– Il cantautore napoletano e l’organettista laziale il 6 febbraio pubblicano l’album “Dduje paravise”, nel quale si muovono lungo una linea sottile, quasi invisibile, che attraversa la musica napoletana da più di un secolo. Grandi classici, canzoni più recenti e due inediti, in versione molto scarna, solo per voce, chitarra, organetto ed elettronica
– «Sono melodie e testi così belli e importanti, che hanno avuto così tanti vestiti negli anni, che ci sembrava più rispettoso affrontarli in punta di piedi, soltanto con i nostri strumenti e cercando di dare maggior risalto a melodie e testi con il massimo rispetto possibile». Tosca, per una divagazione brasiliana, ed Enzo Gragnaniello fra gli ospiti. Al via il tour
Un giorno due anziani professori di musica decisero di salire in paradiso per regalare un concerto a tutti i santi. Accolti con entusiasmo da San Pietro, si esibirono con il meglio della canzone napoletana. I santi apprezzarono così tanto da chiedere loro di restare per sempre in paradiso. Invito di per sé irresistibile – starsene in cielo, senza alcun pensiero se non la musica, chi mai potrebbe rifiutare? – se non fosse per la forte nostalgia dei due anziani suonatori per la loro città. Così, i due comunicarono a San Pietro la loro decisione di ritornare a Napoli: «Nuje simmo ‘e ‘nu paese bello e caro, ca tutto tène e nun se fa lassá. Pusìlleco, Surriento, Marechiaro. ‘O Paraviso nuosto è chillu llà!».
È la favoletta raccontata nella canzone del 1925 Dduje paravise, musicata da E. A. Mario e scritta da Ciro Parente. A lanciarla fu Luisella Viviani, sorella di Raffaele Viviani. Tra i suoi celebri interpreti vi furono Roberto Murolo, Fausto Cigliano, Sergio Bruni, Giacomo Rondinella, Massimo Ranieri e Mario Merola, e fu ripresa da numerosi posteggiatori napoletani. Claudio Domestico, in arte Gnut, uno dei più originali cantautori italiani, e Alessandro D’Alessandro, esploratore e sperimentatore di suoni, pioniere nell’utilizzo dell’elettronica applicata all’organetto, lo hanno scelto come titolo del progetto nato la scorsa primavera durante una residenza artistica in Toscana e che il 6 febbraio diventa un disco pubblicato da Squilibri.

- Paradossalmente, però, la canzone che dà il titolo al lavoro non figura fra le 11 tracce dell’album, né risulta inserita nella scaletta dell’omonimo spettacolo “live”. Forse perché non volevate apparire come due “vecchi prufessure ‘e cuncertino”?
Gnut: «In realtà è per una questione di tempistiche: lo spettacolo, come il disco registrato in presa diretta, è nato nel giro di tre giorni. Inoltre, cercavamo una chiave per affrontare un repertorio così complicato che ha avuto tante interpretazioni nella storia e, quindi, abbiamo cercato il nostro suono su canzoni sulle quali mi ero già cimentato, magari senza pubblicarle, ma sulle quali avevo trovato la tonalità giusta, il modo migliore per interpretare quelle melodie e quei testi. Non abbiamo trovato la chiave giusta per fare anche quel pezzo, però ci è piaciuto il titolo e lo abbiamo tenuto lo stesso».
D’Alessandro: «Per me è più facile lavorare su questo progetto perché da non napoletano e, soprattutto, da non cantante non ho quel timore reverenziale che immagino un cantante di Napoli possa avere. La scelta è stata quindi dettata dalle corde di Claudio».
- Eppure, questa non è la prima volta che Alessandro D’Alessandro frequenta la canzone napoletana. C’è un disco del 2017 – Canti, Ballate e Ipocondrie d’ammore – realizzato con Canio Loguercio.
D’Alessandro: «In realtà non era un album sulla canzone classica napoletana, ma si ispirava a quella tradizione, era più personale. Io vengo da un paesino del Basso Lazio, vicino Gaeta, che fino al 1927 era provincia di Caserta. E anche se oggi vivo a Roma, in qualche maniera, culturalmente e anche linguisticamente, sono molto vicino alla tradizione partenopea e invidio i napoletani, perché Napoli, soprattutto dal punto di vista culturale, della musica e della canzone, è una città-Stato. Quindi, appartenere a questa grande cultura è qualcosa che tutti invidiano ai napoletani».
