Disco

MULATU ASTATKE, il Duke Ellington africano

– Un album e un “Farewell tour” per dare l’addio alle scene e al pubblico, ma l’ottantenne vibrafonista non sembra aver alcuna intenzione di ritirarsi: «Mi ci sono voluti 40 anni per raggiungere il riconoscimento mondiale. Non mi fermerò ora». È stato il re della “Swinging Addis”
– Ha inventato l’Ethio-jazz, miscuglio di tradizioni di Addis Abeba, swing europeo, funk americano e musica latina: è un omaggio al «popolo della boscaglia», le popolazioni rurali etiopi la cui danza e musica hanno avuto una notevole influenza sul suo lavoro. Due concerti in Italia

Verso la fine degli anni Cinquanta, un ragazzo etiope di 16 anni arrivò al Lindisfarne College, un collegio nella campagna di Wrexham, nel Galles del Nord. Il giovane Mulutu Astatke era venuto per laurearsi in ingegneria aeronautica. Ma oltre ai libri, prese anche una tromba e, incoraggiato dal preside, imparò a suonare. Il suo viaggio da quel momento è stato fulmineo: dal Galles rurale al prestigioso Trinity College of Music di Londra, e poi nel fiorente underground jazz della città, dove ha calcato i palchi del Metro Club di Ronnie Scott e Soho, suonando a fianco con altri musicisti dell’Africa e dei Caraibi. Arrivato in America nel 1963, Astatke divenne il primo musicista africano a iscriversi al Berklee College of Music di Boston, dove studiò vibrafono e percussioni.

Ma Astatke non era pronto a lasciare la sua patria. Trasferendosi a New York, cominciò a mescolare scale musicali etiopi con il jazz europeo, funk americano e musica latina per creare un nuovo suono inebriante che ha chiamato “Ethio-jazz”. Nel 1969, tornò ad Addis Abeba, atterrando nel mezzo di una vivace scena della vita notturna che divenne nota come “Swinging Addis”. Insieme ad altre figure come Mahmoud Ahmed e Alemayehu Eshete – l’“Elvis etiope” – Mulatu Astatke è diventato una star, esibendosi per Haile Selassie, suonando con Duke Ellington e facendo amicizia con Alice Coltrane.

Arrivato alla veneranda età di 81 anni, Astatke si è guadagnato il titolo di anziano statista. Ma come alcune altre star del firmamento jazz –Joe McPhee, 84 anni, o Marshall Allen, 101 anni, leader della Sun Ra Arkestra – l’età non lo ha rallentato. Il nuovo disco Mulatu Plays Mulatu potrebbe essere inquadrato come un addio – un album finale, pubblicato in parallelo con il Farewell Tour, la tournée con cui sta salutando le scene e il suo pubblico dopo cinquant’anni di carriera e che in questi giorni sta toccando il nostro paese (domenica 28 a Cecina-Pisa e lunedì 29 a Bologna).

Le undici tracce contenute sono state originariamente registrate negli anni ’60 e ’70, un periodo durante il quale Astatke stava definendo ed espandendo il suo concetto di Ethio-jazz. È un disco pieno di nostalgia: il capoband ottantenne torna a vagare per le strade del suo vecchio quartiere e ricorda. Nelle note di copertina, il produttore Dexter Story fa un confronto con l’abitudine di Duke Ellington di rivisitare e rielaborare le sue vecchie canzoni, spesso con effetto rivoluzionario.

La sua musica ha lo scopo di rendere omaggio a coloro che chiama il «popolo della boscaglia», le popolazioni rurali etiopi la cui danza e musica hanno avuto una notevole influenza sul suo lavoro e che, secondo lui, non sono «abbastanza riconosciute». «Le persone che hanno inventato il masenqo, quelle che hanno inventato il krar (uno strumento a corda etiope simile alla lira), sono quelle che hanno inventato Mulatu», ha detto.

L’album è stato registrato in due sessioni: la prima a Londra con una big band di nove elementi che includeva musicisti veterani come il trombettista Bryon Wallen e i bassisti John Edwards e Neil Charles. Una seconda tappa si è svolta al Jazz Village, il club di Astatke ad Addis Abeba. Lì hanno inserito strumenti tradizionali etiopi come il violino masenqo, la lira krar e il flauto washint, aggiungendo ulteriori melodie e trame alle registrazioni londinesi prima del mixaggio finale.

Il risultato presenta alcune delle tracce più conosciute di Astatke sotto una luce completamente nuova. Ha rivisitato Chik Chikka diverse volte nel corso degli anni, in particolare con il gruppo londinese The Heliocentrics, con il quale ha lavorato al suo disco di ritorno del 2009 Inspiration Information, ma questa rilettura supera la versione su quel disco: il sassofono tenore si intreccia attraverso un ipnotico reticolo di percussioni. Altrettanto familiare è Yekermo Sew che è diventato una sorta di biglietto da visita di Astatke quando Jim Jarmusch lo ha incluso nella colonna sonora del suo film del 2005 Broken Flowers. La nuova versione lo allunga per quasi raddoppiare la lunghezza, con alcuni passaggi improvvisativi estesi e una nuova qualità widescreen che rende scintillante l’interazione tra pianoforte, sassofono e vibrafono di Astatke.

Negli anni più recenti, Astatke è stato un grande sostenitore della rinascita degli strumenti tradizionali etiopi e Mulatu Plays amplia la profondità di campo. Zelesenga Dewel e Kulun– una canzone di nozze tradizionale scritta nella scala anchihoye etiope – sono notevolmente più ricche e dettagliate rispetto alle incarnazioni precedenti, migliorate dall’introduzione del violino e dal trillo del flauto. Questa enfasi non va a scapito del senso di swing della musica. Mentre Yekatit e Netsanet mettono in primo piano le inclinazioni funk di Astatke, con potenti bassi e batteria.

Da quello che mette in vetrina in questo disco, Mulutu Astatke non sembra avere alcuna intenzione di mettersi da parte. «Per 40, 50 anni ho lottato. Mi ci sono voluti 40 anni per raggiungere il riconoscimento mondiale. Non mi fermerò ora».

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