– Il cantautore da giovedì 4 a domenica 7 dicembre al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo con l’Orchestra Jazz Siciliana. In repertorio molti suoi classici, con qualche sorpresa
– «Ho voluto un bolero di Benny Moré, un cantante cubano dell’era di Batista, e poi ci sono Fred Buscaglione, Natalino Otto con “Mille lire al mese”, “Mack The Knife” di Kurt Weil»
– «Si vive meglio senza la pressione di stare nel mainstream. Oggi la mia attività musicale, che è soprattutto concertistica, è più intensa del passato». Poi in tour in coppia con Tony Canto
Lontano dalle pressioni del mercato discografico e dai clamori sanremesi, ai quali ci aveva abituato, Mario Venuti sembra divertirsi di più. «Si vive meglio senza la pressione di stare nel mainstream, che richiede un tipo di proposta, un tipo di lavoro», ammette. «L’ho fatto in passato, ed ero più sotto i riflettori. Ma non necessariamente l’attività di un musicista deve essere proprio quella. Oggi la mia attività musicale, che è soprattutto concertistica, è più intensa del passato. Alcune mie canzoni sono entrate nel cuore della gente: Fortuna,Mai come ieri, Veramente, suonano fresche e mi diverto a riarrangiarle».
Come farà nelle sette repliche “sold out” da giovedì 4 a domenica 7 dicembre al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo, quando, nell’ambito della stagione del Brass Group, Mario Venuti per la prima volta in assoluto suonerà accompagnato dall’Orchestra Jazz Siciliana. Un progetto del quale si parlava da tempo e che finalmente si concretizza e, con molte probabilità, avrà un seguito la prossima estate allo Steri, sempre a Palermo.

Raggiungiamo l’ex Denovo alla vigilia del debutto, poco dopo le prove con l’orchestra. «È andato tutto bene… Certo i miei pezzi sembrano più vicini agli standard», sorride. «Anche perché l’Orchestra si è costruita nel tempo un repertorio di classici. C’è il maestro Vito Giordano che lavora già da due mesi a fare gli arrangiamenti. È un bel progetto».
- Quindi, arrangiamenti orientati verso il jazz?
«No, vengono aggiunti i fiati. Io ho scelto le canzoni che si prestano di più, che si ricollegano a progetti tipo Tropitalia, come la versione che c’è in quell’album di Veramente, che è un po’ più cubana. Si spazia dal jazz a Cuba, un po’ di Brasile. Ho chiesto di inserire un bolero di Benny Moré, che era un cantante della Cuba di Batista prima della rivoluzione, del periodo delle grandi orchestre composte da fiati che suonavano salsa, soprattutto musica latina. È un bolero molto bello che avevo scoperto nel mio primo viaggio a Cuba. Poi ci sono Fred Buscaglione, Natalino Otto con Mille lire al mese, Mack The Knife di Kurt Weil dall’Opera da tre soldi di Brecht, dove mi avventuro a cantare le prime due strofe in tedesco, per richiamarmi al cabaret mitteleuropeo degli anni ‘20 e ‘30, e poi quando c’è la parte in inglese si swinga nella versione di Frank Sinatra. Ecco, mi confronto con questa letteratura».
- Tornando al Mario Venuti mainstream, qual è il tuo pensiero sui “big” di Sanremo 2026?
«Sono i nomi nell’hype. Anche se per la maggior parte sconosciuti dalle persone, però sicuramente si saranno costruiti un percorso sul web, nelle piattaforme. Devo confessare che non mi sento più in carriera da quel punto di vista. La mia attività musicale è soprattutto concertistica, proponendomi in vesti diverse: faccio concerti come questo, oppure quelli con il Coro lirico, quest’estate abbiamo fatto un tributo a Battiato, quindi canto Prospettiva Nevski, La cura, L’animale. Poi i concerti da solo, in duo. Adesso parte un tour con Tony Canto: due chitarre, due voci, gireremo nei teatri fino alla prossima estate. C’è sempre la formazione jazz che è in piedi e, all’occasione, la tiriamo fuori, c’è il gruppo pop-rock sulla scia del disco precedente. L’estate scorsa abbiamo registrato un concerto e tra un po’ cominceremo a rilasciare dei contenuti video, dei reel. Mi dedico all’attivtà “live”, nuove canzoni, con calma. Ho fatto una puntatina a Milano, ci siamo visti con Pippo (Rinaldi, meglio noto come Kaballà, ndr), Bianconi (Francesco dei Baustelle, ndr), Tony Canto. Qualche idea viene fuori sempre. Quando sarò pronto e convinto farò uscire qualcosa di nuovo».
- Continui ad accarezzare il tuo “sogno lirico” alla Rufus Wainwright?
«Tempo fa Ninni Bruschetta, quando per un brevissimo periodo diventò direttore artistico del Teatro Vittorio Emanuele, mi commissionò un’opera teatrale-musicale e io avevo già cominciato a lavorarci. Ma è durato poco, l’hanno defenestrato subito. Purtroppo, gli Enti lirici sono piuttosto conservatori, anche il pubblico vuole sempre la Traviata, il Rigoletto. Per carità. Però, non mi pare che ci sia un tentativo di svecchiare. Io vedo in altri Paesi, in Olanda, negli Stati Uniti, in Canada, queste commistioni con musicisti contemporanei come David Byrne, Rufus Wainwright, o Caetano Veloso in Brasile. In Italia è un po’ compartimento stagno. C’è questa tradizione imponente del melodramma, questo bagaglio che può essere un fardello, quando abbiamo Verdi, Bellini, Puccini, poi alla fine gli Enti lirici vanno su quelle così lì e sono sempre quelle dieci/quindici opere a giro che si fanno».
