Interviste

MARIO MONTEROSSO danza con i suoi fantasmi

– “One Way No Return”, in uscita il 27 febbraio, è il sorprendente album solista del rocker catanese con base a Nashville che si scopre cantautore. Via la chitarra elettrica, imbraccia quella acustica per un lavoro che si muove fra Dylan, Springsteen e Cash, descrivendo il mondo odierno
– Anticipato dal singolo “Ain’t No Reaction”, il disco raccoglie dieci stupende ballate che toccano i temi della perdita d’identità, dell’emigrazione, delle nostre paure, dell’incomunicabilità. Affronta gli spettri del passato, racconta storie americane con un’anima profondamente italiana
– «Ci stiamo disabituando a vivere qualsiasi relazione umana di natura reale e soprattutto ci stiamo disabituando ad avere a che fare con il nostro io, per cui a un certo punto ci si sente soli e si ha paura di quella solitudine che invece potrebbe essere il momento di reset del nostro essere»
 «È un disco imperfetto, ci sono imprecisioni e qualche ronzio qui e là. Mi sono espresso nei modi che mi sono sembrati più opportuni a descrivere quello di cui volevo parlare. Ecco, se l’intelligenza artificiale rende tutto perfetto, io ho voluto fare esattamente l’opposto e ne sono contento»

“Ai miei pensieri, a com’ero ieri e anche per me”. Con questo verso di Ivano Fossati – «è la definizione che più aderisce a queste mie registrazioni» – Mario Monterosso introduce il suo nuovo album One Way No Return, in uscita il prossimo 27 febbraio per l’etichetta Org Music. La frase di un cantautore italiano per introdurre un album profondamente americano, nelle musiche, nelle storie, nei racconti, eppure profondamente siciliano nei sentimenti, nell’anima, nelle sensazioni, nella melodia.

One Way No Return è uno di quei dischi che non si ascoltavano da decenni e dei quali si sentiva la mancanza. Sin dal primo brano, quello che dà il titolo all’album, si entra in un mondo popolato di miti e leggende, ma attuale. La prima sorpresa è trovare il rocker catanese di Memphis senza la sua chitarra elettrica. Fors’anche perché da un po’ di tempo ha abbandonato la città del blues e di Elvis per trasferirsi nella vicina Nashville, la capitale del country & western, ritroviamo il nostro eroe all’acustica e all’armonica, novello hobo alla Woody Guthrie, un cantastorie che descrive il mondo di oggi.

Si scopre così che Mario Monterosso non è soltanto e semplicemente un rocker, ma è uno straordinario autore di canzoni. Canzoni vere, solide, profonde, costruite con la cura artigianale di chi conosce il peso di ogni parola e il valore di ogni accordo. Non cerca scorciatoie né effetti speciali: si affida alla forza delle storie, alla voce di chi ha vissuto, alla capacità rara di trasformare la quotidianità in racconto universale.

Mario Monterosso (foto di Norm Moody)

La grandezza di One Way No Return è nella capacità dell’emigrato italiano di raccontare l’America senza mitizzarla. Nelle sue canzoni ci sono demoni e fantasmi, redenzioni e sconfitte, incubi e sogni. Non eroi, ma persone. Non slogan, ma sentimenti. È musica che non alza la voce, ma resta addosso. Che non cerca il ritornello facile, ma la frase giusta.

Si percepisce che One Way No Return è un album nato dall’urgenza di raccontare, condividere, aprirsi. Tutto l’opposto di quanto accade nella società odierna. «Ci stiamo disabituando a vivere qualsiasi relazione umana di natura reale e soprattutto ci stiamo disabituando ad avere a che fare con il nostro io, per cui a un certo punto ci si sente soli e si ha paura di quella solitudine che invece potrebbe essere il momento di reset del nostro essere», commenta Mario Monterosso. «È facile essere manipolati e si è consapevoli di dover pagare un prezzo per essere semplicemente noi stessi. Saper danzare con la nostra anima, con le catene che ci costringono alle zone più oscure di noi. Per certi aspetti, non avere paura di avere paura». You’re Not Alone, “non siamo soli” canta in una ballata spettrale che ricorda il suo amico Tav Falco (del quale Mario è produttore), per poi sciogliersi in una dolce e ballabile melodia, quasi un valzer. Un diamante incastonato in una collana di gemme preziose.

