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LOU REED: il mio Tai Chi

–  Esce postumo il libro al quale il rocker newyorkese si è dedicato negli ultimi anni della sua vita. Una raccolta completa degli scritti sull’arte dell’allineamento, ma anche un ritratto inaspettato dell’uomo e dell’artista e del suo rapporto con la musica, la meditazione e la vita

La prima volta che incontrai Lou Reed in Italia, mi aspettavo un musicista scontroso, dedito all’alcol, in lotta con i suoi demoni. Invece, mi ritrovai davanti un uomo di cultura, sereno e tranquillo, che beveva acqua e cenava con una minestrina prima di andare a letto. Seppi dopo che quando era in tour si sincerava che gli alberghi in cui soggiornava avessero un terrazzo o una sala conferenza tale da potersi esercitare con il tai chi, ovvero l’arte dell’allineamento, una disciplina che può cambiare la vita. È stato così per lui che, iniziando a praticarla alla fine degli anni Settanta, ha trovato la giusta motivazione per disfarsi della sua dipendenza dalle droghe.

E dal 2009 al 2013, anno della sua morte, Lou Reed – figura cardine della cultura rock, mente inquieta e spirito in continua ricerca – ha lavorato a Il mio Tai Chi. L’arte dell’allineamento, un libro che è una raccolta completa degli scritti dell’ex Velvet Underground sul Tai Chi, sulla tecnica, la pratica e lo scopo delle arti marziali, ma anche un ritratto inaspettato dell’uomo e dell’artista e del suo rapporto con la musica, la meditazione e la vita. Un libro che rivela quel Lou Reed che incontrai sul finire degli anni Novanta a Bari. 

Il libro esce a dodici anni di distanza dalla sua scomparsa grazie al lavoro meticoloso di Laurie Anderson. Compagna di vita e d’anima per oltre vent’anni, Laurie ha coinvolto musicisti amici di Lou, come Iggy Pop, Tony Visconti, e suoi maestri e compagni di arti marziali – Ren GuangYi, Bill O’ Connor – per dare forma a questo libro che è un manuale, ma anche una testimonianza da parte degli ospiti coinvolti sulla vita del cantautore newyorkese. Ne viene fuori un ritratto diverso. Un Lou desideroso di condividere la sua passione per il Tai Chi, che, per Reed, non è un esercizio, ma un allineamento: tra mente e corpo, tra respiro e intenzione, tra la violenza del mondo e la calma interiore. 

Nel libro Lou Reed fa i conti con il tempo che trascorre e l’età che avanza. Non rifiuta l’invecchiamento e non finge d’essere altro, ovvero quel passato da cui sa di provenire, ma anche da cui in parte si sente ormai estraneo, e al tempo stesso non ne accetta la limitatezza, non si rassegna ad un fine corsa, ma anzi ricerca in questo nuovo stato una grazia nuova: «Voglio il potere e la grazia che non ho mai avuto la possibilità di apprendere. Il Tai Chi ti permette di entrare in contatto con la forza invisibile dell’universo. Le migliori energie diventano disponibili e presto il tuo corpo e la tua mente diventano quella forza invisibile».

Reed ci conduce nella sua routine quotidiana, nei suoi esercizi, nei momenti di difficoltà e negli attimi di illuminazione. Il tono è insieme umile e profondo: la voce di chi, dopo una vita vissuta sull’orlo dell’abisso (spesso persino dentro l’abisso), ha trovato finalmente una forma di pace non dissimile dall’arte: una pratica che, come la musica, richiede ascolto, presenza e dedizione.

Se cercate una biografia esaustiva di Lou Reed, questo non è il libro adatto – c’è il monumentale Re di New York di Will Hermes – , ma se volete leggere un libricino corredato da fotografie in bianco e nero, frammenti di testi poetici e riflessioni aforistiche, che lo rendono un oggetto di bellezza oltre che di meditazione, questo è il libro giusto. Non mancano citazioni dai classici del pensiero orientale, ma anche riferimenti alla cultura pop e alla musica, in un dialogo costante tra Oriente e Occidente.

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