– Il “nero a metà” di Catania presenta “Prova d’autore”, il suo primo album in lingua madre. «Avevo presentato un brano per Sanremo 2026, ma non è stato preso». Compensato con il duetto con Saif
– Nel disco riferimenti alla famiglia numerosissima, ben 10 figli che spaziano in un range di età compreso tra i 2 e i 30 anni. Un esempio è brano “Il Figlio”, «che rappresenta anche un momento di scoramento»
– Una carriera cominciata quando il padre lo gettò nell’arena facendolo cantare in piazza a Giarre. «E io lo presi sul serio, prima con il piano bar e poi facendo il supporter a 17 anni al Tout Va di Taormina»
Si chiama Biondi perché in famiglia «erano tutti biondi, siculo-normanni, alti due metri». Ma non gli dispiace se lo chiamano signor Ranno, il suo vero cognome. Mario Ranno è nato a Catania il 28 gennaio 1971. Cinquantacinque anni fa. Che se fosse un viaggio, significherebbe parecchi chilometri. Tanti, tantissimi, ne ha fatti Mario Biondi. Sia metaforicamente: dai cori gregoriani nelle chiese siciliane («quando avevo 12 anni») alle collaborazioni con i più grandi artisti internazionali. Sia fisicamente: durante la gavetta, in giro per l’Italia a bordo della sua indistruttibile Volvo V70.
Quest’anno festeggia vent’anni di carriera, se si prende come punto di riferimento il suo primo album Handful of Soul. Ma il suo debutti risale a molti anni prima, quando suo padre, Stefano Ranno, autore di Tu malatia, canzone popolarissima a Catania, lo gettò nell’arena facendolo cantare in piazza a Giarre. «E io lo presi sul serio, ma cominciando a fare il piano bar e il supporter a 17 anni al Tout Va di Taormina che è stato la mia vera scuola».

Nello storico locale notturno di Taormina, una sera del 1988, al giovane Mario Biondi capitò di fare da «apripista a Ray Charles». «Non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie, io a pochi metri da un’icona», ricorda. «Una cosa meravigliosa. E il mio pensiero andava a mia nonna, Tina Adolfi, che aveva cantato all’Eiar, alla mia famiglia con la canzone nel sangue. Ho imparato prendendo esempio dalla classe di Fred Bongusto, dalla professionalità di Peppino di Capri, e dal fascino di quel poeta matto che era Franco Califano. E tutto questo mi ha insegnato a prendere confidenza con il pubblico. Da lì nasce il cantante confidenziale o il crooner detto all’americana, anche se poi quando il successo è finalmente arrivato mi hanno ribattezzato il Barry White italiano. Io che non possedevo neanche un disco del magnifico Barry».
Perché il suo nome diventasse davvero famoso ha dovuto aspettare il 2004: quell’anno This Is What You Are, singolo pensato per il mercato giapponese, arriva sul tavolo del dj inglese Norman Jay, che lo manda in onda su BBC One. Da lì la voce soul del nero a metà di Catania conquista tutto il mondo.
Alla boa dei 20 anni di carriera è tempo di bilanci. «Ho fatto sbagli sì, chi non li fa, ma non ho rimpianti. E ho ancora tempo per rifare le cose che non sono andate bene. L’unica cosa di cui sono certo è di essere sempre me stesso: non c’è un Mario sul palco e uno fuori». Per festeggiare il traguardo Mario Biondi pubblica il primo album tutto in italiano: «Essendo una prova per me molto importante, ho voluto ponderarla per bene, dedicare tempo ai dettagli, senza fretta, lavorando anche per mesi su un brano», dice il crooner presentando Prova d’autore, disco di ben venti brani, in uscita venerdì (in digitale e cd, mentre il vinile arriva il primo maggio).

E come banco di prova avrebbe voluto utilizzare il palco dell’Ariston, presentando un brano – Cielo stellato, inserito nel nuovo album – allo scorso Festival di Sanremo: «Ma non è stato preso», rivela. «Carlo Conti però è stato molto carino, quando ci siamo incontrati per l’ospitata che ho fatto con Sayf insieme ad Alex Britti mi ha detto “Hai visto che comunque in qualche modo sei qui”, una mossa gentilissima e molto paracula».
«Sicuramente ci sono rimasto male, se ho investito per provare ad avere un risultato, mi sono dispiaciuto nel non averlo ottenuto», ammette. «Ma sono contento del “gioco” che abbiamo orchestrato per il battesimo di Saif, con la benedizione dei Blues Brothers», dice riferendosi alla cover di Hit the Road Jack cantata nella serata dei duetti in versione Belushi-Aykroyd.
Ritornando al nuovo album, dal punto di vista sonoro, il lavoro mantiene l’impianto soul-jazz che ha definito la sua identità, adattandolo però alla lingua italiana, senza forzature. «La naturalezza è una delle cose che cerco sempre. Se dovessi fingere un suono per dare una sonorità più americana, non mi sentirei a mio agio», evidenzia Biondi. «Ho preferito spogliarmi un po’, a favore del messaggio del testo lirico».
La scrittura segue lo stesso principio: «Non sono capace di mettere in pratica troppe tattiche o schemi di gioco, soprattutto quando scrivo. Mi piace ragionare di pancia. Negli anni ho acquisito know-how, ma non mi attengo a regole prefissate, vado molto a sensazione». Una libertà che si traduce anche nella struttura dei brani: «Ci sono canzoni che durano un minuto e cinquanta e altre che arrivano a sette minuti», fa notare. «Perché è quello che reggeva la canzone: non mi sono mai fermato a ragionare sul fare un ritornello in più o un bridge in meno».

Accanto alla dimensione artistica, il disco si sviluppa su un piano personale, con un forte riferimento alla famiglia numerosissima del crooner, ben 10 figli che spaziano in un range di età compreso tra i 2 e i 30 anni. «La parte affettiva è molto legata alla mia famiglia, sia nelle esperienze positive sia in quelle negative», confessa Biondi. Un esempio è brano Il Figlio, «che rappresenta anche un momento di scoramento».
Uno sguardo che si allarga anche a quello che accade oggi nel mondo: «Indubbiamente il periodo è difficile», sottolinea. «Le guerre le sentiamo non più sul collo ma sulla schiena. Oggi non credo ci voglia incoscienza per fare figli ma tanta coscienza».
Nel disco il momento più pungente è rappresentato da Tira sassi, in cui Biondi reagisce ai giudizi altrui: «Sto maturando, mi arrabbio sempre meno e cerco di essere costruttivo. Se mi tiri i sassi, ci costruisco una casa», spiega. «Non volevo necessariamente essere troppo polemico, ma schietto e diretto».
Parallelamente all’uscita del disco, proseguono le celebrazioni per i vent’anni di carriera, iniziate nel 2024 e accompagnate da nuove pubblicazioni e collaborazioni internazionali. Da maggio partirà un tour nei teatri italiani (21 maggio al Teatro Metropolitan di Catania), seguito da nuove date in autunno (24 novembre al Teatro Golden di Palermo) e da una serie di concerti all’estero, al via il 23 maggio da Budapest. «Nella setlist ci saranno anche le canzoni “antiche”, come This Is What You Are», annuncia. «La parte live per me è fondamentale, una delle principali: la mia vita è sempre stata la musica dal vivo. Ho un’attenzione e un’affezione particolari per i teatri. Da bambino ho lavorato al Teatro Massimo Bellini di Catania e quella sensazione di teatro classico, di opera, mi ha sempre pervaso l’anima».