È un album di ballate One Way No Return. Lunghe ballate che ricordano il miglior Bob Dylan. Il brano che dà il titolo al lavoro è di una attualità che farebbe invidia all’autore di Like a Rolling Stone

Mi chiedo cosa stiamo facendo
e dove stiamo andando
immagino che sono andato direttamente alla fine
una via senza ritorno
ovunque volgo la testa
vedo ombre intorno a me
nessun cuore, né sentimenti, né anime
solo qualche mente vuota


Google è sicuramente diventato
la nuova bibbia invincibile

Ikea ci ha dato una casa felice
ma la nostra identità è perduta
Amazon ha il prime crime
Netflix è il mix perfetto per farci piangere
e chi ha la canzone migliore, Apple o Spotify?
La musica è scomparsa

One Way No Return“, mario monterosso

«È stata la prima canzone che ho scritto… Tutto sembra andare ormai in unica direzione, dritti verso un futuro a senso unico, dove l’identità dell’individuo vale sempre meno come valore specifico a dispetto del nostro avatar, della nostra finta immagine e di quanto siamo abili a saperla vendere», riflette. «Ikea, ad esempio, ci regala le soluzioni di un arredo perfetto, ma le identità dei popoli si appiattiscono: trovi sempre gli stessi mobili in Finlandia come in Italia, in Spagna come in America. La cultura è stata ridotta ai minimi termini dalle piattaforme digitali, dai social media, dall’IA o AI che dir si voglia. Il concetto è essere migliori degli altri sempre e comunque, e bisogna dimostrarlo con trenta secondi di contenuto. Siamo tutti, nessuno escluso, vittime di questa inarrestabile realtà virtuale».

Mario non ci sta. Le sue dieci ballate, tranne In My Room, non scendono mai sotto i quattro minuti. Con punte quasi di sei per la straordinaria The ballad of Melvin McCoy. Introdotta da un’armonica, ci riporta nel mondo in bianco e nero di Nebraska di Bruce Springsteen con la commovente storia di Melvin McCoy.

«Quando qualche anno fa presentai Simple Song of Freedom a Memphis, conobbi un signore che mi manifestò il suo entusiasmo per l’iniziativa e mi invitò a rivederci qualche giorno dopo», ricorda Monterosso. «Ci incontrammo in un parco per un caffè e mi raccontò con grande gioia delle sue iniziative. Anni prima aveva realizzato una sorta di zaino a spalla multiuso e trasportabile con le ruote, al fine di percorrere lunghi tratti a piedi ed avere tutto ciò che ti serve per affrontare il viaggio. Aveva chiamato la sua invenzione “M.U.L.E.”. Questo signore ha percorso più di 500 miglia a piedi per raccogliere fondi per i veterani di guerra in stato di bisogno. Stava preparando un altro viaggio da Chicago al Michigan per raccogliere aiuti per i bambini dell’Ucraina. Non ha fatto in tempo perché è morto due mesi dopo il nostro incontro. Questo signore si chiamava Melvin McCoy».

Melvin McCoy con lo zaino a rotelle di sua invenzione chiamato M.U.L.E. che sta per Multipurposes, Uniaxial, Littering. Engineering

Springsteen, quello acustico e tormentato, fa capolino anche nel rock’n’roll acustico di Please Mrs Officerbrano che s’inserisce nel dibattito sull’immigrazione d’attualità negli Stati Uniti come in Europa. Nel brano l’emigrante, al quale viene negato il visto, dice all’agente: “Per favore non dimenticare da dove vieni / perché tuo nonno ha oltrepassato quel confine / come l’uomo che ora stai rimandando a casa”.

«I protocolli vanno applicati, ma la componente umana non può essere completamente azzerata anche nell’applicazione delle leggi più severe, altrimenti ogni forma di giudizio rischia di divenire caricatura di sé», protesta Monterosso. «Anni fa mi fu rifiutata una richiesta di visto e le motivazioni sfioravano quasi il ridicolo. La cosa più divertente della vicenda (poi risoltasi) è che la firmataria recava un cognome di chiara origine slava». D’altronde, era un italoamericano, Greg Bovino, il comandante dell’ICE durante le violente retate a Minneapolis.

