Interviste

MAX IONATA, un sax fra Mediterraneo e Mare del Nord

– Abbiamo parlato con il sassofonista abruzzese fresco reduce da un tour in Danimarca dove ha presentato il nuovo album “Tivoli”
– «Parallelismo storico» fra la città laziale e i giardini di Copenaghen e punto d’incontro fra l’anima latina e il jazz scandinavo
– I prossimi 27 e 28 marzo sarà ospite del Monk Club di Catania dove suonerà con Dino Rubino, Marco Bardoscia e Peppe Tringali

Max Ionata è uno di quei sassofonisti che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi riconoscere. Il suo tenore — e, quando serve, il soprano — non è mai stato strumento di sfida, ma di racconto. Nel jazz italiano, dove spesso il virtuosismo diventa una dichiarazione d’intenti, Ionata ha scelto da tempo una strada diversa: quella della misura, del suono che precede l’idea, del fraseggio che nasce da una memoria profonda del linguaggio afroamericano senza trasformarsi in esercizio calligrafico.

Tivoli è il titolo del suo nuovo disco. Un titolo che evoca immediatamente un luogo carico di storia e suggestione, sospeso tra città e natura, tra passato e presente. Tivoli, la città laziale che si dice sia più antica di Roma, ricca di templi, ville storiche e giardini spettacolari. Ma Tivoli è anche il nome di un parco giochi di Copenaghen, Danimarca, dove a fine gennaio il sassofonista di Atessa, paese del Chietino in Abruzzo, ha presentato con una serie di concerti il suo nuovo progetto realizzato con la complicità di tre musicisti nord-europei di primo piano: il pianista Martin Sjöstedt, il contrabbassista Jesper Bodilsen e il batterista Martin Maretti Andersen. 

Max Ionata (al centro) con la sua formazione: il pianista Martin Sjöstedt, il contrabbassista Jesper Bodilsen e il batterista Martin Maretti Andersen

«È un parallelismo storico ed è voluto, perché queste due realtà sono collegate molto più di quello che pensiamo», spiega Ionata. «I giardini di Copenaghen sono principalmente un parco giochi, dove ci sono montagne russe, giostre, e nello stesso tempo contiene anche giardini, giochi d’acqua, ispirati ai famosi Jardin de Tivoli di Parigi, il primo luna park al mondo, che prendono il nome dalla nostra Tivoli, che i francesi presero per modello». 

  • Più difficile vedere un parallelismo musicale fra la sua anima latina, mediterranea e il jazz scandinavo spesso associato ad atmosfere rarefatte e introspettive.

«L’intenzione era quella. Solo che io sarei dovuto andare dalla parte loro. Loro, però, anche per rispetto e per un gusto personale, volevano venire dalla parte mia. Diciamo che ci siamo incontrati a metà strada e la musica è stata contaminata da entrambe le parti». 

La prima cosa che colpisce di Tivoli è il suono di Ionata: pieno, caldo, rotondo, mai indulgente ma sempre ricco di sfumature. Il fraseggio del sassofono rivela un musicista che ha fatto della chiarezza di pensiero e della pulizia del fraseggio una cifra stilistica. Qui il solista non cerca “effetti” spettacolari, ma costruisce linee melodiche che sembrano dialogare con l’ascoltatore, senza filtri.

Accanto al sassofonista abruzzese, una band calibrata, attenta: ogni musicista contribuisce a creare un tessuto sonoro coeso e comunicativo, in cui l’interplay non è un accessorio ma la linfa stessa del disco. Ritmo e armonia si intrecciano con naturalezza, lasciando spazio tanto all’inventiva quanto al silenzio, ingrediente spesso sottovalutato ma essenziale nel linguaggio jazzistico. In Scandinavia Max Ionata sembra aver trovato una luce e un respiro nuovi, sensazioni che ha sentito l’urgenza di trasformare in musica. 

