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MORRISSEY: «È un onore tornare in Italia»

– L’ex frontman degli Smiths archivia l’incidente per il quale otto anni fa aveva giurato che non avrebbe messo più piede nel nostro Paese. Rieccolo in tour dal Lago di Garda a Catania, dove è atteso giovedì 31 luglio
– Attenzione agli “arrusti e mangia”: Moz è un vegetariano militante e chiede sempre che non si serva carne la notte in cui si esibisce. È capace di sospendere il concerto se vede uno spettatore addentare un hot-dog
– In scaletta pesca tra passato e presente, alternando lirismo struggente a graffi punk. Ha fatto pace con il suo passato e adesso attinge anche al repertorio della band di Manchester che lo ha reso popolare nel mondo

«È un onore tornare in Italia». A Gardone di Riviera, prima tappa del tour nazionale, Morrissey ha subito archiviato l’incidente per il quale otto anni fa aveva giurato che non avrebbe messo più piede nel nostro Paese.

Era la notte del 5 luglio del 2017. Morrissey veniva fermato dalla polizia a Roma mentre, a bordo di un’auto condotta dal nipote, percorreva contromano via del Corso a tutta velocità. Entrambi erano sprovvisti di documenti. Lui la prende malissimo. Definisce gli italiani «psicopatici», cancella sette concerti e giura di non mettere più piede nel nostro Paese. 

Morrissey in concerto

Otto anni dopo, eccolo percorrere in lungo e largo il Belpaese dal Lago di Garda sino a Catania, dove è atteso giovedì 31 luglio alla Villa Bellini. E, per evitare nuovi “incidenti diplomatici”, è meglio sgomberare i giardini e le zone limitrofe da Caravan Street food carichi di salsicce, hamburger e polpette di cavallo. L’ex frontman degli Smiths è un vegetariano militante e chiede sempre che non si serva carne la notte in cui si esibisce. E, conoscendo la sua proverbiale irritabilità, è capace di sospendere l’esibizione se dovesse vedere uno spettatore addentare un hot-dog o se sul palco dovesse arrivare l’odore di un “arrusti e mangia”.

Quindi, fino a cinque minuti prima dello show, non bisogna mai dare nulla per scontato: nemmeno la sua presenza. I live di Stoccolma sono stati annullati all’ultimo momento, con l’artista che aveva addotto motivi di stanchezza dopo aver attraversato sei Paesi in una sola settimana. In un comunicato ufficiale, ha poi espresso il proprio rammarico per la mancanza di supporto da parte dell’industria musicale, definendo «terribile» il dolore di non aver potuto raggiungere città come Stoccolma, Reykjavik, Trondheim ed Helsinki. La situazione si è ulteriormente complicata con l’annuncio della cancellazione di altre cinque date europee – Belgrado, Bucarest, Istanbul, Atene e Sebenico – questa volta a causa di un infortunio subito da un membro della band.

D’altronde, con Morrissey non ci sono mai mezze misure: o lo si ama follemente o lo si odia visceralmente. Né lui fa nulla per rendersi simpatico, anzi, sembra che cerchi lo scontro sempre e comunque. Non per questo ovviamente si può sminuire la sua carriera e il suo personaggio sul palco: indomabile, poetico in modo struggente, narcisista, sfrontato e romantico fino all’eccesso, la sua breve avventura con gli Smiths resta una delle pagine più gloriose della storia della musica. Contraddittorio e imprevedibile come pochi.

Steven Patrick Morrissey, “Moz” per gli amici, 66 anni lo scorso maggio, è riuscito — in quasi trent’anni di carriera solista — a tenersi stretti i fan storici, a farsene di nuovi e a superare l’epopea della band inglese con disarmante sicurezza. Oggi continua a dividere come pochi altri, e lo fa con la naturalezza di chi non chiede di essere amato. Da solo ha voluto affermarsi come entità indipendente, prima di tornare ad attingere al repertorio degli Smiths. Ci è voluto il nuovo millennio per riascoltare qualche loro brano nei suoi imperdibili live. 

In scaletta pesca tra passato e presente, alternando lirismo struggente a graffi punk. Nella parentesi Smiths regala una versione quasi acustica di Please, Please, PleaseLet Me Get What I Want, dopo la provocatoria Shoplifters of the World Unite e l’intensa Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me. Della sua produzione propone You’re the One for MeFatty, Everyday Is Like Sunday, e la più recente Sure Enough, the Telephone Rings. In scena non si limita a eseguire: interpreta, interroga. Come se il tempo non avesse mai scalfito quell’adolescente eterno che canta alienazione, desiderio e crudeltà.

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