– Fra memoria e futuro, la cantautrice messinese trionfa al prestigioso contest di world music a Cagliari. A lei anche la menzione per la migliore interpretazione
– «L’ho vissuto come un rito di iniziazione, è una conferma per il mio progetto e un rilancio per l’album “Truvatura” pubblicato lo scorso settembre»
– «La vittoria è quasi un miracolo per il percorso accidentato con il quale sono arrivata alla competizione. È stata una esperienza dal grande valore umano»
“Truvatura”, il tesoro leggendario nascosto in una grotta, una delle quali si troverebbe nello Stretto di Messina, Luisa Briguglio l’ha trovato anche a Cagliari. È stata l’artista messinese con base a Marsiglia a vincere la XVIII edizione del “Premio Andrea Parodi”, il prestigioso contest di world music che si è svolto dal 9 all’11 ottobre a Cagliari al Teatro Massimo. A lei anche la menzione per la migliore interpretazione.
Un grande traguardo per una cantautrice che, per sua stessa ammissione, ha cominciato a fare i primi passi nel mondo della musica «tardissimo». E per caso. «Come ascoltatrice, la passione per la musica è nata da piccola, con i dischi di mio padre: ascoltavo i cantautori, Fabrizio De André, De Gregori. Da adolescente nella Messina anni 2000 ho scoperto il rock, i Led Zeppelin, la new wave, il post punk, un po’ di indie. La musica popolare per me si limitava a Rosa Balistreri e poi niente… Ciuri Ciuri, Vitti ‘na crozza», racconta. «Fino a 27 anni non avevo mai cantato e neanche mai pensato di farlo in maniera professionale. È stato per puro caso: a una festa mi hanno chiesto di sostituire la cantante del gruppo PopulAlma. Avevo molte perplessità: sì sono siciliana, conosco Rosa Balistreri, ma tutto qui, non sapevo quasi nemmeno cosa fosse una pizzica. Invece, poi è diventato il mio mestiere».
Il contest, tutti i premiati

Oggi Luisa Briguglio è una apprezzata musicista, lo scorso 6 settembre ha pubblicato il suo primo lavoro per Liburia records, Truvatura, e, dopo aver conquistato il Premio Ethnos, fa il bis con l’ambito riconoscimento dedicato a Andrea Parodi, compianto leader dei Tazenda, scomparso nel 2006. La cantautrice siciliana ha vinto un’edizione che ha visto una massiccia presenza femminile ed anche internazionale. Il premio della critica è andato all’irlandese Noemi Berrill, insieme alla menzione per il miglior arrangiamento e al Premio Bianca d’Aponte International. La menzione per il miglior testo va a Nicole Coceancig (dal Friuli), quella per la migliore musica a Eva Verde & Danilo Tarso (Catalogna / Puglia). Il premio per la migliore reinterpretazione di un brano di Andrea Parodi (deciso dalla Fondazione a lui intitolata) è stato assegnato invece a Neval (Catalogna / Turchia), mentre la menzione della giuria internazionale è andata a Evoéh (Spagna, Marocco, Honduras) e a Barbora Xu (Repubblica Ceca / Finlandia). I concorrenti in gara hanno a loro volta assegnato una menzione, che è andata a a Evoéh e Noemi Berrill. Quella invece dei ragazzi in sala se l’è meritata Lia Sampai (Catalogna).
«Se il Premio Ethnos è stato un punto di partenza, perché mi ha fatto capire che avrei potuto portare avanti il mio progetto, questo riconoscimento è un passaggio imperdibile, perché rilancia e dà sostegno all’album Truvatura», commenta Luisa a poche ore dal trionfo mentre viaggia sul treno in direzione Olbia per prendere l’aereo per la Francia. «L’ho vissuto come un rito di iniziazione, perché è stato un percorso accidentato, pieno di emozioni diverse nella sua preparazione. Sono stata costretta a rimpiazzare in extremis un mio chitarrista con uno di Cagliari, Fabrizio Lai, bravissimo. Abbiamo fatto un miracolo. Sono felicissima, sento di aver appreso tante cose, non solo sulla carriera artistica, ma anche sulla vita. Do quindi un grande valore umano a questo momento e sono molto grata all’organizzazione di questo premio, che è davvero speciale, come doveva esserlo Andrea Parodi, che purtroppo non ho conosciuto, perché ha saputo far germogliare attorno a lui tutta questa bellezza».
Sul palco del Teatro Massimo di Cagliari, con la kefiah palestinese annodata all’asta del microfono («lo faccio in tutti i concerti», tiene a sottolineare), Luisa ha interpretato Inghirios, la danza che Andrea Parodi aveva affidato alla voce di Elena Ledda, ed ha presentato U ‘nnamurata e a morti e Figghia mia figghia, entrambe contenute nell’album Truvatura: due canzoni che, insieme al singolo Il cacciatore, descrivono la personalità artistica della ragazza messinese, che riflette il suo percorso. Una vena cantautorale attraversa l’album con U ‘nnamurata e a morti, chitarra e voce, o la sognante Stidda; minimalismo e tradizioni popolari si mescolano in Figghia mia figghia, mentre echi di atmosfere balcaniche arrivano dal singolo. È una zamba argentina Petra e caminu, rilettura in dialetto del brano di Atahualpa Yupanqui, mentre è tetra, spettrale notturna, quasi avanguardia la stupenda Notti. E s’intrecciano anche lingue e dialetti: il siciliano, che è prevalente, si alterna con l’italiano in Il cacciatore, mentre il francese fa capolino in Quand Je Serai Prête.
L’album “Truvatura”, memoria e futuro

