.

Tra gli aneddoti più curiosi, quello dell’approccio di Ornella al portoghese. Non voleva imitarne l’accento — «Non sono brasiliana, e non voglio fingere di esserlo», disse una volta in studio — ma voleva che la sua voce avesse lo stesso ritmo liquido. Toquinho le suggerì di non concentrarsi sulle parole, ma sul respiro. 

Vinicius de Moraes, figura quasi mitologica, si inserì nelle sessioni con la naturalezza di un vecchio amico. Era il più anziano dei tre e portava con sé un fascino bohémien che conquistò subito l’ambiente di studio. Raccontava storie, spesso ridenti, tra una take e l’altra, e pretendeva che nulla fosse mai troppo serio. «La musica deve essere sincera, non perfetta», ripeteva. Un suo gesto celebre era staccare il microfono per raccontare aneddoti sul Brasile o recitare frammenti di poesie che poi non entravano mai nei brani, ma che influenzavano l’atmosfera, alleggerendola.

Il caso della copertina “improvvisata”. La copertina del disco, con i tre artisti vicini, fu realizzata senza una vera session fotografica programmata. L’idea iniziale era un’immagine rigorosa, quasi grafica, ma durante una pausa delle registrazioni Toquinho propose di fare «una foto da amici», senza pose. Il risultato fu talmente spontaneo da essere scelto all’istante: tre volti ravvicinati, quasi a voler comunicare l’intimità musicale del progetto.

Un disco che è una geografia dell’anima

L’album mescola brani originali e reinterpretazioni, ma la forza non sta tanto nei singoli pezzi quanto nella loro coesione. È un disco che sembra scritto sul corpo: sensuale senza mai essere esplicito, elegante senza quell’austerità che spesso accompagna i lavori “d’arte”. Ogni traccia è un luogo emotivo preciso, un diverso colore della stessa tavolozza brasiliana.

Un album che si apre con una canzone che è diventata uno degli inni della cantante italiana in primis ma che, al contempo, è un inno alla vita, quella Senza Paura che trova la propria origine in Sem Medo. Questa canzone era stata scritta da Vinicius e da Toquinho due anni prima, contenuta nell’album (quasi introvabile ormai) Toquinho & Vinicius, con l’intento di far capire ai loro compatrioti che, nonostante il già citato colpo di Stato del 1964 che diede vita alla cosiddetta Dittatura Militare Brasiliana, bisognava continuare a coltivare la forza e il coraggio per andare avanti senza paura. Una di quelle canzoni da ascoltare e riascoltare in eterno non solo per la nobiltà del messaggio politico-sociale ma anche perché, in linea generale, è capace con questo mix di samba e bossanova di regalarti tre minuti circa di spensieratezza. Non si poteva non partire da qui, da questo brano, per realizzare un progetto costruito senza alcuna paura ma solo con il desiderio di regalare gioia, passione ma, soprattutto, vera arte.

La title track, La voglia, la pazzia, è una dichiarazione di poetica: un’ode al desiderio che non conosce regole, alla vitalità che diventa forma di resistenza. La voce della Vanoni danza attorno alla chitarra di Toquinho con un’elasticità sorprendente. Non forza mai, non cerca di imporsi. Accoglie. Si lascia guidare.

C’è poi il gioco elegante di Samba della rosa. Nacque da un piccolo incidente: Vinicius aveva portato davvero una rosa in studio, regalo di un ammiratore anonimo di Ornella. La poggiò sul leggio, ma cadde più volte durante la registrazione. Alla fine, fu Toquinho a dire scherzando: «Questa rosa ha più ritmo di noi». Così il titolo diventò inevitabile.

Un successo inatteso

La casa discografica non si aspettava grandi numeri. Il disco, invece, esplose lentamente ma inesorabilmente, aiutato dal passaparola e da un affetto trasversale. Non fu solo un successo di vendite, ma un successo emotivo: divenne il disco “da casa”, quello che si metteva la sera, quello che generò un innamoramento tra generazioni diverse.

Se c’è un miracolo in questo album, è soprattutto la metamorfosi di Ornella Vanoni. Non rinnega nulla di ciò che è stata — l’eleganza algida, il colore sofisticato, quella vena di ironia distante — ma lo riformula in una dimensione più calda, più sciolta, più terrenamente sensuale.

In molti hanno detto, allora e dopo, che Vanoni fosse «naturalmente brasiliana». Una frase che rischia di essere una semplificazione, ma nasconde una verità: la sua voce non è mai stata così libera. Qui abbandona la forma canzone italiana, spesso strutturata e “pensata”, per abbracciare un modo di cantare che parte dalla pelle, non dalla testa.

Un’eredità ancora viva

A quasi cinquant’anni dalla pubblicazione, l’album non ha perso un grammo della sua credibilità. Suona ancora fresco, ancora necessario. È diventato un riferimento per chiunque abbia cercato in Italia una strada per dialogare con la musica latinoamericana senza ridurla a cliché. È un disco che ha educato generazioni di musicisti, e che continua a essere riscoperto da un pubblico giovane che vi trova qualcosa che oggi sembra quasi una rarità: una sensualità gentile, una felicità malinconica, un’eleganza senza sforzo.

La voglia, la pazzia è stata la canzone scelta per omaggiare Ornella Vanoni durante il corteo di Non Una di Meno per la Giornata contro la violenza sulle donne. A metà percorso, in via Merulana, a Roma, le manifestanti hanno intonato e ballato il celebre brano per salutare l’artista per un tributo collettivo. Dal megafono un’attivista sul furgone di testa ha urlato: «Salutiamo una sorella, Ornella Vanoni, buon viaggio».

In un’epoca in cui le collaborazioni artistiche spesso sembrano costruite a tavolino, La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria resta la prova di cosa accade quando tre artisti si incontrano davvero, quando si riconoscono come specchi e non come somma di talenti. La sua bellezza non è quella delle cose perfette, ma delle cose vere.

Ed è forse per questo che continua a parlarci: perché in quelle armonie leggere, in quelle chitarre che sembrano sorridere, in quella voce che non vuole stupire ma solo toccare, c’è una promessa che non invecchia. La promessa che la musica, ogni tanto, può davvero liberarci.

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