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NORMA WINSTONE: volevo emulare Miles Davis

– La leggendaria cantante londinese lunedì 16 a Catania e martedì 17 a Palermo. Da regina del Ronnie’s Scott negli anni Sessanta a voce dell’ECM. In tour con il pianista Kit Downes: lei 84 anni, lui 40. Di recente ha trovato la luce della ribalta grazie a un brano del rapper Drake, «ma io non ascolto il rap, non lo capisco»
– «Quando la radio passò Lena Horn con “Lady is a tramp” ne restai folgorata, avevo 8 anni e prendevo qualche lezione di piano sognando di diventare come lei», racconta sfogliando l’album dei ricordi. «La svolta con “Kind of Blue”: pensai a quanto sarebbe stato incredibile che una voce potesse fare una cosa del genere»

Nel grande atlante del jazz europeo, dove le voci non cercano il riflettore ma l’eco, Norma Winstone occupa una latitudine tutta sua. Non è mai stata una cantante da copertina patinata, e forse proprio per questo la sua arte ha resistito alle mode come certi libri sottili che continui a ritrovare sugli scaffali, ogni volta più necessari.

Nata a Londra nel 1941, Winstone attraversa gli anni Sessanta quando il jazz britannico smette di imitare l’America e comincia a parlarsi addosso, con un accento proprio. Lei è lì, in mezzo al fermento, ma senza alzare la voce. Dal leggendario Ronnie’s Scott degli anni 60 ai giorni nostri, la cantante inglese ha attraversato gli ultimi decenni del jazz al fianco di maestri quali Roland Kirk, Kenny Wheeler, John Taylor, Ralph Towner, Dave Holland e John Abercrombie. I suoi 84 anni nulla possono nel rallentare l’attività della fuoriclasse londinese che, con il suo imminente tour europeo, fa scalo lunedì 16 febbraio al Teatro Metropolitan di Catania (ore 21:00) e l’indomani, martedì 17 febbraio al Jolly di Palermo.

Norma Winstone è una leggenda per la sua agilità vocale, le sue sofisticate armonie e la sensibilità sia nei testi come nelle narrazioni senza parole. E, alla sua veneranda età, ha raggiunto milioni di persone da quando una sua canzone The Tunnel è stata campionata dalla star canadese del rap Drake nel brano IDGAF (cento milioni di ascolti). «Non ascolto il rap soprattutto perché non capisco sempre quello che dicono ed è molto importante per me capire le parole», dice Winstone. La sua non è sicuramente la storia di un’artista sconosciuta che ha trovato la luce della ribalta grazie a Drake: nel corso della sua lunghissima carriera ha rilasciato più di trenta album, vinto premi e borse di studio.

Norma Winstone nata a Londra nel settembre 1941

«I miei genitori erano entrambi grandi appassionati di musica, dall’opera a Fats Waller, in casa ovviamente non c’era la televisione e il giradischi non ce lo potevamo permettere, quindi la radio era il centro del mondo», dice, aprendo l’album dei ricordi. «Mio padre scoprì Frank Sinatra durante la guerra e lo scrisse in una lettera a mia madre, “devi assolutamente ascoltare questo cantante, è incredibile!”. Quando la radio passò Lena Horn con Lady is a tramp ne restai folgorata, avevo 8 anni e prendevo qualche lezione di piano sognando di diventare come lei. E la prima volta che ascoltai la modalità “skat singing” mi colpì».

Il cerchio si è chiuso per lei quando ha sentito Kind of Blue di Miles Davis: «È un disco pivot, ha davvero influenzato ciò che provava per la musica. Mi ha fatto pensare a quanto sarebbe stato incredibile che una voce potesse fare una cosa del genere».

L’incontro con il pianista John Taylor segna una delle alleanze più fertili del jazz europeo. Insieme, spesso con il trombettista Kenny Wheeler, costruiscono un laboratorio poetico dove la canzone diventa paesaggio. Non più standard da eseguire, ma territori da esplorare. Il loro suono – rarefatto, lirico, attraversato da silenzi eloquenti – trova casa nell’estetica della ECM Records, etichetta che ha fatto del minimalismo nordico una grammatica emotiva.