Il titolo dell’album di Gnut e D’Alessandro, Dduje paravise, esprime tuttavia il contenuto del progetto: c’è Napoli, ma non si vede, e c’è il numero due. «Perché è un disco suonato in duo», sottolinea l’organettista che, oltre al suo strumento, fa uso di loop percussivi, effettistica, cembali, spazzole, buste, chiavi. Gnut mette la voce e le chitarre – acustica ed elettrica – cedendo il microfono in due occasioni. La prima con Tosca, quando esce fuori dal songbook partenopeo, per spostarsi in Brasile con L’alleria e o’ dulore, versione in lingua napoletana di Manhã de Carnaval di Antônio Maria e Luiz Bonfá.
«È nata in uno spettacolo organizzato da Tosca durante il quale mi aveva invitato a cantare questo pezzo», racconta Claudio “Gnut” Domestico. «Solo che io sono negato con le lingue straniere, a parte l’italiano e il napoletano faccio fatica per tutto il resto. Quindi, cantare in portoghese mi spaventava molto, e così ho preferito adattare il testo in napoletano. A Tosca è piaciuto molto e l’abbiamo suonato la prima volta in quella circostanza. E, visto che era uscita fuori una piccola magia, quando abbiamo fatto questo disco, mi è sembrato carino coinvolgere Tosca su questa canzone».
La seconda incursione vocale è quella di Enzo Gragnaniello nel classico di Salvatore Di Giacomo ‘E ccerase. «Ci sembrava giusto mettere anche nel lato B del vinile un altro duetto», aggiunge D’Alessandro. «È uno dei brani nati per il disco, non dal vivo».
A La nova gelosia, invece, hanno preferito togliere parole e voce, trasformando il brano reso popolare da Murolo prima e da Fabrizio De André poi in uno strumentale. «L’idea di mettere anche un solo pezzo strumentale piaceva a entrambi», spiega D’Alessandro, artefice della versione. «L’ho ripensata senza ricorrere all’elettronica come nel resto del disco, dove ce n’è una buona presenza. Ho preferito qualcosa di totalmente acustico, e con un altro organetto ho simulato un suono che ricorda un po’ il pianino a mano, aggiungendo una nota giocosa».
Come suggerisce la grande donna che accoglie un piccolo uomo sulla copertina realizzata da Chiara Rapaccini di “Amori Sfigati”, Gnut e D’Alessandro si muovono lunga una linea sottile, quasi invisibile, che attraversa la musica napoletana da più di un secolo. «A parte la bellezza estetica, ci ha colpito questa donna che allatta con una cannuccia quest’uomo che sta aggrappato al suo grembo e si nutre dal suo seno», illustra Gnut. «Mi sembra un’ottima metafora del fatto che due musicisti come noi, oggi nel 2026, vanno di nuovo a prendere ispirazione da un repertorio classico. Questa donna è la grande madre che rappresenta la grande cultura napoletana e noi, in maniera molto umile, siamo andati ad abbeverarci al suo seno».

Grandi classici come Carmela, Maruzzella, Silenzio cantatore si alternano a canzoni più recenti come Villanella di Cenerentola (celeberrimo brano scritto da De Simone per La gatta cenerentola) e Cammina cammina di Pino Daniele fino alla trasfigurazione nelle forme di una moderna ballad di un brano, E mo’ e mo’, portato a Sanremo nel 1985 da Peppino Di Capri. A questi brani si aggiungono, quasi per filiazione, anche due inediti, scritti a quattro mani dai due autori, Sott’o muro e Tutto o niente.
Non è la linea del folklore esibito, né quella della canzone da cartolina buona per ogni stagione. È una linea più segreta, fatta di malinconia trattenuta, di melodie che sembrano nascere già stanche, consapevoli del peso delle emozioni che portano con sé. Dentro quella linea si muovono con passo leggero Gnut e Alessandro D’Alessandro.