Da sinistra: Martin Maretti Andersen, Martin Sjöstedt, Max Ionata e Jesper Bodilsen 

«Con Bodilsen e Andersen suono da diversi anni, forse una decina, e abbiamo registrato anche un disco in trio qualche anno fa, s’intitola Like. Abbiamo lavorato più all’estero che in Italia, qui forse si è conosciuto poco», racconta. «La novità è stato il pianista Martin Sjöstedt che ha veramente portato una ventata di aria fresca nel nostro gruppo: lui è un direttore d’orchestra, compositore, arrangiatore, bassista, pianista e anche sassofonista. E suona ogni strumento benissimo. È una persona molto illuminata a livello artistico. Il suo apporto è stato fondamentale, ha cambiato il sound al gruppo. Abbiamo avuto la possibilità di confrontarci a livello di repertorio, scrivere musica insieme. È stata una collaborazione che ci ha arricchiti. Il contributo della band è inconfondibile, perché penso che questo disco suoni in maniera diversa dai miei album precedenti. È il fatto tangibile che c’è stato un cambiamento».

Le composizioni di Tivoli — tra brani originali e rivisitazioni — mostrano un equilibrio tra struttura e libertà. Non si tratta di un jazz “da conservatorio”, ma di un jazz pensato per essere vissuto: si ascolta con piacere dall’inizio alla fine, e restituisce nuove sfumature ad ogni riascolto. C’è senso della forma, ma anche apertura e curiosità; c’è disciplina, ma anche respiro.

Un altro elemento di rilievo è la capacità di Ionata di far dialogare le radici con l’oggi. Molti dei temi affrontati nel disco sembrano guardare alla grande tradizione afroamericana come a un patrimonio vivo, da reinterpretare con rispetto e personalità, non come a un museo da visitare. Questo approccio rende Tivoli un disco che suona contemporaneo pur restando profondamente autentico.

«Il pensiero principale per me è quello di portare avanti la ricerca melodica, come asse centrale del discorso musicale ed i brani che abbiamo scelto hanno un senso melodico molto spiccato», dice Ionata spiegando la presenza di brani come Canción para Sara di Sergio Ruben Aranda, Consolation  di Kenny Wheeler, Everything I Love di Cole Porter e When We Were One di Johnny Griffin. «Kenny Wheeler è il maestro della composizione di melodie, c’è questa ballad di Griffin che mi piaceva suonare tanto e questa è stata l’occasione ottima per farlo, non ultimo Cole Porter, un brano tradizionale arrangiato per l’organico. Questo richiamo mi consente di rimettere un timbro di matrice filoamericana, senza condizionare il disco e, infatti, il brano suona in modo naturale e non swingante nel senso più stretto».

Se si volesse cercare una chiave critica, si potrebbe dire che Tivoli è un disco di sottrazione. Ionata toglie ciò che non è necessario, lascia in primo piano l’essenziale: una melodia che regge, un ritmo che accompagna senza spingere, un assolo che nasce da ciò che è stato appena detto. È un atteggiamento che oggi appare quasi controcorrente, in un’epoca di iperproduzione e di affermazioni continue. Fors’anche per questo Max Ionata è più apprezzato all’estero.

«In generale le occasioni di suonare sono uguali dappertutto. Forse sì c’è qualcosina in più all’estero o in qualche Paese particolare. Io suono maggiormente all’estero, ma questo non perché ci siano più posti. Perché forse all’estero mi apprezzano di più». 

Sta di fatto che, dopo diversi anni, Max Ionata tornerà a suonare a Catania grazie all’apertura di un nuovo spazio dove, da alcuni anni, il jazz trova ospitalità ogni fine settimana: Il 27 e il 28 marzo il sassofonista abruzzese sarà protagonista sul palco del Monk Club in quartetto con Dino Rubino al pianoforte e flicorno, Marco Bardoscia al contrabbasso e Peppe Tringali alla batteria. «Con Dino Rubino ci conosciamo da tanto ed era da un po’ che cercavamo l’occasione per risuonare insieme, sarà sicuramente divertente», commenta Ionata. «Non vedo l’ora di suonare a Catania dove non vengo da diversi anni».

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