«Grazie a Kenny Wheeler ho imparato a rendere la mia voce un suono e non un accompagnamento ad altri suoni. Con John Taylor gli esperimenti al sintetizzatore negli studi Ecm sono stati un magico viaggio», racconta. «Con John non c’era bisogno di spiegare troppo. Bastava uno sguardo, e la musica prendeva la direzione giusta».

Album come Distances o Azimuth (nome anche del trio con Taylor e Wheeler) sono mappe stellari più che dischi: indicano direzioni, non destinazioni. Winstone canta come se stesse raccontando una storia a una sola persona, in una stanza quasi buia. La sua voce non invade, avvolge. Non seduce, persuade. C’è una disciplina quasi cameristica nel suo modo di stare dentro la musica: ogni nota è necessaria, ogni pausa è pensata.

Kit Downes e Norma Winstone

Nel tempo in cui il jazz vocale si è spesso rifugiato nel repertorio – standard immortali, tributi rassicuranti – Norma Winstone ha scelto la via più rischiosa: scrivere testi nuovi su musiche nate strumentali, dare parole a melodie che non le prevedevano. È un gesto quasi politico: restituire umanità alla forma, senza tradirne l’astrazione.

«Non ho mai pensato alla voce come a uno strumento di potenza», spiega. «Mi interessa il colore, il respiro, quello che succede tra una nota e l’altra. Quando metto parole a una melodia, cerco di rispettarne il mistero. Non voglio spiegarla, voglio abitarla».

Molti critici associano Norma Winstone al movimento jazz “avant-garde”, ma le sue attività musicali sono molto più ampie: «Non mi vedo davvero in nessuna categoria perché faccio così tante cose diverse. Alcune persone che mi hanno sentito cantare con i Nucleus in Labyrinth o con Mike Westbrook su Metropolis sono piuttosto stupite di sentirmi fare degli standard. Ma mi piace cantare standard, mi piace cantare materiale originale e mi piace ancora cantare assoli senza parole. Mi piace molto l’improvvisazione libera, ma di solito mi piace essere diretta».

La sua non è mai stata una carriera da titoli cubitali. Piuttosto, una traiettoria coerente, fedele a un’idea di bellezza che non fa rumore. «Non mi interessa essere al centro», dice una volta con disarmante semplicità. «Mi interessa essere dentro la musica».

Ascoltarla oggi significa fare un esercizio di attenzione. Significa accettare che la musica possa essere fragile, e proprio per questo resistente. In quella fragilità – che è poi la cifra più autentica del jazz europeo – Norma Winstone continua a cantare come se il tempo fosse un dettaglio, e la voce un luogo in cui tornare.

Nei due concerti siciliani, Norma Winstone avrà al suo fianco il quarantenne pianista britannico Kit Downes, tra i più originali della nuova generazione, capace di fondere scrittura e improvvisazione con un approccio sempre fresco e sorprendente. Il duo, dice Norma, «è nato in modo casuale». Nikki Iles, la pianista abituale della cantante londinese, non era disponibile per un concerto a Londra, «così ho prenotato Kit. Non avevo mai suonato con lui prima. E, naturalmente, poteva suonare tutto immediatamente e in modo sorprendente. Così abbiamo fatto qualche altro concerto e ho scoperto che rispondevo al senso di avventura nel suo modo di suonare». 

Insieme hanno registrato l’album Outpost of Dreams, nel quale Winstone ha perfezionato il suo tono con una delicatezza costantemente luminosa nel registro superiore e un bagliore scuro nei bassi, mentre Downes, sempre in sintonia, si lascia andare in improvvisazioni nelle pause vocali. Il titolo dell’album Outpost of Dreams deriva dalla riga finale del testo di Norma per The Steppe di Downes, quando descrive un paesaggio arido e vuoto emotivo. I sogni ricorrono in molti dei testi dell’album e su In Search of Sleep, con la voce parlata, affronta la loro assenza. Il sogno di Norma Winstone? Quello di «continuare a viaggiare, conoscere gente e fare musica. Ho due figli e due nipoti che occupano un bel po’ i miei pensieri. Ma la musica occupa ancora la mia vita e, penso, lo farà sempre… Un mondo senza musica non è un posto dove stare… ».

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