È una cavalcata country Ain’t No Reaction, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album. Rincorre gli Eagles in The Girl of Hill, mentre in October 28 Mario Monterosso si avvicina a Johnny Cash. Come l’“uomo in nero”, è più teatrale, quasi declamatorio, mentre in lontananza riecheggiano lampi di chitarra elettriche. È una delle tracce più intime del disco, quelle che «quando apri le porte al tuo presente, il passato bussa alla tua porta», sottolinea. «E quando si aprono quelle porte, i fantasmi del passato danzano. Al tempo stesso, però, trovi pezzi del tuo puzzle che erano andati perduti. Il 28 ottobre 1982 avevo appena 10 anni e mi son trovato a confrontarmi con un avvenimento più grande, quello della morte: la perdita di un padre. Che ne sai a quell’età? E, soprattutto, come si fa a comunicare a un bambino che suo padre non c’è più? Cerca di farlo la mamma in una maniera semplice e figurata, una modalità che le ho rimproverato per anni, perché mi fece sentire deresponsabilizzato da quell’evento… Il tempo cura le ferite e riempie i vuoti, e magari si impara a leggere in maniera diversa il dolore silente di una madre e la difficoltà di affrontare una grande tragedia. Allora si perdona e ci si perdona».

Quelle di One Way No Return sono canzoni nate suonando la chitarra Martin acustica ereditata da Alex Chilton, davanti a un microfono RCA, nella solitudine della propria stanzetta, “dove i miei sogni non hanno vergogna / attraverso i muri dei miei segreti / dove le mie emozioni non fanno trucchi”, canta In My Room, una ballata pop intima, quasi una ninna nanna. «Mia moglie Kristin mi vedeva così assorto e mi chiedeva preoccupata: “Mario, stai bene?”», ricorda ridendo.

Ma, contrariamente al bedroom pop, nella musica di Monterosso la realtà è sempre protagonista. Come quella Memphis dove ha vissuto per nove anni, assistendo al suo lento ma inesorabile declino. E oggi le chiede di fermarsi. «Mario Venuti canta in una sua canzone “conosco ormai abbastanza gli umori di questa città”. Memphis ha creato la mia identità americana, è il luogo che per una decade mi ha accolto come uno dei suoi figli e che mi ha insegnato a conoscere l’America e gli americani. Purtroppo, questa città paga ancora il grande prezzo dell’assassinio di Martin Luther King e sebbene l’altro suo “King”, quello del rock’n’roll, abbia tentato di dare una nuova immagine della città, sotto il sole della Sun Records, ancora oggi, a quasi sessant’anni dall’uccisione di M.L.K. e a quasi cinquanta dalla morte di Elvis Presley, Memphis conquista la ribalta più per il crimine che per le sue antiche glorie. Le gang si inseguono e si sfidano di notte per le strade della città e, come in un videogame, si susseguono cartelli illuminati volti a ricordare le regole del gioco. Solo che a volte non basta ad evitare il peggio. Fra questi mi ha colpito uno in particolare: Slow Down Memphis». “Rallenta Memphis / rallenta ragazzo / non ucciderti stasera”, canta su uno scheletrico rock-blues.

Si chiude con l’esplosione di suoni di I Feel Like This, con una chitarra che ricorda The Edge degli U2. «Talvolta ci si sente immobili come star seduti sul molo della vita ad osservare il tempo scorrere via, giusto per citare Otis Redding», ragiona Monterosso. «Allora sì che l’anima va dritta giù in picchiata e forse non è poi tanto inutile lasciarla schiantare. Io l’ho fatto più volte e ne sono uscito guarito… incluso dalla mia crisi di mezza età». 

Si esce dal tunnel dopo un viaggio fra passato e presente, fantasmi e paure. Ma, come “Mister Tambourine Man”, Mario Monterosso non dà risposte. Le affida anche lui al vento. «È un disco imperfetto», si schermisce. «Ci sono tante imprecisioni, si sente pure qualche ronzio qui e là. Per non parlare delle imprecisioni linguistiche. Mi sono espresso nei modi che mi sono sembrati più opportuni a descrivere quello di cui volevo parlare. Ecco, se l’intelligenza artificiale rende tutto perfetto, io ho voluto fare esattamente l’opposto e ne sono contento. So di essere io con i miei pregi e i miei difetti».

1 Comment

  • Giusy Febbraio 13, 2026

    Profondo Mario, bravo

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