– Il concerto di Parigi dell’australiano che meravigliò anche Bob Dylan è diventato uno dei più grandi album dal vivo realizzati di recente. Rappresenta il culmine della rinascita di un artista che ha dovuto affrontare due terribili lutti
– Un disco di una bellezza che spesso lascia mozzafiato, aiutato dalla registrazione brillantemente austera, che trasmette la portata e la magniloquenza degli spettacoli. La sorprendente “White Elephant” è il fulcro dello show
La musica rock non è mai a corto di sorprese, ma c’è stato qualcosa di veramente inaspettato nell’ascesa di Nick Cave nell’ultimo decennio, da star di culto a star delle arene. Più di un semplice star, in realtà: l’australiano è diventato uno dei più grandi artisti dal vivo, un cantautore iconoclasta che, a 68 anni, unisce l’anima soul di Leonard Cohen a fine carriera con l’anarchia sguaiata e spensierata dell’amico Shane MacGowan quando era al suo apice con i Pogues.
Il paradosso è che questa rinascita è avvenuta all’ombra di una doppia tragedia: la morte del figlio adolescente Arthur, nel 2015, e del figlio maggiore, Jethro, nel 2022. Nick Cave ha rielaborato queste terribili perdite nella sua musica, in modo particolarmente toccante in Ghosteen, il suo disco del 2019, in cui esplora ogni nervo del suo dolore per Arthur, eppure in qualche modo lascia gli ascoltatori con una sensazione di serenità riguardo all’amore, alla vita e al loro posto nel mondo.

Questa trasformazione culmina nel tour Wild God di Cave del 2024, che trasportò il suo luminescente album omonimo nel mondo con una spiritualità devastante. Persino gli agnostici di Cave di lunga data, convinti che una certa dose di arroganza fosse mescolata al cemento, sono rimasti spiazzati dai concerti, che hanno dato una gloriosa rivisitazione gospel ai momenti salienti del suo repertorio e hanno trasmesso la sofferenza meditativa dei brani di Wild God.
Nick Cave registrò una delle sue date a Parigi, ora pubblicata in questo splendido doppio album. Tra i presenti all’Accor Arena c’era anche un Bob Dylan sbalordito, che si è rivolto ai social media (la cosa meno da Bob Dylan di sempre) per proclamare il suo amore per il concerto. «Sono rimasto davvero colpito da quella canzone, Joy, in cui canta: “Abbiamo avuto tutti troppo dolore, ora è il momento della gioia”. Ho pensato tra me e me: sì, è proprio così».
Joy è un brano chiave di Wild God: Nick Cave s’interroga sull’esperienza universale di attraversare il lungo e oscuro tunnel del lutto e di non sapere bene cosa fare di sé stessi quando si esce dall’altra parte. Ha sofferto più di qualsiasi genitore, eppure eccolo qui, con questa vita che deve continuare. Come si fa a fare i conti con tutto questo?
La risposta, verso cui Cave inciampa nei suoi testi, è alzare un po’ la persiana e far entrare un filo di luce. L’idea che valga la pena aggrapparsi alla speranza nei momenti più bui è enormemente potente e conferisce a questa raccolta una chiarezza e una bellezza che spesso lasciano mozzafiato, aiutate dalla registrazione brillantemente austera, che trasmette la portata e la magniloquenza degli spettacoli di Wild God. Un album che riesce nell’arduo gioco di equilibri tra il riconoscere che viviamo in un mondo di dolore e l’incoraggiare il pubblico ad accogliere la felicità quando la trova.

Questo è il messaggio del brano di apertura, Frogs, una celebrazione orchestrale del miracolo della vita (in particolare una pioggia di rane). Prosegue citando il cantante country e attore Kris Kristofferson, un riferimento che ha acquisito maggiore intensità alla luce della sua morte, avvenuta nel 2024.
Anche i vecchi successi brillano con rabbia. Cave e il suo collaboratore di lunga data Warren Ellis (violino, chitarra, tastiere) stridono e urlano in Tupelo, che reinterpreta la nascita di Elvis Presley come un portentoso canto funebre dell’Antico Testamento, e galoppano in Papa Won’t Leave You, Henry, un brano di fuoco e zolfo fra Blues Brothers e Rolling Stones.
Il set parigino si conclude con As the Waters Cover the Sea, da Wild God, un ottimo brano ma privo dell’impatto della ballata Into My Arms che compare in Live God come penultima canzone. La vera sorpresa è la sublime White Elephant, una digressione sommessa quando era originariamente presente nel cupo LP di Carnage registrato da Cave ed Ellis durante il lockdown, nel 2021. Qui, alimentata dalla tastiera malconcia di Warren Ellis, diventa un colosso gospel catartico. Cave sembra barcollare sull’autoparodia mentre impreca e declama versi. Ma è sublime quando si apre in un ritornello quasi wagneriano, un grido nell’oscurità che riempie la stanza di luce e costituisce il fulcro travolgente di uno dei più grandi album dal vivo recenti. È così straordinario che forse anche Bob Dylan ne prenderà una copia.