Nell’album di Luisa Briguglio convivono memoria e futuro, è musica antica per futuri possibili. Quando sembra che l’unica certezza che abbiamo sul futuro non sia altro che un tempo verbale, ci dedichiamo a coniugare il passato, paradossalmente, per costruire il futuro. E questa coniugazione (o evocazione, che è la stessa cosa) può essere fatta a partire dalla distanza emotiva, dalla decostruzione artistica o dalla semplice ricreazione. I metodi, diversi, seguono una sola regola: non c’è posto per la memoria se non nel futuro. Truvaturariformula un’epoca musicale che cerca la sua permanenza attraverso vie di espressione più aperte di quelle che l’hanno definita.
«Delle canzoni ho scritto quasi tutti i testi, alcuni sono traduzioni, e le musiche, tranne Petra e caminu che è una cover. Ero influenzata dal mondo della musica popolare del sud d’Italia che avevo frequentato con il gruppo, però mi sentivo scomoda in quella casella. E mi sono chiesta: “Cos’è che sto scrivendo? È cantautorale, è musica popolare, è un’altra cosa, cos’è?” E quando ho cominciato a lavorare con Ernesto Nobili (arrangiatore e produttore artistico del disco, ndr) ho capito che non volevo fare un disco di musica tradizionale, desideravo un disco che avesse sì una matrice folk, ma che accogliesse le influenze della musica della mia vita e, soprattutto, che dialogasse con il presente. Perché i testi che scrivo, i temi che tratto non risalgono a cinquant’anni fa, ma sono di oggi. E poi c’è l’influenza del mondo della canzone sudamericana. Nel 2018 ho viaggiato nella parte Pacifica del Sudamerica e mi sono innamorata di questo repertorio vastissimo. E ho cominciato a frequentarlo, faccio parte di un duo di musica latina e in estate giro la Francia con un gruppo di sette elementi che si chiama El Collettivo e facciamo folk sudamericano».

Alle influenze, bisogna aggiungere anche quella della professoressa Luisa Briguglio, docente di Lettere moderne. Nei testi si possono rintracciare molte reminiscenze letterarie, dalla Grecia antica al mondo latino fino alla letteratura spagnola del XV secolo. «In Stidda metto insieme un frammento di Saffo e il carme 51 di Catullo. È una canzone che parla di gelosia nei confronti di qualcuno che sta con un altro. Orazio è citato nel brano Il cacciatore, che è una risposta all’ode 23 del poeta latino. “Mi eviti come una cerbiatta, Cloe, che per monti impervi cerca la madre Impaurita … Ma io non t’inseguo per sbranarti come un leone o una tigre selvaggia. Dimentica tua madre: è l’età dell’amore”. Io immagino la risposta di Cloe. Mentre il brano in finale per il “Premio Parodi”, U ‘nnamurata e a morti, è ispirato al romanzo El enamorado y la muerte (dal quale anche Victor Jara ha tratto una canzone, ndr) che ho tradotto in modo quasi letterale in siciliano con l’aiuto di mio padre».
Filo conduttore è lo Stretto di Messina, che appare nella foto invernale della copertina di Truvatura. «Questo album è vario, come hai detto tu, le canzoni sono state scritte in tempi diversi. Quando ho cominciato a scrivere non avevo una idea di disco, di unità. L’idea di far confluire tutto quanto nello Stretto di Messina per me è venuta dopo e si è chiarita nel tempo», spiega Luisa Brigulio. «Dapprima con il titolo dell’album, quando l’ho individuato in Truvatura, che è il nome di questi tesori che si trovano nelle grotte e una è nelle parti di Messina. Poi perché lo Stretto è il luogo da cui parto e a cui ritorno. Con la mia città ho avuto sempre un rapporto conflittuale. Io penso che quel posto sia sede di magie e di energie potenti e quindi mi piaceva l’idea di rendere omaggio a questo pezzettino di terra che è un luogo di grandi solitudini, di grandi contraddizioni. Io sono una “no-pontista” da generazioni, per me quel luogo è un posto da preservare. Lo Stretto è un posto che non si può vendere, è un luogo sacro. Dobbiamo essere noi a decidere cosa è meglio per la città e non Salvini».