Perché Gnut, a ben guardare, non è un’anomalia nella storia musicale di Napoli, ma una sua possibile conseguenza. Un punto di arrivo naturale di una tradizione che va da Salvatore Di Giacomo a Roberto Murolo, passando per la lezione morale ed estetica di Sergio Bruni: l’idea che la canzone non sia intrattenimento, ma una forma di verità emotiva. Cambiano i suoni, cambiano i contesti, ma resta quell’urgenza antica di dire l’essenziale, di non sprecare le parole.
La grande canzone classica napoletana ha sempre avuto una caratteristica precisa: raccontare sentimenti enormi attraverso gesti minimi. Un amore perduto, una finestra chiusa, una voce che arriva da lontano. Gnut sembra raccogliere proprio questo lascito, spogliandolo però di ogni monumentalità. Dove un tempo c’era l’orchestra, oggi c’è una chitarra acustica o elettrica; dove c’era l’enfasi melodrammatica, ora c’è un sussurro. Ma il cuore è lo stesso: una nostalgia che non si spiega, si riconosce.
Napoli, nella sua musica, non è mai dichiarata come identità, ma come clima emotivo. È una Napoli interiorizzata, che non ha bisogno del dialetto per affermarsi, anche quando il dialetto compare. Come nella tradizione classica, il linguaggio non è mai un segno di appartenenza ostentata, ma uno strumento di precisione sentimentale. La parola giusta, detta nel modo giusto, può fare più rumore di mille cori.
Gnut eredita dalla canzone napoletana storica anche il rispetto per il silenzio. Le pause, gli spazi vuoti, le frasi lasciate a metà sono parte integrante del racconto. È la stessa logica per cui certe vecchie canzoni sembravano già finite prima ancora di cominciare, come se raccontassero qualcosa che stava accadendo da sempre. In questo senso, la sua musica non è mai “nuova” né “antica”: è fuori dal tempo, come le melodie che continuano a tornare perché non hanno mai trovato una vera conclusione.
C’è poi un altro elemento di continuità fondamentale: la centralità della voce come strumento narrativo. Non una voce potente, ma una voce credibile. Anche qui, la lezione della tradizione è chiara: non serve impressionare, serve convincere. Gnut canta come se stesse parlando a qualcuno che conosce bene, con quella confidenza che è sempre stata una delle chiavi della canzone napoletana più autentica. Non c’è distanza tra chi canta e chi ascolta, solo una fragile comunanza emotiva.
In un’epoca in cui Napoli musicale viene spesso raccontata attraverso gli estremi – l’eccesso, la contaminazione forzata, l’urgenza di rappresentare – Gnut sceglie la sottrazione. «Un po’ per l’esigenza del caso, eravamo un duo e quindi abbiamo preferito rimanere nello scarno», evidenzia Claudio Domestico. «Ma lo abbiamo fatto anche perché sono melodie e testi così belli e importanti, che hanno avuto così tanti vestiti negli anni, che ci sembrava più rispettoso affrontarli in punta di piedi, soltanto con i nostri strumenti e cercando di dare maggior risalto a melodie e testi con il massimo rispetto possibile».
Così, mentre tutto intorno cambia velocemente, Gnut continua a camminare su quella linea sottile. Senza proclami, senza nostalgia programmatica. Come se sapesse che certe canzoni non devono dimostrare nulla: devono solo continuare a esistere. Esattamente come Napoli, quando smette di guardarsi allo specchio e torna semplicemente a cantare.
Gnut possiede il segreto della canzone napoletana che non tramonta mai e non lo svela: «È un segreto, da napoletano non posso rivelarlo».
«Te lo dico io da non napoletano», interviene Alessandro D’Alessandro. «Sta nel fatto che Napoli ha una identità talmente forte e spiccata che è unica. Quando parli di Napoli a Rio de Janeiro non è Napoli-Italia, è Napoli. Estremamente moderna, senza tempo. Da musicista amo tantissimo la parte musicale, la cura artistica delle orchestrazioni, melodie veramente immortali».
Se li incontrate non lasciateveli scappare, questi i primi concerti in un tour appena avviato:
29 gennaio Milano, Q-Hub
30 gennaio Genova, Spazio Lomellini
6 marzo Roma, Auditorium Parco della Musica
15 aprile Bologna, Sghetto
3 maggio Firenze, Parc
